MoboReader> Literature > Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07

   Chapter 3 No.3

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07 By Edward Gibbon Characters: 177770

Updated: 2017-12-04 00:02


Valente, fratello di Valentiniano. è associato all'Impero, t. V, p. 19. Rivolta di Procopio, t. V, p. 22. Disfatta e morte di questo usurpatore, t. V, pag. 27. Ordina severe indagini sul delitto di magia, tom. V, p. 29. Sua crudeltà, t. V, p. 34. Sue leggi e suo governo, t. V, p. 37. Professa l'Arianismo, e perseguita i Cattolici, t. V, p. 43. Giusta idea della sua persecuzione, tom. V, p. 46. Riceve i Goti nell'Impero, t. V, pag. 212. Rivolta di questi, e operazioni di una guerra contro di essi, t. V, p. 233. Battaglia d'Adrianopoli, t. V, p. 236. Disfatta di Valente, ed orazione funebre pronunciata per lui e per la sua armata, t. V, p. 238.

Valentiniano, eletto Imperatore. Suo carattere, t. V, p. 15. Riconosciuto anche dall'armata, t. V, p. 17. Associa suo fratello Valente nell'Impero, t. V, p. 19. Divide definitivamente gli Imperi d'Oriente e d'Occidente, t. V, p. 20. Prescrive le più severe indagini sul delitto di magia, t. V, p. 29. Sua crudeltà, t. V, p. 34. Sue leggi e suo governo, t. V, p. 37. Assicura una tolleranza religiosa, t. V, p. 41. Reprime l'avarizia del Clero, t. V, p. 49. Passa il Reno e lo fortifica, t. V, p. 60. Sua spedizione nell'Illiria, t. V, p. 106. Sua morte, t. V, p. 109.

Valentiniano II. Eletto Imperatore, t. V, p. 109. Sua fuga, t. V, p. 318. Teodosio prende le armi per soccorrerlo, t. V, p. ivi. Carattere di questo principe, t. V, p. 342. Sua morte, t. V, p. 344.

Valentiniano III, Imperatore d'Occidente, t. VI, p. 334. Assassina il Patrizio Ezio, t. VI, p. 459. Viola la moglie di Massimo, tom. VI, p. 461. Sua morte, t. VI, p. 463.

Valeria, sorte sgraziata di questa Imperatrice, e di sua madre, t. II, p. 222.

Valeriano. L'officio di censore affidato a lui, tom. I, p. 370. Vendica la morte di Gallo, ed è proclamato Imperatore, t. I, p. 377. Suo carattere, t. I, p. 378. Divide il trono col suo figlio Galieno, t. I, p. 379. Calamità generale dei Regni di questi due Principi, t. I, p. 379. Irruzione dei Barbari, e origine della confederazione de' Franchi, t. I, p. ivi. Sua marcia in Oriente. Vinto colà e fatto prigioniero da Sapore, t. I, p. 401. Avventura di questo Principe, t. I, p. 406. Stato dei Cristiani sotto il suo regno, t. III, p. 73.

Vandali. Sbarcano nell'Affrica, t. VI, p. 342. Desolazione da essi prodotta in quel paese, t. VI, p. 348, loro successi, t. VI, p. 354. Sorprendono Cartagine, t. VI, p. 356. Loro potenza navale, t. VI, pag. 384. Saccheggiano Roma, t. VI, p. 471. Loro spedizioni navali, t. VI, pag. 506. Abbracciano il Cristianesimo, t. VII, p. 39. Motivi della loro fede, t. VII, pag. 40. Effetti della loro conversione, t. VII, p. 43. Adottano l'eresia d'Ario, t. VII, pag. 44. Persecuzione dei Vandali ariani contro gli ortodossi, t. VII, pag. 47. Ilderico e Gelimero, t. VII, p. 49. Quadro generale di questa persecuzione, t. VII, p. 50. Situazione de' Vandali nell'Affrica, t. VII, p. 360. Disfatta dei Vandali per opera di Belisario, t. VII, p. 378.

Varangi di Costantinopoli, t. XI, p. 83.

Vatace (Giovanni duca). Fa la guerra a Roberto Imperatore Latino, e distrugge la sua armata, tom. XII, p. 136. Succede a Teodoro Lascaris nell'Impero di Nicea, t. XII, p. 178.

Venezia. Fondazione di questa Repubblica, tom. VI, p. 447. Stato de' Veneziani, t. XII, p. 32. Mantengono l'onore della loro bandiera, t. XII, p. 34. Loro primitivo governo, t. XII, pag. 35. Si collegano coi Francesi per la quarta Crociata, t. XII, p. 36. Condizioni del Trattato, e sua ratifica, t. XII, pag. 38. I Crociati a Venezia, t. XII, p. 41. Quivi s'imbarcano, e diriggono il loro esercito contro Zara, t. XII, p. 42. Indi contro Costantinopoli, t. XII, 57. Dopo la presa di Costantinopoli i Veneziani si riservano quasi per più d'una metà l'Impero d'Oriente, t. XII, p. 110.

Vero (Elio) e suo figlio. Loro adozione all'Impero fatta da Adriano e da Antonino, t. I, p. 114.

Vescovi. Loro instituzione come presidenti del Collegio della Chiesa, t. II, p. 307. Progresso dell'autorità episcopale, t. II, p. 312. Dignità del governo episcopale, t. II, p. 326. Stato dei Vescovi sotto gl'Imperatori Cristiani, t. IV, pag. 50. Loro elezione, t. IV, p. 52.

Vespasiano, Imperatore. Elegge Tito a suo successore, t. I, pag. 110. Origine di questo Principe, t. I, p. 111.

Vetranione. Veste la porpora dopo l'assassinio di Costante, t. III, p. 376. è deposto da Costanzo, t. III, p. 379.

Visigoti nella Gallia sotto il regno di Teodosio, t. VI, p. 416. Loro alleanza coi Romani, t. VI, p. 430. Loro conquista nelle Gallie e nella Spagna, tom. VI, p. 524. Loro conversione in Ispagna, tom. VII, p. 65. Loro stabilimenti, t. VII, p. 141. Loro codice, t. VII, p. 144. Loro neutralità, t. VII, p. 405.

Vitige. Re d'Italia, t. VII, p. 424. Assedia Belisario in Roma, t. VII, p. 428. Rispinto, e forzato a levare l'assedio, t. VII, p. 448. Sua ritirata, t. VII, p. 461. Sua cattività, t. VII, p. 462.

Vittoria. Artifici di questa Principessa, t. II, p. 31.

Vittorino. Traviamenti di questo principe: sua morte, t. II, p. 30.

Volodomiro. Principe di Russia, t. X, p. 453. Suo battesimo, t. XI, p. 104.

Z

Zenghi, t. XI, p. 406.

Zenobia. Carattere di questa Principessa, t. II, p. 33. Sua bellezza, sua erudizione e suo valore, t. II, p. 34. Vendica la morte di suo marito, t. II, p. 35. Regna nell'Oriente e nell'Egitto, t. II, p. 36. Assediata nella sua Capitale, t. II, p. 37. Prigioniera di Aureliano, t. II, p. 42. Sua condotta, t. II, p. 43. Clemenza dell'Imperatore; e doni a lei fatti dal medesimo, t. II, p. 48. Adotta i costumi delle Dame romane, t. II, p. ivi.

Zenone, Imperatore d'Oriente. Suo regno, t. VII, p. 204.

Zenone, Vescovo. Suo formolario l'Henoticon, t. IX, p. 69.

Zimiscè Giovanni, Imperatore romano. Sue conquiste in Oriente, t. X, p. 405.

Zingis-Kan, o Gengis-Kan. Primo Imperatore de' Mongulli e de' Tartari, t. XII, p. 282. Sue leggi, t. XII, p. 285. Invade la Cina, t. XII, p. 289. Invade Carizme, la Transossiana e la Persia, t. XII, p. 291. Sua morte, t. XII, p. 294. Suoi successori, t. XII, p. 306. Adottano i costumi della Cina, t. XII, p. 308.

Zoe, t. IX, p. 209.

Zoroastro, legislatore persiano. Sua teologia, tom. I, p. 295. Spirito di persecuzione che disonora il suo culto, t. I, p. 302.

FINE

NOTE:

1. L'epistola di Manuele Crisoloras all'Imperatore Giovanni Paleologo non offenderà gli occhi, o le orecchie di persone dedite allo studio dell'antichità (ad calcem Codini, De antiquitatibus C. P., 107-126); la sottoscrizione prova che Giovanni Paleologo fu associato all'Impero prima dell'anno 1411, epoca della morte di Crisoloras. L'età de' due più giovani figli di esso, Demetrio e Tommaso, entrambi Porfirogeneti, mostra una data anche più autentica, almeno l'anno 1408 (Ducange, Fam. byzant., p. 224-247).

2. Uno Scrittore ha osservato che si poteva navigare attorno alla città di Atene (τι? ειπεν την πολιν των Αθηναιων υδνασθαι και παραπλειν και περαπλειν, alcuno disse che si poteva costeggiare e navigare intorno alla città di Atene). Ma quanto può essere vero intorno alla città di Costantinopoli, non conviene ad Atene, situata cinque miglia in distanza del mare, nè circondata, o traversata da canali navigabili.

3. Niceforo Gregoras ha descritto il colosso di Giustiniano (l. VII, n. XII), ma le sue dimensioni son false e contraddittorie. L'editore Boivin ha consultato il suo amico Girardon, e lo scultore gli ha date le giuste proporzioni di una statua equestre. Pietro Gillio ha parimente veduta la statua di Giustiniano che non posava più sopra una colonna, ma stavasi in un cortile esterno del Serraglio. Egli era a Costantinopoli quando venne fusa per convenirla in un pezzo d'artiglieria (De topograph., C. P. l. II, c. 17).

4. V. Gregoras (l. VII, 12, l. XV, 2), intorno alle rovine e alle riparazioni di S. Sofia. Andronico fece puntellare la chiesa, nel 1317, e la parte orientale della cupola rovinò nel 1345. I Greci esaltano, colla solita pompa del loro stile, la santità e la magnificenza di questo paradiso terrestre, soggiorno degli Angeli e del medesimo Dio ec.

5. Stando all'originale e sincero racconto di Siropulo (pag. 312-351), lo scisma de' Greci si manifestò la prima volta che ufiziarono a Venezia, e venne confermato dall'opposizione generale del Clero e del popolo di Costantinopoli.

6. Quanto allo scisma di Costantinopoli, V. Franza (l. II, c. 17), Laonico Calcocondila (l. VI, p. 155-156) e Duca (c. 31). L'ultimo di questi si esprime con franchezza e libertà. Fra i moderni meritano distinzione il Continuatore del Fleury (t. XXII, p. 238-401, 402 ec.), e lo Spondano (A. D. 1440, n. 30) Ma quando si parla di Roma e di religione, il retto sentire di quest'ultimo annega entro un mare di pregiudizj e di pretensioni.

7. Isidoro era Metropolitano di Chiovia, ma i Greci, sudditi della Polonia, hanno trasportata questa residenza dalle rovine di Chiovia a Lemberg o Leopold (Herbestein, in Ramusio, t. II, p. 127); d'altra parte i Russi si posero sotto la dependenza spirituale dell'Arcivescovo, divenuto, dopo il 1588, Patriarca di Mosca. Levesque, (Hist. de Russie, tom. III, p. 188-190), compilazione d'un manoscritto di Torino, Iter et labores archiepiscopi Arsenii.

8. Il singolare racconto del Levesque (Storia di Russia, t. II, p. 242-247) è tolto dagli archivj del Patriarcato. Gli avvenimenti di Ferrara e di Firenze vi sono descritti con altrettanta imparzialità ed ignoranza. Ma si può credere ai Russi intorno a quanto riguarda i lor pregiudizj.

9. Il Cammanismo, ossia l'antica religione de' Cammari, o Ginosofisti, è stata respinta ai deserti del Nord dalla religione più popolare dei Bramini dell'India; e una Setta di filosofi che andavano affatto ignudi, si vide costretta ad avvilupparsi in pellicce. Coll'andar del tempo tralignarono in una Setta di astrologhi o ciarlatani. I Morvan, o Tsceremissi della Russia europea, professarono questa religione formata sul modello terrestre di un Re, o di un Dio, de' suoi Ministri, o Angeli, e degli spiriti ribelli, che al governo di questo superiore si oppongono. Poichè queste tribù del Volga non ammettono le immagini, poteano a miglior diritto rinversar sui Latini il nome d'idolatri, che ad essi davano i Missionarj. (Levesque, Storia dei popoli sottomessi alla dominazione de' Russi, t. I, p. 194-237, 423-460).

10. Spondano (Annal. eccles., t. II, A. D. 1451, n. 13). L'epistola de' Greci colla traduzione latina trovasi tuttavia nella Biblioteca del Collegio di Praga.

11. V. Cantemiro, Storia dell'Impero Ottomano, pag. 94. Scrivendo Murad o Morad, sarei forse più corretto, ma ho preferito il nome generalmente conosciuto a questa esattezza scrupolosa, nè molto sicura, quando è d'uopo convertire in lettere romane i caratteri orientali.

12. Le leggi e la loro osservanza sono certamente un benefizio a tutti comune. La libertà poi, se non è regolata da prescrizioni governative, facilmente diviene turbolenta e piena di gravi mali. (Nota di N. N.)

13. V. Calcocondila (l. VII, p. 186, 188), Duca (c. 33) e Marino Barlezio nella Vita di Scanderbeg (pag. 145-146). La buona fede mostrata da Amurat verso la guernigione di Sfetigrado fu un esempio ed una lezione al figlio di lui Maometto.

14. Il Voltaire (Essai sur l'Histoire générale, cap. 89, p. 283, 284) ammira il filosofo turco. Avrebbe egli fatto lo stesso elogio ad un Principe cristiano che si fosse ritirato in un Monastero? Il Voltaire alla sua usanza era intollerante e bacchettone.

15. Cioè eremiti, o solitarj della religione maomettana, ch'ebbero origine quattro secoli circa dopo la di lei fondazione, detti Santi da' Maomettani. (Nota di N. N.)

16. V. nella Biblioteca orientale del d'Herbelot gli articoli Derviche, Fakir, Nasser, Rohbaniat. Nondimeno gli scrittori arabi e persiani hanno trattato leggiermente questo argomento, e fra i Turchi soprattutto questa specie di monaci si è moltiplicata.

17. Rycault, nell'opera, (Etat présent de l'Empire Ottoman, pag. 242-268) narra molte particolarità tratte da intertenimenti personali avuti co' primarj Dervis, i quali per la maggior parte fanno ascendere la loro origine al regno di Orcano; ma non fa menzione dei Zichidi di Calcocondila (l. VII, pag. 286), fra i quali Amurat si ritirò. I seid di questo autore sono discendenti di Maometto.

18. Nel 1431, l'Alemagna mise in armi quarantamila uomini a cavallo, o sergenti, per far la guerra agli Hussiti della Boemia (Lenfant, Hist. du Conc. de Bale, t. I, p. 318). Nell'assedio di Nuys sul Reno, nel 1474, i Principi, i Prelati e le città inviarono ciascuno il lor contingente; e il Vescovato di Munster (che non è de' più grandi) somministrò millequattrocento uomini a cavallo, seimila fanti, tutti vestiti di verde, e dugento carriaggi. Le forze congiunte del Re d'Inghilterra e del Duca di Borgogna erano appena eguali ad un terzo di questi eserciti d'Alemanni (Mém. de Philippe de Comines, lib. IV, c. 2). Le potenze dell'Alemagna possono far conto sopra sei o settecentomila combattenti ben pagati ed ottimamente disciplinati.

19. Solamente nel 1444 la Francia e l'Inghilterra convennero di una tregua d'alcuni mesi (V. Foedera del Rymer, e le Cronache delle due nazioni).

20. Nel descrivere la Crociata dell'Ungheria mi è stato guida lo Spondano (Annal. eccles. A. D. 1443, 1444). Egli ha letti accuratamente e paragonati coll'abilità di un vero critico gli scritti de' Greci e degli Ottomani, le Storie dell'Ungheria, della Polonia e dell'Occidente. Chiaro mostrasi ne' racconti, e allorchè può spogliarsi dai pregiudizj religiosi, non sono da sprezzarsene le deduzioni.

21. Ho tolta dal nome di Ladislao la lettera W, con cui lo cominciano per la maggior parte gli Storici (Wladislao), o il facciano per uniformarsi alla pronuncia polacca, o per distinguerlo dal suo rivale, l'infante Ladislao d'Austria. Callimaco (l. I, part. II, pag. 447-486), Bonfinio (Dec. III, l. IV), Spondano e Lenfant parlano diffusamente delle gare di questi due principi per conseguire il trono d'Ungheria.

22. Gli Storici greci, Franza, Calcocondila e Duca, non ci dimostrano il loro Principe come personaggio molto operoso in questa Crociata. Sembra che dopo esserne stato instigatore, l'abbia indi impacciata colla sua pusillanimità.

23. Cantemiro attribuisce al Caramano l'onore del divisamento citando una lettera incalzante che scrisse al Re d'Ungheria. Ma le Potenze maomettane son di rado istrutte degli affari della Cristianità, e la situazione de' Cavalieri di Rodi e la loro corrispondenza danno a credere che essi abbiano avuto parte a questo disegno del Sultano di Caramania.

24. Nelle loro lettere all'Imperatore Federico III, gli Ungaresi ammazzarono trentamila Turchi in una sola battaglia; ma il modesto Giuliano riduce il numero de' morti a soli seimila, o fors'anche duemila Infedeli (Enea Silvio, in Europa, c. 5, et epist. 44-81, apud Spondanum).

25. Siccome tanto i Cristiani che i Maomettani ammettevano ed ammettono l'esistenza di un Esser Supremo, creatore e reggitore d'ogni cosa, così ambidue i partiti, fecero in nome di lui il loro giuramento: la differenza poi fra il dogma de' primi, e quello de' secondi è questa: i Maomettani ammettono soltanto l'unità di Dio, cioè che c'è un solo Dio senza trinità di persone, contro i politeisti, ossia idolatri, che ammettono molti Dei; i Cristiani poi credono all'unità dell'essenza di Dio, ed alla trinità della di lui persona, contro i Maomettani e contro i politeisti ad un'ora. (Nota di N. N.)

26. Non è da meravigliarsi che i Turchi maomettani sapendo, che i Cristiani credono alla transustanziazione, abbiano chiesto che giurassero l'osservanza del Trattato sul pane eucaristico, ossia mutato nel corpo reale di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, pensando che cotale giuramento legasse vie più le loro coscienze (non superstiziose per quella credenza) che quello fatto sull'Evangelio. (Nota di N. N.)

27. V. l'origine della guerra de' Turchi e la prima spedizione di Ladislao nel quinto e sesto libro della terza decade di Bonfinio, che molto felicemente imita lo stile e l'ordine di T. Livio. Nondimeno Callimaco (l. II, p. 487-496) lo supera in purezza di lingua ed autenticità.

28. Non pretendo farmi mallevadore per l'esattezza letterale del discorso di Giuliano, le cui espressioni variano in Callimaco (l. III, p. 505-507), in Bonfinio (Dec. III, l. VI, p. 457, 458) e in altri Storici che hanno forse adoperata la propria loro eloquenza nel far parlare gli Oratori di questo secolo; ma tutti s'accordano nell'attribuirgli il consiglio dello spergiuro, che i Protestanti hanno amaramente censurato, e mal difeso i Cattolici, cui tolse ogni coraggio la rotta di Warna.

29. Varnes, o Warna, era sotto la denominazione greca di Odessa, una colonia di Milesj così chiamati ad onore di Ulisse (Cellario, t. I, p. 374. D'Anville, t. I, p. 312). Giusta la descrizione dell'Eussino data da Arianno (p. 24-25, nel primo volume de' Geografi di Hudson) essa era situata 1740 stadj lontano dalla foce del Danubio, 2140 da Bisanzo, e 360 a tramontana del Promontorio del monte Emo che sporge nel mare.

30. Alcuni Autori cristiani affermano che Amurat si trasse dal seno un'ostia diversa da quella su di cui avea giurato di mantenere i patti della negoziazione. I Musulmani più semplicemente suppongono ch'ei si appellasse al Profeta Gesù Cristo, nella quale opinione sembra accordarsi anche Callimaco (l. III, p. 516; Spondan., A. D. 1444, n. 8).

31. Un critico giudizioso, crederà difficilmente a quegli spolia opima di un general trionfante, ottenuti sì rare volte dal valore, e sì spesso inventati dall'adulazione (Cantemiro, p. 90, 91). Callimaco (l. III, p. 517) dice con più semplicità e verisimiglianza: Supervenientibus janizaris, telorum multitudine, non tam confossus est, quam obrutus.

32. Oltre ad alcuni passi preziosi di Enea Silvio accuratamente raccolti dallo Spondano, i nostri migliori testi sono tre Storici del secolo XV, Filippo Callimaco (De rebus a Wladislao Polonorum atque Hungarorum rege gestis, libri III, in Bell., scriptor. rer. hungar., t. I, p. 433-518), Bonfinio (Décad. III, l. V, pag. 460-467) e Calcocondila (l. VII, p. 165-179). I due primi erano Italiani, ma trascorsero la loro vita in Polonia e nell'Ungheria (Fabricius, Bibl. lat. medii infimae aetatis, t. I, p. 524; Vossius, De Hist. lat., l. III, c. 8-11; Dictionn. de Bayle, Bonfinius) v. quanto al teatro della guerra del secolo XV un Trattatello di Felice Petancio, Cancelliere di Segnia (ad calcem Cuspinian. de Caesaribus, p. 716-722).

33. Il sig. Lenfant ne fa conoscere l'origine del Cardinale Giuliano (Hist. du concil. de Bale, t. I, p. 247, ec.) e le guerre da esso fatte in Boemia (p. 515, ec.). Spondano e il Continuatore di Fleury raccontano, secondo le circostanze, i servigi da esso prestati a Basilea ed a Ferrara, e l'infausto fine che ebbe.

34. Syropulo fa un elogio ben generoso de' meriti del suo nemico (p. 117): τοιαυτα τινα ειπεν ο Ιουλιανο?, πεπλατυσμε ω? αγαν και λογικω?, και μετ' επιστημη? και δεινοτητο? Ρητορικη?, disse Giuliano alcune cose molto ampiamente e logicamente, e con sapiente e vigorosa rettorica.

35. V. Bonfinius (Déc. III, l. IV. p. 423). Come mai gli Italiani poteano pronunziare senza vergogna, o il Re d'Ungheria ascoltare, nè arrossirne, la ridicola adulazione che confondea il nome di un villaggio della Valachia col soprannome glorioso, ma accidentale, di un ramo della famiglia Valeria dell'antica Roma?

36. Filippo di Comines (Mém., l. VI, cap. 13) si fonda sulla tradizione de' tempi, e tesse uno splendido elogio ad Uniade, chiamato col singolar nome di Cavalier Bianco di Valeigne (Valachia). Calcocondila e gli Annali turchi del Leunclavio però ne mettono in dubbio il valore e la fedeltà.

37. V. Bonfinio (Déc. III, l. VII, p. 492), e Spondano (A. D. 1457, n. 17). Uniade ebbe comune la gloria di difendere Belgrado con Capistrano, Frate dell'Ordine di S. Francesco; ma ne' lor racconti nè il Santo, nè l'Eroe si degnano far menzione l'uno dell'altro.

38. V. Bonfinio (Déc. III, l. VIII, Déc. IV, l. VIII). Ridondano di sana critica le singolari osservazioni che ha fatte lo Spondano sul carattere e sulla vita di Mattia Corvino (A. D. 1464, n. 1; 1475, n. 6; 1476, n. 14-16; 1490, n. 4, 5). La prima ambizione di questo Principe era volta a meritarsi l'ammirazione degl'Italiani. Pietro Ranzani, Siciliano, ne ha celebrate le imprese nell'Epitome rerum hungaricarum. (p. 322-412). Galesto Marzio di Narni ha raccolte tutte le arguzie e le sentenze di Mattia Corvino (p. 528-568); e abbiamo inoltre una relazione particolare sul suo matrimonio e sulla cerimonia della sua incoronazione. Queste tre Opere trovansi unite nel primo volume Scriptores rerum hungaricarum del Bell.

39. Ser Guglielmo Temple nel suo pregevole Saggio sulle virtù eroiche (vol. III, p. 385 delle sue Opere) collegò Uniade e Scanderbeg ai sette uomini che ad avviso di lui meritarono, senza averla cinta, una Corona; Belisario, Narsete, Gonzalvo di Cordova, Guglielmo I, Principe d'Orange, Alessandro, Duca di Parma, Giovanni Uniade e Giorgio Castriotto, o Scanderbeg.

40. Bramerei trovare alcuni Comentarj semplici ed autentici scritti da un amico di Scanderbeg, ove mi venissero dipinti a dovere il luogo, l'uomo ed i tempi. La vecchia Storia nazionale di Marino Barletti, prete di Scodra (De vita, moribus et rebus gestis Georgii Castrioti, ec., lib. XIII, p. 367, Strab. 1537, in fol. ), non cel dà a divedere che avvolto in bizzarri panni e carico di menzogneri ornamenti. V. Calcocondila, l. VII, p. 185; l. VIII, p. 229.

41. Marino tratteggia appena e con ripugnanza tutto quanto si riferisce alla educazione e alla circoncisione di Scanderbeg (l. I, p. 6-7).

42. Se Scanderbeg morì nel 1466, compiendo il sessantesimoterzo anno della sua età (Marino, l. XIII, p. 270 ), ne deriva che nacque nel 1403. Se in età di nove anni, novennis (Mar. l. I, pag. 1-6), fu dai Turchi rapito ai genitori, sarà ciò accaduto nel 1412, vale a dire nove anni prima che Amurat II salisse il soglio: questo Principe ereditò dunque, non comprò egli lo schiavo albanese. Spondano ha osservata questa contraddizione (A. D. 1341, n. 31; A. D. 1443, n. 14).

43. Per buona sorte Marino ci ha istrutti delle rendite di Scanderbeg (l. II, p. 44).

44. Vi erano due Dibras, Dibras Superiore, e Dibras Inferiore, uno nella Bulgaria, l'altro nell'Albania. Il primo distante settanta miglia da Croia (l. I, pag. 17) era contiguo alla Fortezza di Sfetigrado, i cui abitanti ricusarono di attinger l'acqua ad un pozzo, ove era stata usata la perfidia di gettare un cane morto (l. V, pag. 139-140). Una buona carta dell'Epiro ne manca.

45. Si paragoni il racconto del turco Cantemiro colla prolissa declamazione del prete Albanese (l. IV, V, VI), copiata da tutti quelli che vennero dopo.

46. Ad onore del suo Eroe, il Barletti (l. VI, p. 188-192) fa morire il Sultano sotto le mura di Croia, di malattia per dir vero; ma questa ridicola favola è smentita dai Greci e dai Turchi, che convengono unanimemente sul tempo e sulle circostanze della morte di Amurat avvenuta dopo.

47. V. le sue imprese in Calabria, ne' libri IX, X di Marino Barletti, ai quali può contrapporsi la testimonianza, o il silenzio del Muratori (Ann. d'Ital. t. XII, p. 291) e dei suoi Autori originali (Giovanni Simoneta, De rebus Francisci Sfortiae, in Muratori, Script. rerum Ital., tom. XXI, p. 728, ed altrove). La cavalleria albanese divenne ben tosto famosa in Italia sotto il nome di Stradiotti (Mém. de Comines, l. VIII, c. 5).

48. Lo Spondano, fondato sopra ottime autorità e giudiziose considerazioni, ha ridotto il colosso di Scanderbeg a proporzioni ordinarie (A. D. 1461, n. 20; 1463, n. 9; 1465, n. 12, 13; 1467, n. 1). Le lettere che lo stesso Scanderbeg scriveva al Papa e la testimonianza di Franza, riparatosi a Corfù, vicino al luogo dell'asilo sceltosi dall'Albanese, ne dimostrano le angustie cui si vide questi ridotto, angustie che Marino cerca palliare con poco garbo (l. X).

49. V. intorno alla famiglia de' Castriotti il Ducange (Fam. Dalmat., XVIII, p. 548-550).

50. Colonia d'Albanesi citata dal sig. Swinburne nel suo viaggio alle Due Sicilie (vol. I, p. 350-354).

51. Chiara ed autentica è la Cronaca di Franza, ma invece di quattro anni e sette mesi, lo Spondano (A. D. 1445, n. 7) attribuisce sette o otto anni al regno dell'ultimo Costantino, fondandosi sopra una lettera apocrifa di Eugenio IV al Re di Etiopia.

52. Il Franza (l. III, c. 1, 6) è meritevole di confidenza e di stima.

53. Supponendo che cotest'uomo fosse preso nel 1394, allorchè Timur invase la Georgia la prima volta, (Serefeddino l. III, cap. 50), egli è possibile che abbia seguito il suo padrone tartaro nell'Indostan, nell'anno 1398, e di lì siasi imbarcato per le Isole degli aromi.

54. I felici e virtuosi Indiani vivevano oltre a cencinquanta anni, e possedevano le più perfette produzioni de' regni vegetabili e minerali; gli animali vi erano di statura gigantesca, draghi di settanta cubiti, formiche lunghe nove pollici (formica indica), pecore grandi come gli elefanti, e anche elefanti grandi come pecore. Quidlibet audendi.... etc.

55. Il nostro centenario s'imbarcò in una nave che veleggiava alle Isole degli aromi, per trasferirsi a uno de' porti esterni dell'India, invenitque navem grandem ibericam qua in Portugalliam est delatus. Un tal passaggio descritto nel 1477 (Franza, l. III, c. 30), vent'anni avanti la scoperta del Capo di Buona Speranza, è immaginario, o miracoloso; però questa singolare geografia sente l'antico e vecchio errore che collocava le sorgenti del Nilo nell'India.

56. Cantemiro che chiama la figlia di Lazzaro Ogli, l'Elena de' Serviani, mette l'epoca delle sue nozze con Amurat nell'anno 1424. Non sarà cosa sì facile da credersi che durante ventisei anni in cui stettero insieme il Sultano corpus ejus non tetigit. Dopo la presa di Costantinopoli, ella si rifuggì presso Maometto II, Franza (l. III, c. XXII).

57. Il leggitore istrutto avrà a memoria le offerte di Agamennone (Iliade, l. V, n. 144) e l'uso generale degli antichi.

58. Cantacuzeno (ignoro se fosse parente dell'Imperatore di questo nome) era Gran Domestico, zelante difensore del simbolo greco, e fratello della regina di Servia, presso la quale fu inviato col carattere d'ambasciadore (Siropulo, p. 37, 38-45).

59. Per chi voglia formarsi idea del carattere di Maometto II, è cosa egualmente mal sicura il creder troppo ai Turchi e ai Cristiani. Il ritratto più moderato di questo conquistatore lo abbiamo da Franza (l. I, c. 33), in cui gli anni e la solitudine aveano raffreddati i sentimenti dell'odio. V. anche Spondano (A. D. 1451, n. 11), il Continuatore di Fleury (t. XXII, pag. 552), gli Elogia di Paolo Giovio (l. III, p. 164-166) e il Dictionnaire de Bayle (t. III, p. 272-279).

60. Cantemiro (p. 115): ?Le moschee da lui fondate attestano il rispetto che mostrò in pubblico alla religione. Disputò liberamente col Patriarca Gennadio intorno alle religioni, greca e musulmana? (Spond., A. D. 1453, n. 22).

61. Quinque linguas praeter suam noverat; graecam, latinam, chaldaicam, persicam. L'autore che ha tradotto il Franza in latino, ha dimenticata la lingua araba, che sicuramente tutti i Musulmani studiavano per poter leggere il libro del Profeta.

62. Filelfo con un'Ode latina chiese al vincitore di Costantinopoli la libertà della madre e delle sorelle di sua moglie, ed ottenne la grazia. L'Ode fu portata a Maometto dagl'inviati del Duca di Milano. Evvi chi attribuisce allo stesso Filelfo l'intenzione di ritirarsi a Costantinopoli; la qual cosa mal concilierebbesi co' suoi Discorsi, spesse volte intesi a suscitare la guerra contro i Musulmani. (Vedine la Vita scritta dal Lancelot nelle Mém. de l'Acad. des inscript., t. X, p. 718-721, ec.).

63. Roberto Valturio, nel 1483, pubblicò a Verona i suoi dodici libri De re militari, prima Opera che faccia menzione dell'uso delle bombe. Sigismondo Malatesta, principe di Rimini, e protettore del Valturio, intitolò la stessa opera, con un'epistola latina, a Maometto II.

64. Se crediamo al Franza, Maometto II studiava assiduamente la vita e le azioni di Alessandro, di Augusto, di Costantino e di Teodosio. Ho letto in qualche luogo che per ordine di Maometto erano state tradotte in latino le Vite di Plutarco. Ma se questo Sultano sapea il greco, una tal traduzione non poteva essere che ad uso de' suoi sudditi; e per vero dire, se le vite di Plutarco sono una scuola di valore, lo sono anche di libertà.

65. Il celebre Gentile Bellino, che Maometto II avea fatto venir da Venezia, n'ebbe in dono una catena e una collana d'oro con una borsa di tremila ducati; ma sono incredulo, al pari del Voltaire, sulla storia ridicola dello schiavo decollato per far vedere al pittore il meccanismo de' muscoli.

66. Questi Imperatori dediti all'ubbriachezza furono Solimano I, Selim II e Amurat IV (Cantemiro, p. 61). I Sofì della Persia a tale proposito offrono un catalogo più lungo e compiuto. E nell'ultimo secolo i nostri viaggiatori europei assistettero alle orgie di questi principi, e ne parteciparono.

67. Uno di questi giovani principi di nome Calapino, fu sottratto alle mani del suo barbaro fratello e condotto a Roma, ove ricevè il battesimo col nome di Calisto Ottomano. L'imperatore Federico III gli concedè un dominio nell'Austria, ove terminò i suoi giorni. Cuspiniano, che, in sua gioventù, aveva conversato a Vienna con questo principe, in allora vecchio, ne loda la pietà e la saggezza (De Caesaribus p. 672, 673).

68. V. l'avvenimento di Maometto II al trono, in Duca (c. 33), in Franza (l. I, c. 33; l. III, c. 2), in Calcocondila (l. VII, p. 199) e in Cantemiro (p. 96).

69. Prima di descrivere l'assedio di Costantinopoli, noterò che, ad eccezione di poche cose dette per incidenza da Cantemiro e dal Leunclavio, non ho potuto intorno a questo avvenimento procurarmi alcuna relazione fatta dai Turchi, nè alcun racconto che stia a petto di quello della presa di Rodi eseguita da Solimano II (Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XXVI, p. 723-769). Ho dovuto quindi fidarmi de' Greci, i cui pregiudizj in questa occasione si trovano in qualche modo diminuiti dalle angustie del momento. Seguirò soprattutto Duca (c. 34-42), Franza (l. III, c. 7-20), Calcocondila (l. VIII, p. 201-214) e Leonardo di Chio (Historia C. P. a Turco expugnatae, Norimberga, 1544, in 4.); l'ultimo di questi racconti è il più antico, perchè porta la data dei 16 agosto dell'anno medesimo della presa di Costantinopoli, ed essendo stato composto settantanove giorni dopo di essa, nell'isola di Chio, dà a divedere la prima confusione di idee e di sensazioni eccitate da un simile avvenimento. Intorno al medesimo si possono parimente trarre alcuni schiarimenti da una lettera del Cardinale Isidoro (in Farragine rerum turcicarum, ad calc. Calcocondyles, Clauseri, Basilea, 1584) al Papa Nicolò V, e da un Trattato che nel 1581 Teodosio Zigomala inviò a Martino Crusio (Turco-Graecia l. 1, p. 74-98, Basilea, 1584). Spondano (A.D. 1453, n. 1-27) in pochi cenni, ma da critico valente, passa in rassegna i materiali e i fatti diversi. Mi prenderò la licenza di lasciar da un canto le relazioni di Monstrelet e de' Latini, i quali, lontani dal teatro dell'azione, le fondavano soltanto su quel che avevano udito dire.

70. Pietro Gilli (De Bosphoro Tracio, l. II, cap. 15), Leunclavio (Pandect., p. 445) e Tournefort (Voyage dans le Levant, t. II, lettre XV. p. 443, 444) sono gli autori che danno a conoscere meglio la situazione della Fortezza e la topografia del Bosforo. Ma mi augurerei la carta, ossia la pianta, che il Tournefort spedì in Francia al Ministro della marina. Il leggitore può trascorrere nuovamente il capitolo XVII di questa Storia.

71. Duca esprime col vocabolo di Kabur il predicato di spregio che i Turchi applicano agl'Infedeli; Leunclavio e i moderni scrivono Giaur. La prima di queste parole, giusta il Ducange (Gloss. graec., t. I, p. 530), viene da Καβουρον, che in greco volgare significa testuggine, ?col quale, continua il Ducange, i Turchi voleano indicare un moto retrogrado fuor della fede?. Ma sfortunatamente per l'interpretazione del Ducange, Gabur (Bibl. orient., p. 375) non è altra cosa che il vocabolo Gheber, ghebro, che è passato dalla lingua persiana alla turca, ed applicato prima agli adoratori del fuoco, venne appropiato a quei della Croce.

72. Il Franza attesta il senno e il coraggio del suo padrone. Calliditatem hominis non ignorans imperator prior arma movere constituit; parla con dileggio delle opinioni assurde dei cum sacri tum profani proceres che egli aveva veduti e uditi, amentes spe vana pasci. Duca non apparteneva al Consiglio privato.

73. Invece di questo chiaro ed ordinato racconto, gli Annali turchi (Cantemiro, p. 97) fanno rinascere la ridicola favola del cuoio, e dello stratagemma adoperato da Didone per fabbricare Cartagine. Questi Annali, fuorchè per coloro che le preoccupazioni anticristiane traviano, sono molto men da apprezzarsi delle Storie scritte dai Greci.

74. Circa le dimensioni di questa Fortezza, chiamata oggidì il Vecchio Castello d'Europa, Franza non è affatto d'accordo con Calcocondila, la cui descrizione fu verificata sopra luogo dall'editore Leunclavio.

75. Fra i Turchi trovatisi a Costantinopoli, quando ne furono chiuse le porte, eranvi alcuni paggi di Maometto, sì convinti dell'inflessibil rigore del lor padrone, che chiesero venisse loro tagliata la testa, poichè volevansi ad essi impedire i modi di tornare al campo prima del tramontare del Sole.

76. V. Duca (c. 35). Franza (l. III, c. 3), che avea navigato sul vascello veneto, ne riguarda siccome un martire il Capitano.

77. Auctum est Palaealogorum genus, et imperii successor, parvaeque Romanorum scintillae haeres natus, Andraeas, ec. (Franza, l. III, c. 7). Espressione energica ispirata dal dolore.

78. V. Cantemiro, p. 97, 98.

79. Il presidente Cousin traduce il vocabolo Συντροφο?, Coeducato, padre, balio. Egli segue, è vero, la versione latina, ma nella sua fretta, ha trascurata la nota, ove Ismaele Boillaud (ad Ducam) riconosce e corregge il proprio errore.

80. L'uso di non mostrarsi al Sovrano, o ai superiori, senza offrirgli doni, è antichissimo fra gli Orientali; sembra analogo all'idea de' sagrifizj, più antica ancora e più generale. V. alcuni esempj di questa costumanza presso i Persiani, in Eliano (Hist. Variar., l. I, c. 31, 32, 33).

81. Il Lala de' Turchi (Cantemiro, p. 54) e il Tata dei Greci (Duca, c. 35) vengono dalle prime sillabe che i fanciulli pronunciano; e può osservarsi che queste voci primitive, fatte per indicare i genitori, sono sempre la ripetizione d'una medesima sillaba composta d'una consonante labiale o dentale seguita da una vocale aperta (De Brosses, Mécanisme des langues, t. I, p. 231-247).

82. Il talento attico pesava circa sessanta mine, o libbre (V. Hooper on Ancient Weights Measures, etc.); ma tra i Greci moderni questa denominazione classica è stata applicata ad un peso di cento e di centocinque libbre (Ducange, ταλαντον). Leonardo da Chio misura la palla, o il sasso del secondo cannone: Lapidem qui palmis undecim ex meis ambibat in gyro.

83. V. Voltaire, Hist. génér., c. 91, p. 294, 295. Si sa che questo autore aspirava alla monarchia universale nella letteratura. Onde il vediamo nelle sue poesie pretendere il titolo di astronomo, di chimico, ec., e sollecito di ostentare il linguaggio di tali scienze.

84. Il Barone di Tott (t. III, p. 85-89), che nell'ultima guerra fortificò contro i Russi i Dardanelli, ha descritto, con tuono enfatico ed anche comico, la sua prodezza e la costernazione in cui furono gli Ottomani. Ma questo ardimentoso viaggiatore non possede l'arte d'inspirar confidenza.

85. Non audivit indignum ducens, dice l'ingenuo Antonino; ma poichè i timori e la vergogna non tardarono a crucciar l'animo del Pontefice, il Platina dice in tuono d'abile cortigiano: In animo fuisse Pontifici juvare Graecos. Enea Silvio dice ancora in termini più asseveranti: Structam classem, ec. (Spond., A. D. 1453, n. 3).

86. Antonino, in Pro?m. epist. cardinal. Isid., ap. Spond. Il dottore Iohnson ha ottimamente espressa questa circostanza caratteristica nella sua tragedia, l'Irene.

The groaning Greeks dig up the golden caverns,

The accumulated wealth of hoarding ages;

That wealth which, granted to their weeping prince,

Had rang'd embattled nations at their gates.

I quali versi così furono trasportati nella nostra lingua:

Dal grembo della terra, ove gli avari

Progenitori li celaro, a stento

Le gemme e l'oro ritogliean; tesori

Che, del lor prence conceduti al pianto,

Falangi di guerrieri avrian condotte

Nanti le porte di Bisanzo, e salva

Da servitù de' Cesari la sede.

87. Presso i Turchi, le truppe poste a guardar il palagio chiamansi Capiculi, quelli che difendono le province Seratculi. La maggior parte de' nomi e delle istituzioni della milizia turca precedevano il Canone Nameh di Solimano II, sul qual codice il Conte Marsigli, giovandosi anche della propria esperienza, compose il suo Stato militare dell'Impero ottomano.

88. L'osservazione di Filelfo venne confermata nel 1508 da Cuspiniano (De Caesaribus in epilog. de militia turcica, p. 697). Il Marsigli prova che gli eserciti effettivi de' Turchi son men numerosi assai di quanto appariscono. Leonardo da Chio, non conta più di quindicimila giannizzeri nell'esercito che assediò Costantinopoli.

89. Ego, eidem (Imperatori) tabellas exhibui, non absque dolore et maestitia, mansitque apud nos duos, aliis occultus numerus. (Franza, lib. III, c. 8). Purchè si perdonino a Franza alcuni pregiudizj nazionali, non saprebbe desiderarsi un testimonio più autentico di lui, sia intorno ai fatti pubblici, sia intorno ai consigli privati.

90. Spondano racconta il fatto di questa unione non solamente con parzialità, ma d'una maniera imperfetta. Il Vescovo di Pamiers morì nel 1642, e la Storia di Duca, che parla di questi avvenimenti (c. 36, 37) con verità e coraggio eguali, non fu pubblicata che nel 1649.

91. Il Franza, uno del numero de' Greci conformisti, confessa aversi avuto ricorso a tale riconciliazione solamente propter spem auxilii; e favellando di quelli che non vollero assistere al divin servigio in comune nella chiesa di S. Sofia, afferma con soddisfazione che extra culpam et in pace essent (l. III, c. 20).

92. Già i Greci, vale a dire l'Imperatore, la Corte, ed alcuni Vescovi, Commissarj de' rimasti in Oriente, tanto al Concilio di Lione, che a quello di Firenze, non si unirono momentaneamente nella credenza co' Latini, ammettendo nel Credo ec. l'aggiunta filioque, usando nel tempo de' due Concilj il pane azzimo e riconoscendo il primato del Vescovo di Roma, ed ammettendo il purgatorio ed altre cose, che per avere soccorsi contro i Turchi, che minacciavano perfino Costantinopoli; l'unione nella credenza fra Cristiani-greci e Cristiani-latini, durò come quella dei loro Vescovi ne' due detti Concilj; i Vescovi greci, nell'aderire a' Latini per bisogno, non furono sinceri; il fatto lo provò, perchè andati alla loro patria, la divisione nella credenza tornò, e dura anche oggidì e durerà. (Nota di N. N.)

93. Il nome secolare di lui era Scolario, al quale sostituì l'altro di Gennadio nel vestir la cocolla, ovvero nell'atto di divenir Patriarca. Essendo quell'istesso che avea difesa a Firenze cotesta unione, perseguendola poi a Costantinopoli con tanto accanimento, Leone Allazio (Diatrib. de Georgiis in Fabric. Bibl. graec., t. X, p. 760-786) ha creduto che vi fossero due uomini di tal nome; ma il Renaudot (p. 343-383) ha confermata l'identità della persona, e la doppiezza del carattere.

94. Quest'ultima espressione è inconveniente; bastava dire, ostinate nella loro opinione, e fanatiche: si sa pur troppo che in cotali controversie non vi fu e non v'è luogo a via di mezzo, a riconciliazione ed a pace. (Nota di N. N.)

95. Φσκιολιον, καλυπτρα ammettono assai bene l'interpretazione cappello di Cardinale. La differenza di vesti incrudeliva ancor la discordia fra i Greci e i Latini.

96. Il buon credente non deve dire chimerica la speranza di qualche miracolo; ma bisogna saperlo domandare, e meritarlo. (Nota di N. N.)

97. Fa d'uopo ridurre le miglia greche ad una picciola misura che si è conservata nelle werste di Russia, che sono di cinquecento quarantasette tese di Francia. I sei miglia del Franza non eccedono le quattro miglia inglesi, secondo il d'Anville (Mésures itineraires, p. 61-123, ec.).

98. At in dies doctiores nostri facti paravere contra hostes machinamenta, quae tamen avare dabantur. Pulvis erat nitri modica exigua; tela modica; bombardae, si aderant, incommoditate loci primum hostes offendere maceriebus alveisque tectos non poterant. Nam siquae magnae erant, ne murus concuteretur noster, quiescebant. Questo passaggio di Leonardo da Chio è singolare ed importante.

99. Al dire di Calcocondila e di Franza, il grande cannone scoppiò. Duca pretende che l'abilità dell'artigliere evitasse questo disastro. è evidente che i primi e l'ultimo di questi Storici non parlano dello stesso pezzo.

100. Circa un secolo dopo l'assedio di Costantinopoli, le squadre di Francia e d'Inghilterra si diedero il vanto di avere, in un combattimento di due ore accaduto nella Manica, tratti trecento colpi di cannone (Mémoires de Martin du Bellay, l. X, nella Collection générale, t. XXI, p. 239).

101. Ho scelti alcuni singolari fatti, senza aspirare all'instancabile quanto truce eloquenza adoperata dall'Abate Vertot nelle sue prolisse narrazioni degli assedj di Rodi, di Malta, ec. Questo vivace Storico, fornito di una mente romanzesca, e sollecito di piacere co' proprj scritti ai Cavalieri di Malta, ne ha adottato l'entusiasmo e lo spirito cavalleresco.

102. La dottrina delle mine artificiali trovasi per la prima volta accennata in un manoscritto del 1480 di Giorgio da Siena (Tiraboschi, t. VI, parte I, p. 324). Vennero tosto adoperate nel 1487 a Sarzanella; ma il loro miglioramento appartiene al 1503, e ne viene attribuito l'onore a Pietro di Navarra, che ne fece uso con buon successo nelle guerre d'Italia (Hist. de la Ligue de Cambrai, t. II, p. 93-97).

103. è cosa singolare che i Greci non si accordano sul numero di questi famosi vascelli. Duca ne indica cinque, Franza e Leonardo, quattro, Calcocondila, due: forse l'ultimo indica solamente i due più grandi; gli altri comprendono ancora i piccoli. Il Voltaire, che ne assegna uno di questi a Federico III, confonde fra loro gl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente.

104. Il Presidente Cousin trascura manifestamente, o piuttosto ignora affatto ogni erudimento della lingua e della geografia, quando fa che un vento australe trattenga a Chio questi vascelli, e che un vento di tramontana li conduca a Costantinopoli.

105. Può vedersi qual fosse la debolezza e lo scadimento della turca marineria in Rycault (State of the ottoman Empire, p. 372-378), in Thevenot (Voyages, part. 1, p. 229-242) e nelle Mémoires du baron de Tott (t. III). Questo ultimo Scrittore si mostra sempre sollecito di dilettare e sorprendere i suoi leggitori.

106. Devo confessarlo, in questo momento mi si rappresenta alla immaginazione la pittura animata che ne offre Tucidide (l. VII, c. 71) dell'atteggiamento degli Ateniesi, allorchè, perplessi ed inquieti, stavano contemplando la battaglia navale che accadde nel gran porto di Siracusa.

107. Giusta il testo esagerato, o corrotto di Duca (c. 38) questo bastone d'oro pesava cinquecento libbre. Il Bouillaud legge cinquecento dramme, o cinque libbre, peso che bastava per tenere in azione il braccio di Maometto sul corpo del suo ammiraglio.

108. Duca, mal istrutto, a confessione di lui medesimo, degli affari dell'Ungheria, attribuisce a questo fatto un motivo di superstizione. ?Gli Ungaresi, dic'egli, credeano che Costantinopoli sarebbe il termine delle conquiste de' Turchi.? V. Franza (l. III, c. 20) e Spondano.

109. La testimonianza unanime di quattro Greci vien confermata da Cantemiro (p. 96), che fonda sugli Annali turchi le sue narrazioni; pur sarei proclive a ridurre la distanza di dieci miglia, e a prolungare l'intervallo d'una notte.

110. Franza cita due esempj di navigli trasportati in tal guisa sull'Istmo di Corinto per uno spazio di sei miglia; l'un, favoloso, riguarda le imprese d'Augusto dopo la battaglia di Azio; l'altro, vero, si riferisce a Niceta, Generale greco del decimo secolo. Il ridetto Storico poteva aggiugnere l'audace impresa operata da Annibale per introdurre nel porto di Taranto le sue navi (Polibio, l. VIII, pag. 749, edizione di Gronov.).

111. Questa fazione fu probabilmente consigliata ed eseguita da un Greco di Candia, che in una occasione di tal natura prestò servigio simile ai Veneziani (Spond., A. D. 1438, n. 37).

112. A questo luogo, intendo favellar soprattutto delle imbarcazioni eseguite dai nostri, nel 1776 e 1777, sui laghi del Canadà, impresa che tanti disagi costò e tornò sì inutile nell'effetto.

113. Calcocondila e Duca non vanno d'accordo sul tempo e i particolari della negoziazione, nè questa essendo stata, o gloriosa, o salutare, il fedele Franza risparmia al suo principe fin la taccia d'aver pensato ad arrendersi.

114. Queste ali (Calcocondila, l. VIII, p. 208) non sono che una figura orientale; ma nella Tragedia inglese Irene, la passione di Maometto esce dai limiti della ragione e perfino dal senso comune.

Should the fierce North, upon his frozen wings,

Bear him aloft above the wondering clouds,

And seat him in the Pleiads' golden chariot -

Thence should my fury drag him down to tortures.

?Quand'anche l'impetuoso vento del Nort sulle sue ali addiacciate li portasse al di sopra delle nubi stupefatte, e li collocasse nel dorato carro delle Pleiadi, il mio furore li toglierebbe di là per consegnarli a nuovi tormenti?.

Indipendentemente dalla stravaganza di questo discorso senza conclusione, noterò, 1 Che l'azione de' venti non opera al di là dell'atmosfera. 2 Che il nome, l'etimologia e la favola delle Pleiadi appartengono unicamente al popolo greco (Scholiast. ad Homer. Σ. 686, Eudacia in Ionia, p. 339; Apollodoro, l. III, c. 10; Heyne, p. 229, not. 682), e non han che fare coll'astronomia degli Orientali (Hyde, Ulugbeg. Tabul. in Syntag. Dissert., t. I, p. 40-42; Goguet, Origine des arts, etc; t. VI, p. 73, 78; Gebelm, Hist. du Calendrier, p. 73) studiata da Maometto. 3 Il carro delle Pleiadi non entrò nè nelle scienze dell'astronomia, nè nella favola: temo che il dottore Iohnson abbia confuso le Pleiadi coll'Orsa Maggiore, ossia col Carro, il Zodiaco con una costellazione del Nort.

Αρκτον θ' ην και αμαξαν επικλησιν καλεουσι

Chiamò l'orsa anche carro.

115. Il Franza prende collera per queste acclamazioni dei Musulmani, non perchè adoperavano il nome di Dio, ma perchè vi frammetteano quello del Profeta. Il pio zelo del Voltaire è eccessivo ed anche ridicolo.

116. Sospetto assai che Franza si sia fabbricato a suo modo questo discorso il quale sa di predica e di convento siffattamente da indurre il dubbio se Costantino lo abbia mai pronunziato. Leonardo gli attribuisce un'arringa diversa, in cui si mostra più riguardoso verso gli ausiliari latini.

117. Questo contrassegno di umiltà, che la divozione talvolta ha suggerito ai principi giunti all'estremità della vita, è un perfezionamento aggiunto alla dottrina del Vangelo sul perdono delle ingiurie: è cosa più facile il perdonare novecentonovantanove volte, che il chiedere una sola volta perdono ad un inferiore.

118. Oltre alle diecimila guardie, ai marinai e ai soldati di mare, il Duca annovera dugencinquantamila Turchi, o a cavallo o fantaccini, che a questo assalto generale parteciparono.

119. Il Franza nel censurare severamente la ritirata del Giustiniani, esprime il proprio cordoglio e quello del pubblico. Duca, per motivi che a noi sono ignoti, lo tratta con più riguardi e dolcezza; ma le parole di Leonardo da Chio manifestano un'indegnazione che era tuttavia nel suo primo impeto, gloriae, salutis, suique oblitus. I Genovesi, compatriotti del Giustiniani, sono sempre stati sospetti e spesse volte colpevoli in tutto quanto operarono nelle loro spedizioni dell'Oriente.

120. Duca dice che l'Imperatore fu ucciso da due soldati turchi. Se prestiam fede a Calcocondila, egli rimase ferito in una spalla, indi schiacciato sotto la porta della città. Franza, trasportato dalla disperazione, si precipitò in mezzo ai Turchi, nè fu spettatore della morte di Paleologo; al quale possiamo senza taccia di adulazione applicare que' nobili versi di Dryden.

?Per la vasta pianura, è vana speme

?Di rinvenirlo; allorchè ai vostri sguardi

?Di cadaveri un monte appaia, a quello

?V'inerpicate; e giunti in su la cima,

?Il troverete; al generoso aspetto

?Come nol ravvisar? Coi lumi al cielo

?Ancor conversi, in su quel letto istesso

?Giace supin che di nemiche salme

?Pria gli compose il formidabil brando.

121. Spondano (A. D. 1453, n. 10), che spera l'Imperatore in luogo di salute, vorrebbe potere assolvere questa sua inchiesta dalla colpa di suicidio.

122. Leonardo da Chio giustamente osserva, che se i Turchi avessero riconosciuto l'Imperatore, non avrebbero perdonato a sforzi per salvare un prigioniero di tanta importanza che Maometto dovea desiderare d'aver fra le mani.

123. V. Cantemiro, p. 96. I vascelli Cristiani che si trovavano alla bocca del porto, aveano sostenuto e tardato l'assalto da quella banda.

124. Calcocondila non arrossisce della ridicola supposizione che gli Asiatici saccheggiassero Costantinopoli per vendicare le antiche sciagure di Troia; laonde i gramatici del secolo decimoquinto fanno derivare con compiacenza la grossolana denominazione Turchi dall'altra più classica Teucri.

125. Allorchè Ciro sorprese Babilonia, che stava celebrando una festa, la città era sì grande e sì poca la cura degli abitanti nel farne la guardia, che lungo tempo vi volle prima di far giungere ai lontani rioni la notizia della vittoria del Re persiano. V. Erodoto (l. 1, c. 191) e Usher (Annal., p. 78) che cita su di ciò un passo del Profeta Geremia.

126. Nelle sue prime parole, che i Turchi prenderebbero Costantinopoli, la predizione era facile a farsi, e ad avverarsi pel tristissimo stato de' Greci; il resto fu ben lungi dal verificarsi: il linguaggio poi ond'è espressa e modificata, è proprio del tempo della presa di Costantinopoli, e della circostanza d'una prossima pubblica sciagura, che mettendo spavento grandissimo negli animi, li dispone a ricevere le predizioni e a divenirne fanatici; quel linguaggio poi rassomiglia molto ad uno stile più antico. Vi sono sempre stati veri e falsi Profeti, e vi furono imperfette, e perfette predizioni; fatta dal buon credente l'eccezione de' Profeti della Sacra nostra Scrittura, la considerazione de' tempi, delle politiche e civili circostanze, del carattere nazionale, del clima, della religione, della specie di letteratura del paese di cui si tratta, somministra fondamenti e mezzi per ben intendere le loro mire e per giudicarle. (Nota di N. N.)

127. Questa animata descrizione è tolta da Duca (c. 39), che due anni dopo si trasferì presso il Sultano, come ambasciatore del principe di Lesbo (c. 44). Fino alla conquista di Lesbo, accaduta nel 1463 (Franza, l. III, c. 27), questa isola avrà ringorgato di fuggiaschi bizantini, i quali non avranno fatto altro che raccontare, e forse arricchir di favole la storia della loro sventura.

128. V. Franza, l. III, c. 20, 21. Le sue espressioni son chiare: Ameras sua manu jugulavit.... volebat enim eo turpiter et nefarie abuti. Me miserum et infelicem! Del rimanente, ei non poteva sapere che per via di vaghe vociferazioni le sanguinolente, o infami scene, che accadeano in fondo al Serraglio.

129. V. Tiraboschi (t. VI, part. I, pag. 290) e Lancelot (Mém. de l'Acad. des Inscript. t. X, pag. 718). Sarei curioso di sapere come egli abbia potuto lodare cotesto pubblico nemico, dopo averlo in più d'un luogo vilipeso, come il più corrotto e il più barbaro de' tiranni.

130. I Comentarj di Pio II, suppongono che Isidoro mettesse il suo cappello di Cardinale sulla testa d'un morto; che questa testa venisse recisa e portata in trionfo, intanto che il padrone vero del cappello, era contrattato, venduto, e liberato, come un prigioniero di poco prezzo. La grande Cronaca dei Belgi orna di nuove avventure la fuga d'Isidoro. Ma questi (dice Spondano, A. D. 1453, n. 15), le tacque nelle sue lettere, per paura di perdere il merito e la ricompensa di avere sofferto per Gesù Cristo.

131. Il Bosbec si diffonde con piacere e approvazione su i diritti della guerra e sulla schiavitù tanto comune fra gli Antichi e fra i Turchi (De legat. turcica, epist. 3, p. 161).

132. Somma indicata in una nota in margine dal Leunclavio (Calcocondila, l. VIII, p. 211); ma quando ci vien raccontato che Venezia, Genova, Firenze ed Ancona perdettero cinquanta, venti e quindicimila ducati, sospetto sia stata dimenticata una cifra, ed, anche in tale supposizione, le somme tolte agli stranieri avrebbero appena oltrepassata la quarta parte dell'intero bottino.

133. V. gli elogi esagerati e le lamentazioni di Franza (l. III, cap. 17).

134. è vero che i Latini, o Cattolici, prendendo Costantinopoli, commisero degli eccessi per l'odio che portavano a' Cristiani greci-scismatici; ma i mali cagionati da' Turchi prendendo Costantinopoli sono stati maggiori. Il vedere nella Storia l'odio persecutore e sanguinario fra Cristiani-cattolici, e Cristiani-scismatici, e quello ancora che per simili cagioni venne, merita la nostra compassione riguardando a' traviamenti del fanatismo, riprovati dalla buona morale. L'uomo imparziale, e dotto della Storia civile ed ecclesiastica, conosce che i mali prodotti dalle molte e lunghe controversie e guerre per motivi di religione, e di riti, non furono inferiori a quelli derivati dall'altre guerre. (Nota di N. N.)

135. V. Duca (c. 43) e una lettera 15 luglio 1453 scritta da Lauro Quirini al Pontefice Nicolò V (Hody, De Graecis, p. 192 sopra un manoscritto della Biblioteca di Cotton).

136. Faceasi uso a Costantinopoli del Calendario Giuliano che conta i giorni e le ore incominciando da mezza notte; ma qui sembra che Duca le conti dal nascere del Sole.

137. V. gli Annali Turchi, pag. 329, e le Pandette di Leunclavio, p. 448.

138. Ho già parlato di questo monumento singolare dell'antichità greca (V. il cap. XVII di quest'Opera).

139. Dobbiamo a Cantemiro (pag. 102) le descrizioni fatte dai Turchi sulla trasformazione della chiesa di S. Sofia in Moschea, acerbo argomento delle lamentazioni di Franza e di Duca. è cosa non priva di vezzo l'osservare, come una medesima cosa appare sotto aspetti contrarj a un Musulmano, e a un Cristiano.

140. Il distico originale, da cui questi versi sono tradotti, vien riportato da Cantemiro, e trae nuova bellezza dall'applicazione che ne fu fatta. Così nel saccheggio di Cartagine, Scipione ripetè la profezia famosa di Omero. Parimente un egual sentimento di generosità trasportò la mente de' due conquistatori sul passato o sull'avvenire.

141. Non posso persuadermi con Duca (V. Spondano, A. D. 1453, n. 13) che Maometto abbia fatto portare la testa dell'Imperator greco all'intorno per le province dalla Persia, dell'Arabia ec. Egli sarebbe stato certamente contento di meno inumani trofei.

142. Franza era il personale nemico del Gran Duca, nè il tempo, o la morte di questo nemico, o la solitudine del chiostro, poterono inspirargli qualche sentimento di compassione o di perdono. Duca propende a lodarlo siccome un martire. Calcocondila è neutrale, ma egli è però quel fra gli Storici che ne dà qualche traccia sulla cospirazione ordita dai Greci.

143. V. intorno alla restaurazione di Costantinopoli, e alle fondazioni de' Turchi, Cantemiro (p. 102-109), Duca (c. 42) Thevenot, Tournefort, e gli altri nostri moderni viaggiatori. L'Autore del Compendio della Storia ottomana (tom. I, p. 16-21) fa una pittura esagerata della grandezza e della popolazione di Costantinopoli, dalla quale nondimeno possiamo comprendere che, nel 1586, i Musulmani erano in questa Capitale men numerosi de' Cristiani e ancor degli Ebrei.

144. Il Turbé, o monumento sepolcrale di Abu-Ayub, trovasi descritto e delineato nel Tableau général de l'Empire ottoman (Parigi, 1787, grande in folio), Opera la cui magnificenza supera forse l'utilità.

145. Franza descrive una tale cerimonia, che è stata probabilmente abbellita passando dalle labbra de' Greci in quelle de' Latini. Il fatto vien confermato da Emanuele Malasso, che ha scritta in greco-volgare la Storia de' Patriarchi dopo la presa di Costantinopoli, inserita nella Turco-Graecia del Crusio (l. V, p. 106-184). Ma i leggitori, anche i più proclivi a credere, si persuaderanno difficilmente che Maometto abbia adottata la seguente formola cattolica: Sancta Trinitas quae mihi donavit imperium, te in patriarcham novae Romae delegit.

146. Lo Spondano descrive (A. D. 1453, n. 21; 1458, n. 16), seguendo la Turco-Graecia del Crusio, la schiavitù e le intestine dissensioni della Chiesa greca. Il Patriarca successore di Gennadio si gettò in un pozzo per disperazione.

147. Cantemiro (p. 101-105) si tiene fermo sulla unanime testimonianza de' Turchi antichi e moderni, facendo osservare che questi autori non si sarebbero fatta lecita una menzogna per diminuire la loro gloria nazionale, giacchè ella è cosa più onorevole il prendere una città d'assalto che per capitolazione; ma, 1. sospette mi sembrano tali testimonianze, non citandosi particolarmente dal ridetto Storico alcun autore, mentre gli Annali Turchi del Leunclavio affermano senza eccezione, che Maometto s'impadronì di Costantinopoli per vim (p. 329). 2. Lo stesso argomento varrebbe a favore dei Greci, i quali non avrebbero posto in dimenticanza un Trattato sì onorevole, e in un vantaggioso per essi. Il Voltaire, giusta il suo stile, preferisce i Turchi ai Cristiani.

148. V. Ducange (Fam. byzant., pag. 195) intorno la genealogia e la caduta de' Comneni di Trebisonda, e v. parimente questo Antiquario, sempre esattissimo nelle sue ricerche, sulle cose degli ultimi Paleologhi (p. 244-247, 248). Il ramo de' Paleologhi di Monferrato non si estinse che nel secolo successivo; ma essi avevano dimenticato la loro origine e i congiunti che lasciarono nella Grecia.

149. Nella obbrobriosa Storia delle dispute e delle sciagure de' due fratelli, Franza (l. III, c. 21-30) mostra eccedente parzialità a favor di Tommaso. Duca (c. 44-45) è troppo laconico; troppo diffuso Calcocondila (l. VIII, IX, X) che inoltre impaccia con soverchie digressioni i proprj racconti.

150. V. la perdita, o la conquista di Trebisonda in Calcocondila (l. IX, pag. 263-266), in Duca (c. 45), in Franza (l. III, c. 27), in Cantemiro (p. 107).

151. Il Tournefort (t. III, lett. 17, p. 179) afferma che Trebisonda è mal popolata; ma il Peyssonel, l'ultimo ed il più esatto fra gli osservatori, le attribuisce centomila abitanti (Commercio del mar Nero, t. II, p. 72, e in quanto spetta alla provincia, p. 53-90). La prosperità e il commercio di questo paese vengono continuamente disturbati da due Ode di giannizzeri, in una delle quali si arrolano per l'ordinario trentamila Lazi (Mém. de Tott, t. III, p. 16, 17).

152. Ismael-Beg, principe di Sinope, o Sinople, godea una rendita di dugentomila ducati, derivatagli soprattutto dalle sue miniere di rame (Calcocondila, l. IX, p. 258, 259). Peyssonel (Com. del mar Nero, t. II, p. 100) attribuisce alla moderna città di Sinope trentamila abitanti; calcolo che sembra smisurato. Nondimeno, sol trafficando con una nazione, può conseguirsi una giusta idea della sua popolazione e ricchezza.

153. Lo Spondano, seguendo il Gobelin (Comment. Pii II, l. V), narra l'arrivo del despota Tommaso a Roma, e il ricevimento che v'ebbe (A. D. 1461, n. 3).

154. Con un atto che porta la data de' 6 settembre, 1494, trasportato di recente dagli archivj del Campidoglio alla Biblioteca reale di Parigi, il despota Andrea Paleologo, serbandosi la Morea ed alcuni privilegi, trasmise a Carlo VIII, re di Francia, gl'Imperi di Costantinopoli e di Trebisonda (Spond., A. D. 1493, n. 2). Il sig. di Foncemagne (Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XVII, p. 539-578) ne ha offerta una dissertazione intorno a quest'atto che gli era pervenuto in copia da Roma.

155. V. Filippo di Comines, il quale conta con soddisfazione il numero de' Greci, che speravasi di eccitare a sommossa. Aggiunge a questi suoi calcoli l'osservazione, che i Francesi non avrebbero dovuto eseguire, se non se una traversata di mare di sole settanta miglia e facile assai; e che la distanza da Valona a Costantinopoli non è che di diciotto giorni di cammino ec. In questa occasione la politica dei Veneziani salvò l'Impero dei Turchi.

156. Vedi la descrizione di tale festa in Olivieri della Manica (Mémoires, part. I, c. 29, 30) e la compilazione e le osservazioni del sig. di S. Pelagia (Mém. sur la Chevalerie, t. I, p. III, p. 182-185). - Così il fagiano, come il pavone, venivano riguardati augelli reali.

157. Un computo fatto in que' tempi diè a divedere che la Svezia, la Gozia e la Finlandia, conteneano un milione e ottocentomila combattenti; onde erano ben più popolate che nol sono oggidì.

158. Lo Spondano, nel 1454, seguendo Enea Silvio, ha fatta una pittura dello stato d'Europa, che di proprie osservazioni ha arricchita. Questo pregiabilissimo Annalista, e il Muratori, hanno narrato la sequela delle cose accadute dal 1453 al 1481, epoca della morte di Maometto, alla quale io chiuderò il presente capitolo.

159. Oltre ai due Scrittori d'Annali accennati nella nota precedente, i leggitori potranno consultare il Giannone (Istoria Civile, t. III) intorno all'invasione di Napoli fatta dai Turchi. Quanto alla descrizione del Regno e delle conquiste di Maometto II, mi sono valso talvolta delle Memorie istoriche de' Monarchi ottomani di Giovanni Sagredo, edizione di Venezia del 1677, in 4. O in tempo di pace, o di guerra, i Turchi furono sempre scopo all'attenzione della Repubblica di Venezia. Il Sagredo, Procuratore di S. Marco, potè in virtù della sua carica, veder per entro a tutti i dispacci ed archivj della sua Repubblica, e l'Opera di questo Nobile non va priva di meriti nè per la sostanza, nè per lo stile. Nondimeno dà a divedere troppa acredine contro gl'Infedeli, e la sua narrazione (di sole settanta pagine in quanto spetta a Maometto) diviene più ricca di particolari ed autentica, coll'avvicinarsi agli anni 1640 e 1644 che la compiscono.

160. Terminando qui i miei lavori che si riferiscono all'Impero greco, darò alcuni cenni sulla grande Raccolta degli Scrittori di Bisanzo, de' quali più d'una volta ho citati i nomi e le testimonianze nel corso della presente Storia. Aldo e gl'Italiani non impressero in greco che gli Autori Classici dei tempi migliori; ma dobbiamo agli Alemanni le prime edizioni di Procopio, di Agatia, di Cedreno, di Zonara ec. I volumi della Bisantina (36 vol. in fol.) sono comparsi successivamente (A. D. 1648, ec.) per opera della Tipografia del Louvre, cui hanno prestati alcuni soccorsi le Tipografie di Roma e di Lipsia. Ma l'edizione di Venezia del 1729, meno costosa per vero dire, e più abbondante di quella di Parigi, altrettanto le cede in lusso e correzione. I Francesi che furono incaricati di questa edizione, non possedono tutti eguale grado di merito; le note storiche però di Carlo Dufresne Ducange aggiungono pregio al testo di Anna Comnena, di Cinnamo, di Ville-Hardouin. Le altre Opere pubblicate da questo Scrittore sullo stesso soggetto, vale a dire il Glossario greco, la Costantinopolis christiana, le Familiae byzantinae, spargono sulle tenebre del Basso Impero una vivissima luce.

161. Cioè Gregorio II che fu eletto Vescovo di Roma circa l'anno 716, tempo in cui, appunto, l'Imperatore Leone Isaurico voleva abolire il culto delle Immagini, introdottosi circa due secoli prima, sostenendolo in Italia Gregorio cogli altri Vescovi. Cotale controversia mise a sollevazione l'Italia contro l'Imperatore suo Sovrano, e diede occasione a Gregorio d'opporsi biasimevolmente al pagamento delle pubbliche gravezze, ch'egli non doveva confondere colla quistione del culto delle Immagini, e di prendere dominio temporale in Roma e ne' vicini territorj. Fu questo il primo passo de' Papi (anteriore agli atti di Pipino, ed ai diplomi de' principi Carolini, e degli Ottoni), poco considerato dalla maggior parte degli Storici, alla potestà e sovranità temporale. (Nota di N. N.)

162. L'Abate Dubos, che ha sostenuta ed esagerata l'influenza del clima con minore acume del Montesquieu, succedutogli in questa opinione, fa un'obbiezione a sè stesso dedotta dal tralignamento de' Romani e de' Batavi; e sul primo di questi esempj risponde; 1. essere l'alterazione, sofferta dai Romani, meno reale che apparente; e doversi attribuire alla prudenza de' Romani moderni, se tengono celate entro sè stessi le virtù de' loro maggiori; 2. aver sofferto un grande e sensibile cambiamento l'aere, il suolo e il clima di Roma. (Réfléxions sur la Poésie et la Peinture, p. II, sect. 16).

163. Ho tenuti per tanto tempo lontani da Roma i miei leggitori, che mi è forza insinuar loro di richiamare a memoria o rileggere il Capitolo XLIX di questa Storia.

164. Gli autori che descrivono meglio la coronazione degli Imperatori alemanni, soprattutto di quelli dell'undicesimo secolo, sono il Muratori, che si tiene ai monumenti originali (Antiquit. ital. medii aevi, t. I, Dissert. 6, p. 99, ec.) e il Cenni (Monument. domin. pontific., tom. II, Dissert. 6, p. 261). Non conosco quest'ultimo che per le compilazioni fattene dallo Schmidt (Storia degli Alemanni, tom. III, p. 225-266).

165. Exercitui romano et teutonico! Si scorgea di fatto la realtà dell'esercito degli Alemanni, ma quanto chiamavasi esercito romano, non era più che magni nominis umbra.

166. Il Muratori ne ha offerta la serie delle monete pontificie (Antiquit., t. II, Dissert. 27, pag. 548-554). Non ne trova che due anteriori all'anno 860; e noi ne abbiamo, da Leone III fino a Leone IX, cinquanta, nelle quali vedonsi il titolo e l'effigie dell'Imperatore regnante; nessuna di quelle di Gregorio VII, o di Urbano II, è pervenuta sino a noi; sembra però che Pasquale II non volesse permettere sulle proprie monete questo contrassegno di dependenza.

167. Vedi la nota di N. N. in fine del Volume.

168. Il Teologo dice, che que' contrasti ostinatissimi non derivano d'ambizione, ma da zelo. (Nota di N. N.)

169. V. Ducange, Gloss. Mediae et infimae latinitatis, t. VI, p. 364, 366, Staffa. I Re prestavano questo omaggio agli Arcivescovi, e i vassalli ai loro Signori (Schmidt, t. III, pag. 262). Era una delle più sagaci arti della politica della Corte di Roma il confondere i contrassegni della sommessione figliale con quelli della feudale.

170. Vedi la nota di N. N. alla fine del Volume.

171. Lo zelante S. Bernardo (De Consideratione, lib. III, t. II, p. 431-442, edizione di Mabillon, Venezia 1750) e il giudizioso Fleury (Discours sur l'Hist. eccles., IV e VII) deplorano queste appellazioni che tutte le Chiese portavano innanzi al Pontefice romano; ma il Santo, che credeva alle false decretali, condanna solamente l'abuso di tali appellazioni: lo Storico, più avveduto, rintraccia l'origine e combatte i principj di questa nuova giurisprudenza.

172. Germanici..... Summarii non levatis sarcinis onusti nihilominus repatriant inviti. Nova res! Quando hactenus aurum Roma refudit? et nunc Romanorum consilio id usurpatum non credimus (S. Bernard., De Consideratione, l. III, c. 3, p. 437). Le prime parole di questo passo sono oscure, e verisimilmente alterate.

173. è già noto a' dotti d'istoria civile ed ecclesiastica quanto grandi sieno stati i mali e gli abusi in ciò, e quante le cattive e ridicole consuetudini, che, contrarie alle vere idee della religione, influirono a corrompere in quel tempo la buona morale pubblica. (Nota di N. N.)

174. ?Allorchè i Selvaggi della Luisiana vogliono cogliere il frutto, tagliano il tronco, e dalla pianta atterrata lo svelgono. Ecco qual è il governo dispotico? (Esprit de Lois, lib. V, cap. 13). Le passioni e l'ignoranza sono sempre dispotiche.

175. Gli oracoli de' preti (così non bene denominando l'Autore le decisioni ecclesiastiche) non sono in sostanza, se rettamente dati, che cose derivanti più o meno direttamente dalle Sacre Scritture, o da queste dedotte, e definite coll'autorità de' Concilj, de' SS. Padri e de' Papi, e quindi il buon cattolico che crede alle Sacre Scritture, ed ai giudizj di quelle autorità, riceve per mezzo de' preti spiegazioni, istruzioni e precetti, giacchè i laici o non vogliono, o non possono istruirsi su i libri anzidetti. Se poi si abusò per ignoranza o per arte, cagionando in tempi d'ignoranza e di fanatismo mali grandissimi, ciò è da condannarsi. (Nota di N. N.)

176. Giovanni di Salisbury in un colloquio famigliare con Adriano IV, suo compatriotta, accusa l'avarizia del Papa e del Clero: Provinciarum diripiunt spolia, ac si thesauro Craesi studeant reparare. Sud recte cum eis agit Altissimus, quoniam et ipsi aliis et saepe vilissimis hominibus dati sunt in direptionem (De Nugis Curialium, l. VI, c. 24, p. 387). Nella pagina successiva, biasima la temerità e l'infedeltà de' Romani, l'affezione dei quali invano si sforzavano i Papi di cattivarsi con donativi anzichè per virtù meritarla. Dobbiamo dolerci che Giovanni di Salisbury, avendo scritto sopra tanti argomenti diversi, non ci abbia somministrata, in vece di tratti di morale e di erudizione, qualche notizia di sè medesimo, e de' costumi del suo tempo.

177. Hume's, History of England, vol. I, p. 419. Lo stesso autore, sulla testimonianza di Fitz-Stephen, racconta un atto di crudeltà, singolarmente atroce, commesso contro i preti da Goffredo, padre di Enrico II. ?In tempo ch'egli (Goffredo) dominava la Normandia, il Capitolo di Seez avvisò di procedere senza il consenso del suo Signore alla elezione di un Vescovo. Goffredo ordinò che i Canonici e il Vescovo testè nominati venissero privati delle parti genitali, indi che sopra un piatto gli venisse portata la prova materiale dell'esecuzione della sentenza?. Quegl'infelici aveano bene ogni ragione di lamentarsi del dolore e del pericolo di vita ai quali soggiacquero; ma poichè aveano fatto voto di castità, il tiranno non li privò che d'una ricchezza per essi inutile.

178. Trovansi negli Storici Italiani del Muratori ( t. III, p. 277-685) le Vite de' pontefici, da Leone IX insino a Gregorio VII, composte dal Cardinal d'Aragona, da Pandolfo da Pisa, da Bernardo Guido ec., che hanno tolte da autentici monumenti le narrate cose; e ho sempre avuta questa raccolta dinanzi agli occhi.

179. Le date che si troveranno a mano a mano in questo capitolo possono riguardarsi come citazioni degli Annali del Muratori, eccellente guida, da cui d'ordinario non mi diparto. Egli adopera e cita con magistrale sicurezza, la sua grande Raccolta degli Storici Italiani, divisa in vent'otto volumi, e benchè io l'abbia consultata, possedendo nella mia biblioteca un tale tesoro, ho fatto ciò per diletto, non per un bisogno che l'Autor degli Annali, coll'esattezza delle sue citazioni, mi avrebbe risparmiato.

180. Non posso a meno di qui trascrivere il seguente energico passo di Pandolfo da Pisa: Hoc audiens inimicus pacis atque turbator jam factus Centius Frajapane, more draconis immanissimi sibilans, et ab imis pectoribus trahens longa suspiria, accinctus retro gladio sine mora concurrit, valvas ac fores confregit. Ecclesiam furibundus introiit, inde custode remoto papam per gulam accepit, distraxit, pugnis, calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum Dominum per capillos et brachia, Iesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit, inibi catenavit et inclusit.

181. Ego coram Deo et Ecclesia dico, si unquam possibile esset, mallem unum imperatorem quam tot Dominos (Vit. Gelas. II, p. 398).

182. Quid tam notum saeculis quam protervia et cervicositas Romanorum? Gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia, nisi cum non valet resistere (De Consideratione, l. IV, c. 2, pag. 441). Il Santo riprende fiato, continuando di poi in tal guisa: Hi invisi terrae et caelo, utrique injecere manus, etc. (p. 443).

183. Il Petrarca, nella sua qualità di cittadino romano, si fa lecito di osservare, che S. Bernardo, comunque santo, era uomo; che avea potuto lasciarsi trasportare dalla collera, e fors'anche pentirsi dopo del proprio impeto, ec. (Mém. sur la vie de Pétrarque, t. I, p. 330).

184. Il Baronio nel dodicesimo volume de' suoi Annali trova una scusa semplice e facile, separando i Romani in due categorie, di Cattolici l'una, di Scismatici l'altra. Spetta ai primi tutto il bene, ai secondi tutto il male che è stato detto di Roma.

185. Il Mosheim che dà conto delle eresie del dodicesimo secolo, nelle Inst. Hist. eccles. (p. 419-427), porta favorevole opinione di Arnaldo da Brescia. Ho fatto parola altrove della Setta de' Paoliziani (c. 54) seguendoli nelle loro migrazioni dall'Armenia fino nella Tracia e nella Bulgaria, nell'Italia e nella Francia.

186. Arnaldo da Brescia ci è stato dipinto in originale da Ottone di Freysingen (Chron., l. VII, cap. 31; De Gestis Frederici I, l. I, c. 27; 1. II, c. 21), e nel terzo libro di Ligurinus, poema di Gunther, Autore che vivea nel 1200 (Fabricius, Bibl. lat. med. et infim. aetat., t. III, p. 174, 175). Il Guilliman (De rebus helveticis, lib. III, cap. 5, pag. 108) copia il lungo tratto che a quest'eresiarca si riferisce.

187. Il Bayle, trascinato dalla sua malnata inclinazione a buttare in giuoco tutte le cose, si è sbizzarrito con inconsideratezza e dottrina eguali, quando nel suo Dizionario critico è venuto agli articoli Abelardo, Fulbert, Eloisa. Il Mosheim con somma aggiustatezza ne racconta le dispute di Abelardo e di S. Bernardo intorno a diversi punti di teologia scolastica e positiva (Instit. Hist. eccles., p. 412-415).

188.

- Damnatus ab illo

Praesule, qui numeros vetitum contingere nostros,

Nomen ab INNOCUA ducit, laudabile vita.

Meritano qualche applauso la sagacia e l'esattezza del poeta che trae partito, per fare un complimento, dalle angustie in cui lo ponea il nome anti-poetico di Innocenzo II.

189. Si è trovata a Zurigo una Iscrizione di Statio Turicensis, in caratteri romani (d'Anville, Notice de l'ancienne Gaule, p. 642-644); ma la Città e il Cantone mancavano di prove per arrogarsi ed appropiarsi in privilegio i nomi di Tigurum e di Pagus Tigurinus.

190. Il Guilliman nella sua Opera De rebus helveticis (l. III, cap. 5, pag. 106) ci dà conto della donazione fatta nell'anno 833 dall'Imperatore Lodovico il Pio alla badessa Ildegarda sua figlia. Curtim nostram Turegum in ducatu Alemanniae in pago Durgaugensi, unitamente ai villaggi, ai boschi, ai prati, alle acque, ai censi, alle chiese, ec.... tutte le quali cose formavano un magnifico donativo. Carlo il Calvo concedè a Zurigo il Jus monetae; la città venne cinta di mura sotto Ottone I, e gli Antiquarj di questo paese ripetono con piacere quel verso del Vescovo di Freysingen.

Nobile Turegum multarum copia rerum.

191. V. S. Bernardo (Epist. 195, 196, t. I, p. 187-190). In mezzo alle sue invettive, il Santo si lasciò sfuggire una confessione importante, qui, utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est vitae. Afferma inoltre che Arnaldo sarebbe stato per la Chiesa un acquisto prezioso.

192. Arnaldo consigliava ai Romani,

Consiliis armisque suis moderamina summa

Arbitrio tractare suo: nil juris in hac re

Pontifici summo, modicum concedere regi

Suadebat populo. Sic laesa stultus utraque

Majestate, reum geminae se fecerat aulae.

La poesia del Gunther qui s'accorda colla prosa di Ottone.

193. V. Baronio (A. D. 1148, n. 38, 39) che ha seguito il manoscritto del Vaticano: egli inveisce violentemente contro Arnaldo (A. D. 1141, n. 3), cui pure dà colpa delle eresie politiche che a quei giorni dominavano nella Francia, e gli effetti delle quali il ferivano.

194. I leggitori inglesi possono consultare la Biografia Britannica, articolo Adriano IV; ma i nostri autori nazionali nulla hanno aggiunto alla fama, o al merito del loro concittadino.

195. Oltre allo Storico e al Poeta da me citati, anche il Biografo di Adriano IV racconta gli ultimi fatti di Arnaldo (Muratori, Script. rer. ital., t. III, part. I, p. 441, 442).

196. V. Ducange (Gloss. latin, med. et infim. aetat. Il Decarchones, t. II, p. 726) riferisce, seguendo il Biondi, il seguente passo (Decad. II, l. 2): Duo consules ex nobilitate quotannis fiebant, qui ad vetustum consulum exemplar, summae rerum praeessent; e il Sigonio (De regno Italiae, l. VI, opp. t. II, p. 400) parla de' Consoli e de' Tribuni del decimo secolo. Il Biondi ed anche il Sigonio si sono troppo attenuti al metodo classico di supplire colla ragione e coll'immaginazione alla mancanza di monumenti.

197. Nel Panegirico di Berengario (Muratori, Script. rer. ital., t. II, part. I, p. 408) parlasi di un Romano consulis natus, nel principio del decimo secolo. Il Muratori (Dissert. 5) ha trovato negli anni 952, 956 un Gratianus in Dei nomine consul et dux, e un Georgius consul et dux; nel 1015, Romano, fratello di Gregorio VIII, si intitolava superbamente, ma in un modo alquanto vago, Consul et Dux et omnium Romanorum Senator.

198. Gl'Imperatori greci, fino al secolo decimo, hanno usato coi Duchi di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, ec., del titolo di υπατο? o console (Vedi Chron. Sagornini in diversi luoghi), e i successori di Carlomagno non rinunziarono ad alcune delle loro prerogative. Ma in generale, i nomi di Console e di Senatore che si usarono altra volta presso i Francesi e gli Alemanni, non vogliono dir altro che Conte, o Signore (Seigneur; Ducange, Gloss.). Gli Scrittori monastici cedono di frequente all'ambizione di mettere in uso belle espressioni classiche.

199. La forma più costituzionale è quella che trovasi in un Diploma di Ottone (A. D. 998): Consulibus Senatus populique romani; ma verisimilmente è apocrifo un tale atto. Lo Storico Dithmar (Muratori, Dissert. 25) narrando la coronazione di Enrico I, accaduta nel 1014, lo rappresenta: A senatoribus duodecim Vallatum quorum sex rasi barba, alii prolixa, mystice incedebant cum baculis. Il Panegirico di Berengario fa menzione del Senato (p. 406).

200. Nell'antica Roma, l'Ordine equestre, soltanto sotto il consolato di Cicerone, che si dà merito dell'instituzione di quest'Ordine, divenne un terzo ramo della repubblica, prima composta unicamente del Senato e del popolo. (Plinio, Hist. nat. XXXIII, 3; Beaufort, Republ. rom., t. I, p. 144-155).

201. Il Gunther descrive ancora il sistema democratico immaginato da Arnaldo di Brescia:

Quin etiam titulos urbis renovare vetustos;

Nomini plebeio secernere nomen equestre,

Jura tribunorum, sanctum reparare senatum,

Et senio fessas mutasque reponere leges.

Lapsa ruinosis et adhuc pendentia muris

Reddere primaevo Capitolia prisca nitori.

Ma alcune di tali riforme erano chimere, altre si riducevano a sole parole.

202. Dopo lunghe dispute fra gli Antiquarj di Roma, sembra cosa oggidì convenuta, che la cima del monte Capitolino, presso al fiume, sia il mons Tarpeius, l'Arx, e che sull'altra sommità, la chiesa e il convento di Aracoeli, occupati dai Franciscani Scalzi, tengano il luogo ove fu un giorno il tempio di Giove (Nardini, Roma antica, l. V, c. 11-16).

203. Tacit., Hist. III, 69, 70.

204. Questo parteggiamento delle monete fra l'Imperatore e il Senato non è per altro un fatto positivo, ma opinione verisimile de' migliori Antiquarj (V. la Scienza delle Medaglie del P. Joubert, t. II, pag. 208-211, nella edizione, perfetta quanto rara, del Barone della Bastia).

205. La dissertazione ventesimasettima sulle Antichità d'Italia (tom. II, p. 559-599 delle Opere del Muratori) offre una serie di monete senatoriali che portavano gli oscuri nomi di Affortiati, Infortiati, Provisini, Parparini. Nel durare di quest'epoca, tutti i Papi, senza eccettuarne Bonifazio VIII, si astennero dall'usare il diritto di batter moneta, ripreso poi da Benedetto XI, il quale ne usò in modo regolare nella Corte di Avignone.

206. Uno Storico alemanno, Gerardo di Reicherspeg (in Baluz. Miscell., t. V, pag. 64, V. Schmidt, Storia degli Alemanni, t. III, pag. 265 ), così descrive la costituzione di Roma dell'undicesimo secolo: Grandiora urbis et orbis negotia spectant ad romanum pontificem, itemque ad romanum imperatorem; sive illius vicarium urbis praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet dominum papam cui facit hominium, et dominum imperatorem a qua accipit suae potestatis insigne, scilicet gladium exertum.

207. Un autore contemporaneo (Pandolfo da Pisa nella Vita di Pasquale II, pag. 357, 358) racconta come accaddero nel 1118 l'elezione del Prefetto e la formalità del giuramento: Inconsultis patribus..... loca praefectoria.... laudes praefectoriae... comitiorum applausam.... juraturum populo in ambonem sublevant.... confirmari eum in urbe praefectum petunt.

208. Urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum quod illi donavit de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuit obligatus, et ab eo prefecturae tenuit honorem (Gesta Innocent. III, in Muratori, tom. III, part. I, p. 487).

209. V. Ottone di Freysing, Chron. VII, 31; De gestis Frederici I, l. I, c. 27.

210. Un Autore inglese, Ruggero Hoveden, fa menzione dei soli senatori della famiglia Capuzzi ec., quorum temporibus melius regebatur Roma quam nunc (A. D. 1194) est temporibus LVI senatorum (Ducange, Gloss., t. VI, p. 191, SENATORES).

211. Il Muratori (Dissert. 42, t. III, p. 785-788) ha pubblicato un Trattato originale, il cui titolo è: Concordia inter D. nostrum papam Clementem III et senatores populi romani super regalibus et aliis dignitatibus urbis, etc., anno 44 Senatus. Ivi il Senato assume il linguaggio dell'autorità: Reddimus ad praesens.... habebimus.... dabitis praesbyteria... jurabimus pacem et fidelitatem, etc. Lo stesso autore ne offre ancora una chartula de Tenimentis Tusculani, che porta per data il quarantasettesimo anno della stessa epoca, e vien confermata decreto amplissimi ordinis senatus acclamatione P. R. publice Capitolio consistentis. Trovasi quivi la distinzione fra i senatores consiliarii e i semplici senatori (Murat., Diss. 42, t. III, p. 787-789).

212. Il Muratori (Dissert. 45, t. IV, p. 64-92) ha data ottimamente a conoscere questa forma di governo, e l'Oculus pastoralis, che trovasi in fine di tale Opera, è un trattato, o sermone sugli obblighi de' Magistrati stranieri.

213. Gli Autori latini, quelli almeno del secolo d'argento, aveano già trasportato dall'uffizio alla persona insignita di esso il vocabolo potestas.

Hujus qui trahitur praetextam sumere mavis.

An Fidenarum Gabiorumque esse POTESTAS.

(Juven., Satir. XI, 99)

214. V. la Vita e la morte di Brancaleone nella Historia major di Mattia Paris, p. 741, 757, 792, 797, 799, 810, 823, 833, 836, 840. I pellegrinaggi e le sollecitazioni delle cause mantenevano in corrispondenza le Corti di Roma e di S. Albano; e il Clero inglese, pieno d'astio contro i Papi, si rallegrava in veggendoli umiliati ed oppressi.

215. Così Mattia Paris conchiude il tratto che si riferisce a Brancaleone: Caput vero ipsius Brancaleonis in vase pretioso super marmoream columnam collocatum, in signum sui valoris et probitatis, quasi reliquias, superstitiose nimis et pompose sustulerunt. Fuerat enim superborum potentum et malefactorum urbis malleus et exstirpator, et populi protector et defensor, veritatis et justitiae imitator et amator (p. 840). Un biografo d'Innocenzo IV (il Muratori, Script., t. III, parte I, p. 591, 592) fa un ritratto men favorevole di questo Senator ghibellino.

216. Quegli Storici, le cui Opere trovansi inserite nell'ottavo volume della Raccolta del Muratori, Nicolò di Iamsilla (p. 592), il monaco di Padova (pag. 724), Sabba Malespini (lib. II, cap. 9, p. 808), e Ricordano Malespini (c. 177, p. 999), parlano della nomina di Carlo d'Angiò all'uffizio di Senatore perpetuo di Roma.

217. L'arrogante Bolla di Nicolò III, che fonda la sua temporale sovranità sulla donazione di Costantino, ne rimane tuttavia, e Bonifazio VIII avendola inserita nella sesta delle Decretali, i Cattolici, o almeno i Papisti, debbono riverirla siccome legge sacra e perpetua.

218. Devo al Fleury (Hist. eccles., t. XVIII, p. 306) una compilazione di quest'atto dell'autorità del popolo, ch'egli ha tolto dagli Annali ecclesiastici di Odorico Rainaldo, A. D. 1281, n. 14, 15.

219. Ottone, Vescovo di Freysingen, ha conservato tali lettere e discorsi (Fabricius, Bibliot. latin. medii et infim. t. V, pag. 186, 187). Ottone era forse lo Storico che potea fra tutti i suoi colleghi vantare più eccelsi natali. Figlio di Leopoldo, marchese d'Austria, e di Agnese figlia dell'Imperatore Enrico IV, era divenuto fratello di Corrado III, zio di Federico I. Ha lasciata una Cronaca de' suoi tempi in sette libri, e una Storia De Gestis Frederici I, in due libri; questa ultima Opera si trova nel sesto volume degli Storici del Muratori.

220. Noi desideriamo, diceano que' Romani ignoranti, di restituire l'Impero in cum statum, quo fuit tempore Constantini et Justiniani, qui totum orbem vigore senatus et populi romani suis tenuere manibus.

221. V. Ottone di Freysing., De gestis Freder. I, l. I, c. 28, p. 662-664.

222. Hospes eras, civem feci. Advena fuisti ex transalpinis partibus, principem constitui.

223. Non cessit nobis nudum imperium, virtute sua amictam venit, ornamenta sua secum traxit. Penes nos sunt consules tui, etc. Cicerone, o Tito Livio non avrebbero disdegnate queste immagini che adoperava un Barbaro nato ed allevato nell'ercinia Foresta.

224. Ottone di Freysingen, che conoscea certamente il linguaggio della Corte e della Dieta alemanna, parla de' Franchi del dodicesimo secolo come della nazione regnante (proceres Franchi, equites Franchi, manus Francorum): aggiunge nondimeno l'epiteto Teutonici.

225. V. Ottone di Freysingen (De Gestis Frederici I, l. II, c. 22, pag. 720-723). Nella traduzione e nel compendio di questi atti autentici e originali, mi sono permesse alcune libertà, senza per altro discostarmi dal senso.

226. Il Muratori (Dissert. 26, tom. II, p. 492) ha tolto dalle Cronache di Ricobaldo e di Francesco Pipino questo bizzarro avvenimento, e i pessimi versi che accompagnarono il donativo.

Ave decus orbis, ave! Victus tibi destinor, ave!

Currus ab Augusto Frederico Caesare justo.

Vae Mediolanum! Jam sentis spernere vanum

Imperii vires, proprias tibi tollere vires.

Ergo triumphorum urbs potes memor esse priorum

Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant.

Ecco ora un passo delle Dissertazioni italiane: Nè si dee tacere che nell'anno 1727, una copia di esso Carroccio in marmo, dianzi ignoto, si scoprì nel Campidoglio, presso alle carceri di quel luogo, dove Sisto V l'avea fatto rinchiudere. Stava esso posto sopra quattro colonne di marmo fino colla seguente inscrizione, ec., il soggetto della quale collimava con quello dell'Inscrizione antica.

227. Il Muratori narra con imparziale erudizione (Annal., t. X, XI, XII) quanto si riferisce al declinare delle forze e dell'autorità degl'Imperatori in Italia; e i nostri leggitori potranno raffrontarne i racconti colla Storia degli Alemanni (tom. III, IV) scritta da Schmidt, che con quest'Opera si meritò la stima de' proprj concittadini.

228. V. Floro, l. I, c. 11, (traduzione Liguì, edizione Bettoni del 1823, p. 17, 18). Può leggersi con molta soddisfazione questo passo di Floro che meritò gli elogi di un uomo sommo (Oeuvres de Montesquieu, t. III, p. 634, 635, edizione in 4).

229. Ne a feritate Romanorum, sicut fuerant Hostienses, Portuenses, Tusculanenses, Albanenses, Labicenses, et nuper Tiburtini destruerentur (Mattia Paris, p. 757). Questi avvenimenti vengono accennati negli Annali e nell'Indice del Muratori (vol. XVIII).

230. V. la vivace pittura che ne presenta il P. Labat (Voyage en Espagne et en Italie) dello stato e delle rovine di queste città, sobborghi, per così dire, di Roma, e quanto egli dice sulle rive del Tevere, ec. Era egli riseduto lungo tempo in vicinanza di Roma. V. anche una descrizione più esatta di questa città che il P. Esch

inard (Roma, 1750, in 8) ha unita alla Carta topografica del Cingolani.

231. Il Labat (t. III, p. 233) porta un decreto che, prima di questo risorgimento, era stato emanato dal Governo romano, e nel quale trovavasi una espressione che feriva crudelmente l'amor proprio e la povertà de' Tivolesi: In civitate Tiburtina non vivitur civiliter.

232. Per assicurarsi questa data, il Muratori ha avuta la saggezza di ponderare le testimonianze di nove autori, contemporanei alla battaglia.

233. V. Mattia Paris, (p. 345). Il Prelato che comandava una parte dell'esercito pontifizio, era Pietro di Roche, stato Vescovo di Winchester trentadue anni. Lo Storico inglese ce lo dipinge, come guerriero e uomo di Stato (p. 178-399).

234. I fatti su i quali l'Autore scorre colla sua solita rapidità, sono veri pur troppo, ma null'altro proveranno se non se i Papi, ed i preti in generale, essendo uomini, furono talvolta presi, come gli altri, da ambizione, da avidità, e da altre passioni, e quindi alcune volte i partiti loro, pel grande loro potere su gli animi, furono terribili; l'espressione figurata la vigna del Signore, onde l'Autore disegna la Chiesa, non era da usarsi, perchè i teologi dicono che la Chiesa è il corpo mistico, cioè misterioso di Cristo, nel quale veramente non devono essere le cose anzidette, avendo egli detto a' suoi seguaci pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis; ma pur troppo la Storia ecclesiastica e civile è piena di fatti, che mostrano avere i Cristiani spesse volte dimenticato quelle parole. (Nota di N. N.)

235. Se il volgo riguardava quale idolo il Papa, s'allontanava assai dal vero cristianesimo e dalla vera idea che devesi avere del Papa. (Nota di N. N.)

236. V. Mosheim (Instit. Hist. eccl., p. 401-403). Lo stesso Alessandro non rimase per poco vittima di una di queste tumultuose elezioni; e Innocenzo, il cui merito era dubbioso, fu riconosciuto Papa soltanto, perchè l'ingegno e il sapere di S. Bernardo fecero piegare a favore di lui la bilancia. Vedine la Vita e gli scritti.

237. Il Thomassin (Discipl. de l'Eglise, t. I, pag. 1252-1287) ha discusso con molto senno sopra tutto quanto si riferisce all'origine, ai titoli, all'importanza, alle preminenze, agli abiti, ec. de' Cardinali, ma la loro porpora non ha conservato lo stesso splendore. Il sacro Collegio venne aumentato e determinato al numero di settantadue individui, onde raffigurasse, sotto l'autorità del Vicario di Gesù Cristo, il numero de' suoi discepoli.

238. V. la Bolla di Gregorio X (Approbante sacro Concilio nel SESTO della legge canonica, l. I, t. 6, c. 3) vale a dire nel supplemento alle Decretali che Bonifazio VIII promulgò a Roma nel 1298, diramandole a tutte le Università dell'Europa.

239. L'ingegno del Cardinale di Retz gli dava diritto di dipingere il Conclave del 1665 al quale assistè (Mem. t. IV, p. 15-57). Ma non so in qual conto debbano tenersi il sapere e la veracità di un anonimo italiano, la cui Storia (Conclavi, in 4, 1667) è stata continuata dopo il regno di Alessandro VII. La fortuna accidentale dell'Opera offre agli ambiziosi una lezione non fatta per iscoraggiarli. Per mezzo a un intricato labirinto si arriva alla cerimonia dell'adorazione, e la pagina successiva comincia dai funerali del Candidato prescelto.

240. Le espressioni del Cardinale di Retz sono positive e pittoresche. ?Vi si stette sempre col medesimo rispetto, e colla medesima civiltà, che vengono osservati ne' gabinetti dei Re; colla stessa gentilezza che vedeasi adoperata alla Corte di Enrico III; con quella famigliarità che appartiene ai Collegi, colla modestia addicevole ai noviziati, con quella carità, almeno in apparenza, che regnar potrebbe in mezzo a fratelli perfettamente concordi tra loro?.

241. ?Richiesti per bando (così si esprime Giovanni Villani) senatori di Roma, e 52 del populo, e capitani de' 25, et consoli (Consoli?) e 13 buoni huomini, uno per rione?. Noi non abbiamo cognizioni bastanti su quella età per determinare qual parte di una tale costituzione fosse solamente temporanea, e qual altra ordinaria e permanente. Però, gli antichi statuti di Roma ne porgono in ordine a ciò qualche debole lume.

242. Il Villani (l. X, c. 68-71, in Muratori, Script. t. XIII, p. 641-645) parla di cotesta legge, narrando l'avvenimento con molto meno orrore di quello che ne dimostra il prudente Muratori. Coloro che hanno studiati i tempi barbari de' nostri Annali, avranno anche veduto quanto le idee, o, a dir meglio, le assurdità della superstizione, sieno incoerenti e variabili.

243. V. nel primo volume de' Papi d'Avignone la seconda Vita originale di Giovanni XXII (p. 142-145), la confessione dell'Antipapa (p. 145-152) e le laboriose note del Baluzio (p. 714, 715).

244. Romani autem non valentes nec volentes ultra suam celare cupiditatem, gravissimam contra papam movere caeperunt quaestionem, exigentes ab eo urgentissime omnina quae subierant per ejus absentiam damna et jacturas, videlicet in hospitiis locandis, in mercimoniis, in usuris, in redditibus, in provisionibus, et in aliis modis innumerabilibus. Quod cum audisset papa, praecordialiter ingenuit, et se comperiens MUSCIPULATUM etc-. (Mattia Paris, p. 757). Circa alla Storia ordinaria della vita de' Papi, alle loro azioni, alle morti, residenze in Roma, e allontanamenti, ci contentiamo di accennare ai nostri leggitori gli Annalisti ecclesiastici, Spondano e Fleury.

245. Oltre alle Storie generali delle Chiese d'Italia e di Francia, abbiamo un prezioso Trattato, composto da un Dotto, amico del sig. de Thou, che ha per titolo Histoire particulière du grand différent entre Boniface VIII et Philippe le-Bel, par Pierre Dupuis (t. VII, part. II, p. 61-82); ed è inserito nelle Appendici delle ultime e migliori edizioni della Storia del Presidente De Thou.

246. Non è cosa sì facile da comprendersi, se il Labat (t. IV, pag. 53-57) scherzi, o parli sul serio, quando racconta che il paese d'Agnani si risente tuttavia di questa maledizione di Benedetto XII; e che la natura, fedele suddita de' Pontefici, vi tarda ciascun anno la maturità delle biade, degli olivi e delle vigne.

247. Se il Labat scriveva di buona fede, egli era grandemente ingannato dalle sue cieche prevenzioni, e dal fanatismo; e se faceva la satira della stupida credulità del popolo d'Agnani di quel tempo, avea ben ragione di farla; ma colle satire non s'istruiscono, ma s'irritano i popoli; vi vogliono libri ben fatti e scuole. (Nota di N. N.)

248. V. nella Cronaca di Giovanni Villani (l. VIII, c. 63, 64, 80, in Muratori, t. XIII) l'imprigionamento di Bonifazio VIII e l'elezione di Clemente V. I particolari di tale elezione, come quelli di molti aneddoti, non sono troppo chiari.

249. Le Vite originali degli otto Papi di Avignone, Clemente V, Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V, Gregorio XI e Clemente VII, furono pubblicate da Stefano Baluzio (Vitae paparum Avenionensium, Parisiis, 1693, 2 vol. in 8), con lunghe note e ben fatte, e con un volume d'atti e documenti. Collo zelo di un uomo amante della sua patria e di un editore, giustifica, o scusa pietosamente i caratteri de' suoi concittadini.

250. Gl'Italiani paragonano Avignone a Babilonia, e chiamano la migrazione della Santa Sede in quella città cattività di Babilonia. La Prefazione del Baluzio confuta gravemente tali metafore più addicevoli alla fantasia del Petrarca che alla ragione del Muratori. L'abate di Sade si va trovando in impaccio tra la sua affezione verso il Petrarca e l'amore di patria. Osserva modestamente che molti svantaggi locali di Avignone sono spariti, e che gl'Italiani venuti a stanziarsi colà, seguendo la Corte de' Pontefici, vi aveano portati que' vizj contro cui l'estro del Petrarca si è scatenato (t. I, p. 23-28).

251. Filippo III, re di Francia, cedè nel 1273 la Contea del Venesino ai Pontefici, dopo avere egli ereditati i dominj del Conte di Tolosa. Quarant'anni prima, l'eresia del Conte Raimondo avea somministrato un pretesto agli stessi Papi di impadronirsi di questa Contea; e fin dall'undicesimo secolo riscoteano diversi diritti d'oscura origine sopra alcune terre citra Rhodanum (Valois, Notitia Galliarum, p. 459-610; Longuerue, Déscript. de la France, t. I, p. 376-381).

252. Se un possedimento di quattro secoli non tenesse vece di un diritto, sì fatte obbiezioni basterebbero a rendere nullo il contratto; ma farebbe sempre di mestieri restituire la somma, perchè fu realmente pagata. Civitatem Avenionem emit... per ejusmodi venditionem pecunia redundantes, etc. (Secunda vita Clement. VI, in Baluzio, t. I, p. 272; Muratori, Script., t. III, part. II, p. 565). Giovanna, e il secondo marito della medesima, furono sedotti dal danaro contante, senza del quale non avrebbero potuto ritornare nel loro regno di Napoli.

253. Clemente V fece in una sola volta una promozione di dieci Cardinali, nove francesi, uno inglese (Vit. quarta, pag. 63, Baluzio, p. 625, etc.). Nel 1331 il Papa ricusò due Prelati raccomandatigli dal Re di Francia, quod XX cardinales, de quibus XVII de regno Franciae originem traxisse noscuntur, in memorato collegio existant (Thomassin, Discipl. de l'Eglise, t. I, p. 1281).

254. Le prime nozioni intorno a ciò, ne vengono dal Cardinale Giacomo Gaetano (Maxima Bibl. patrum, t. 25); sarei imbarazzato a decidere se il nipote di Bonifazio VIII fosse uno stupido, o un malvagio; le incertezze sono minori rispetto al carattere dello zio.

255. Sanno già le colte persone la condotta di Bonifazio VIII, e conoscono il di lui carattere; egli fu ed è disapprovato per avere voluto colle scomuniche sottomettere l'autorità del re di Francia, Filippo il Bello, nelle cose temporali, e per avere quindi recato molti mali. (Nota di N. N.)

256. V. Giovanni Villani (l. VIII, c. 36) nel dodicesimo volume della Raccolta del Muratori, e il Chronicon Astense, nell'undecimo volume della stessa Raccolta. Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem accepit, nam duo clerici, cum rastris, etc.

257. Le due Bolle di Bonifazio VIII e di Clemente VI si trovano nel Corpus juris canonici, (Extravag. commun., l. V, tit. 9, c. 1, 2).

258. Gli Anni e i giubbilei sabbatici della legge di Mosè (Car. Sigon. de republ. Hebraeorum, Opp., tom. IV, lib. III, c. 14, 15, pag. 151, 152); la sospensione di ogni specie di cura e lavori, quella restituzione periodica dei fondi, quell'affrancamento dai debiti e dalla servitù, ec., offrono una bella idea, ma l'esecuzione ne sarebbe impossibile in una repubblica non teocratica; e avrei piacere, se mi si potesse dimostrare che gli Ebrei osservavano di fatto questa rovinosa festa.

259. V. la Cronaca di Mattia Villani (t. I, c. 56) nel volume decimoquarto del Muratori, e les Mém. sur la vie de Pétrarque (t. III, p. 75-89).

260. Il sig. Chais, Ministro della Comunione protestante all'Aia, ha trattato profondamente questo argomento nelle sue Lettres historiques et dogmatiques sur les Jubilées et les Indulgences (Aia, 1751, 3 v. in 12); Opera laboriosa, e che riuscirebbe dilettevole, se l'Autore non avesse preferito il carattere di teologo polemico a quel di filosofo.

261. Il Muratori (Dissert. 47) cita gli Annali di Firenze, di Padova, di Genova ec., l'analogia degli altri avvenimenti, la testimonianza di Ottone di Freysingen (De Gestis Freder. I, lib. II, cap. 13) e la sommessione del Marchese d'Este.

262. Nell'anno 824 l'Imperatore Lotario I si credè in necessità d'interrogare il popolo romano per intendere dai singoli individui, secondo qual legge nazionale intendevano di essere governati.

263. Il Petrarca inveisce contro questi stranieri, tiranni di Roma, in una declamazione, o epistola piena di ardite verità, e di assurda pedanteria, che pretendeva applicare le massime ed anche i pregiudizj dell'antica Repubblica a Roma, qual trovavasi nel secolo decimoquarto (Mem., t. III, p. 157-169).

264. Il Pagi (Critica, t. IV, p. 435, A. D. 1124, n. 3, 4) racconta l'origine e le avventure di questa famiglia di ebrei, traendo le sue testimonianze dal Cronographus Maurigniacensis, e da Arnulphus Sagiensis de Schismate (in Muratori, t. III, part. I, p. 423-432). I fatti debbono sotto alcuni aspetti esser veri; ma piacerebbemi che fossero stati narrati freddamente prima di farne un argomento di rimprovero all'Antipapa.

265. Il Muratori ha pubblicate due dissertazioni (41 e 42) su i nomi, i soprannomi e le famiglie d'Italia. La critica ferma e moderata di questo Storico può forse avere offesi alcuni Nobili che delle favolose loro genealogie superbiscono. Nondimeno poche once di oro puro vagliono meglio di molte libbre di metallo grossolano.

266. Il Cardinale di S. Giorgio, nella sua Storia poetica, o a meglio dire versificata, della elezione e coronazione di Bonifazio VIII (Muratori, Scriptor. Ital., tom. III, parte I, p. 641, ec.) ne fa conoscere lo stato di Roma e le famiglie ch'essa racchiudeva all'epoca di tale coronazione (A. D. 1295):

Interea titulis redimiti sanguine et armis

Illustresque viri Romana a stirpe trahentes

Nomen in emeritos tantae virtutis honores

Intulerant sese medios festumque colebant,

Aurata fulgentes toga sociante caterva.

Ex ipsis devota domus praestantis ab URSA

Ecclesiae, vultumque gerens demissius altum

Festa COLUMNA Jocis, nec non SABELLIA mitis;

Stephanides senior, COMITES, ANNIBALICA proles,

Praefectusque urbis magnum sine viribus nomen.

(l. II, c. 5, 100, p. 647, 648)

Gli antichi statuti di Roma distinguono undici famiglie di Baroni, che debbono prestare in consilio communi, e dinanzi al Senatore, il giuramento di non concedere asilo nè protezione ai malfattori, agli esiliati ec., giuramento che poi non osservavano.

267. Possiam dolerci che i Colonna non abbiano eglino stessi pubblicata una Storia compiuta e critica della illustre loro famiglia; la quale idea mi viene suggerita dal Muratori (Dissert. 42, t. III, p. 647, 648).

268. V. Pandolfo da Pisa, in vit. Pascal. II, in Muratori, Script. Ital., t. III, part. I, p. 335. Questa famiglia possede tuttavia vasti fondi nella Campagna di Roma; ma ha venduto ai Rospigliosi il feudo Colonna (Eschinard, p. 358, 359).

269. Te longinqua dedit tellus et pascua Rheni, dice il Petrarca; e nel 1417 un duca di Gheldria e di Juliers si riconobbe (Lenfant, Histoire du Concile de Constance, t. II, p. 539) discendente degli antenati di Martino V (Ottone Colonna). Ma il re di Prussia osserva nelle Mémoires de Brandebourg, che ne' suoi stemmi lo scettro è stato confuso colla Colonna. Per sostenere l'origine romana di questa famiglia, fu ingegnosamente supposto (Diario di Monaldeschi, ne' Script. ital., t. XII, p. 553) che un cugino dell'Imperatore Nerone, nel fuggir da Roma, andasse ad edificare la città di Magonza.

270. Non è a questo luogo da tacersi il trionfo romano, o l'ovazione di Marc'Antonio Colonna, che avea comandate le galee del Papa alla battaglia di Lepanto (De Thou, Hist., l. VII, t. III, p. 55, 56; Muratori, Oratio 10, opp. t. I, p. 180-190).

271. Muratori, Annali d'Italia, t. X, p. 216, 220.

272. Il grande affetto dimostratosi sempre dal Petrarca alla famiglia Colonna ha indotto l'abate di Sade a raccogliere molte particolarità intorno la condizione, in cui si trovavano i Colonna nel secolo decimoquarto, la persecuzione che soffersero da Bonifazio VIII, il carattere di Stefano e de' suoi figli, i loro litigi cogli Orsini, etc. (Mém. sur Pétrarque, t. I, pag. 98-110, 146-148, 174-176, 222-230, 275-280). La critica del Sade spesse volte corregge i fatti narrati dal Villani sopra semplici tradizioni, e gli errori di alcuni moderni meno esatti. Vengo assicurato che il ramo di Stefano è estinto.

273. Alessandro III avea promulgati incapaci di possedere alcun beneficio ecclesiastico tutti i Colonna che parteggiarono per l'Imperatore Federico I (Villani, l. V, c. 1), e Sisto V abolì l'usanza di rinovare ogni anno la scomunica emanata contro di essi (Vit. di Sisto V, t. III, pag. 416). Il tradimento, il sacrilegio e l'esilio sono di frequente la miglior prova di antica nobiltà.

274.

- Vallis te proxima misit

Apenninigenae qua prata virentia sylvae

Spoletana metunt armenta gregesque protervi.

Il Monaldeschi (t. XII, Script. ital., pag. 533) attribuisce origine francese alla casa Orsini. Può essere che in tempi lontanissimi sia migrata di Francia in Italia.

275. La Vita di Celestino V, pubblicata in versi dal Cardinale di S. Giorgio (Murat., t. III, part. I, pag. 613, ec.) contiene il seguente passo assai chiaro, nè privo di eleganza (l. I, c. 3, p. 203. ec. ).

- Genuit quem nobilis Ursae (Ursi?)

Progenies, romana domus, veterataque magnis

Fascibus in clero, pompasque experta senatus,

Bellorumque manu grandi stipata parentum

Cardineos apices nec non fastigia dudum

Papatus iterata tenens.

Il Muratori (Dissert. 42, t. III) vorrebbe si leggesse Ursi, ed osserva che il primo pontificato di Celestino III, Orsino, era sconosciuto.

276. Filii Ursi, quondam Celestini papae nepotes, de bonis Ecclesiae romanae ditati (Vit. Innocent. III, in Muratori, Script., t. III, p. 1). La prodigalità usata da Nicolò III a favore de' suoi parenti apparisce anche meglio dalle Opere del Villani e del Muratori. Ciò nonostante gli Orsini avrebbero trattati con disdegno i nipoti di un Papa moderno.

277. Il Muratori nella sua Diss. 51 sulla Antichità d'Italia, spiega l'origine delle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini.

278. Il Petrarca (t. I, p. 222-230) come partigiano de' sentimenti dei Colonna, ha celebrata una tale vittoria; ma due autori contemporanei, l'uno di Firenze (Giovanni Villani, lib. X, c. 220), l'altro di Roma (Lodovico Monaldeschi, p. 533, 534), contraddicono l'opinione del Poeta, e si mostrano men favorevoli all'armi Colonna.

279. L'abate di Sade (t. I, Notes, p. 61-66) ha applicato il sesto Sonetto del Petrarca Spirto Gentil, ec., a Stefano Colonna il Giovane.

ORSI, lupi, leoni, aquile e serpi

Ad una gran marmorea COLONNA

Fanno noja sovente ed a sè danno.

280. Les Mémoires sur la vie de Fran?ois Pétrarque (Amsterdam, 1764; 1767, 3 vol. in 4) presentano un'Opera abbondante di particolarità, originale e gradevole assai; lavoro eseguito con impegno, e da tale che avea studiati accuratamente e il Poeta, e i contemporanei del Poeta; ma in mezzo alla Storia generale del secolo in cui visse l'eroe del racconto, lui medesimo perdiamo troppo sovente di vista, e l'autore comparisce talvolta snervato per troppa ostentazione di urbanità e di galanteria. Nella prefazione posta al primo volume, l'abate di Sade accenna, esaminando partitamente il merito di ciascheduno, venti biografi italiani, che hanno trattato ex professo l'argomento medesimo.

281. L'opinione di coloro che voleano Laura essere solamente un personaggio allegorico, prevalse nel secolo decimoquinto, ma i circospetti Comentatori non s'accordavano, volendo alcuni che Laura fosse la Religione, altri la Virtù, e persino la Santissima Vergine, ec. V. le Prefazioni del primo e secondo volume dell'abate di Sade.

282. Laura di Noves, nata verso l'anno 1307, nel gennaio del 1325, sposò Ugo di Sade, gentiluomo di Avignone, che fu geloso, ma non, a quanto sembrò, per effetto di amore, perchè contrasse novelle nozze, sette mesi dopo la morte di Laura, accaduta nel 6 di aprile 1348, ventun anni esattamente dal dì, che Petrarca, vedendola per la prima volta, si accese d'amore per lei.

283. Corpus crebris partubus exhaustum: l'abate di Sade, biografo del Petrarca, e sì ardente di zelo e d'affetto per questo Poeta, discende in decimo grado da un figlio di Laura. Gli è verisimile essere questo il motivo che gli ha suggerito il disegno della sua Opera, e lo ha fatto sollecito di rintracciare tutte le particolarità di una Storia sì rilevante per la vita e la fama della sua progenitrice (V. soprattutto il tom. I, p. 123-133, note, p. 7-58, e il t. II, p. 455-495, note, p. 76-82).

284. La fontana di Valchiusa, cotanto nota ai nostri viaggiatori inglesi, è stata descritta dall'abate di Sade (Mémoires, t. I, p. 340-359) che ha seguìto le Opere del Petrarca, e le sue proprie nozioni locali. Essa per verità non era che un ritiro da eremita, e la sbagliano assai que' moderni che nella grotta di Valchiusa mettono insieme Laura e il suo amante.

285. L'edizione di Basilea, del secolo decimosesto, senza additar l'anno, contiene milledugencinquanta pagine, stampate in carattere piccolo. L'abate di Sade predica con forza per una nuova edizione delle Opere latine del Petrarca; ma io dubito se sarebbe nè molto proficua al Tipografo, nè molto dilettevole al Pubblico.

286. V. Seldeno, Titles of Honour (t. III delle sue Opere, p. 457-466). Un secolo prima del Petrarca, S. Francesco avea ricevuta la visita di un poeta qui ab imperatore fuerat coronatus et exinde rex versuum dictus.

287. Da Augusto fino a Luigi XIV, la Musa de' poeti non è stata che troppo menzognera e venale; pure io dubito, se in verun secolo, o in veruna Corte, siavi mai stato, come alla Corte d'Inghilterra, un poeta stipendiato coll'obbligo di somministrare due volte all'anno, e sotto tutti i regni, e qualunque fosse l'occasione, una certa quantità di versi, e una certa dose di cantici di lode da cantarsi nella Cappella regia, e credo, alla presenza del medesimo Re. Mi esprimo con tanto maggiore franchezza sulla ridicolosità di un tal uso, che non vi sarebbe miglior tempo d'abolirlo siccome questo in cui viviamo sotto un Monarca virtuoso, ed avendo per poeta un uomo sommo.

288. Isocrate (Panagir., t. I, pag. 116, 117, ediz. Battie. Cambridge, 1729) vuole di Atene sua patria, la gloria dell'istituzione αγωνα? και τα αθλα μεγισαμη μονον ταχου? και ρωμη?, αλλα και λογων και γνομη?, degli agoni e dei premj massimi non solo per la velocità e per la forza, ma ancora per l'eloquenza e pel sapere. I Panatenei vennero imitati a Delfo, ma non v'ebbe ai Giuochi Olimpici alcuna corona per la musica fuor quella che la vanità tirannica di Nerone si arrogò (Svet., in Ner., c. 23, Philostrat. presso il Casaubon. ivi, Dione Cassio, o Xifilino, l. LXIII, p. 1032, 1041, Potter's greek Antiquities, v. I, p. 445-450).

289. I Giuochi Capitolini (certamen quinquennale MUSICUM equestre; gymnicum) vennero istituiti da Domiziano (Svet., c. 4) nell'anno 86 di Gesù Cristo (Censorino, De die Natali, c. 18, p. 100, ediz. Havercamp), nè furono aboliti che nel quarto secolo (Ausonio, De professoribus Burdegal. V). Se la corona fosse stata conceduta a poeti d'un merito straordinario, l'esclusione di Stazio (Capitolia nostrae inficiata lyrae, Sylv., l. III, v. 31) potrebbe darne a divedere qual fosse il merito di coloro che concorrevano alle corone dei giuochi del Campidoglio; certamente i poeti latini vissuti prima di Domiziano sol dall'opinione pubblica furono coronati.

290. Il Petrarca e i Senatori di Roma ignoravano che l'alloro fosse la corona de' Giuochi Delfici, non quella de' Capitolini (Plinio, Hist. nat., XV, 39; Histoire critique de la république des lettres, t. I, p. 150-220). I vincitori del Campidoglio venivano coronati con una ghirlanda di foglie di quercia (Marziale, l. IV, ep. 54).

291. Il pio discendente di Laura si è sforzato, e non senza efficacia, a difendere la purità della sua progenitrice contro le censure di gravi personaggi, e contro le derisioni del mondo maligno (t. II, not., p. 76-82).

292. L'abate di Sade descrive con molta esattezza tutto quanto alla incoronazione del Petrarca si riferisce (t. 1, p. 425, 435, t. II, p. 1-6, not. p. 1-13). Questi racconti sono tolti dagli scritti del Petrarca e dal Diario romano del Monaldeschi, che ha avuto il senno di non frammettere alle sue narrazioni le favole di cui ne ha recentemente presentati Sannuccio Delbene.

293. L'atto originale trovasi pubblicato fra i documenti giustificativi alle Mémoires sur Pétrarque (t. III, p. 50-53).

294. Per avere prove sull'entusiasmo che il Petrarca nodriva per Roma, voglia soltanto il leggitore aprire a caso le Opere dello stesso Poeta, o quelle del suo francese biografo. Questi ha scritto il primo viaggio del Petrarca a Roma (t. I, p. 323-335); ma in cambio di tanti fiori di rettorica e di morale, sarebbe stato meglio che, per dilettare il suo secolo e la posterità, il Poeta avesse offerta una descrizione esatta della città e della propria Coronazione.

295. Il Padre Du Cerceau, Gesuita, ha scritto la Histoire de la Conjuration de Nicolas Gabrini, dit de Rienzi, tyran de Rome, en 1347, Opera pubblicata a Parigi, nel 1748, in 12, dopo la morte dell'autore. Ho tolti da quest'Opera alcuni fatti e diversi documenti che trovansi in un libro di Giovanni Hocsemio, Canonico di Liegi, Storico contemporaneo (Fabricius, Biblioth. latin. medii aevi, t. III, p. 273; t. IV, p. 85).

296. L'abate di Sade che fa sì grande numero di scorrerie sulla Storia del secolo decimoquarto, necessariamente ha dovuto trattare, come proprio soggetto, una vicenda politica, che fece nel Petrarca una sì viva impressione (Mémoires, t. II, p. 50, 51, 320, 417, not. p. 70-76; t. III, p. 221-243, 366-375). V'ha luogo a credere che nessuna idea, o nessun fatto accennati nelle Opere del Petrarca gli sieno sfuggiti.

297. Giovanni Villani, l. XII, c. 89-104, in Muratori, Rerum Ital. script., t. XIII, p. 969, 970, 981-983.

298. Il Muratori ha inserito nel suo terzo volume delle Antichità italiane (p. 249-548) i Fragmenta historiae romanae ab anno 1327, usque ad annum 1354, scritti nel dialetto che usavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimo quarto, con una versione latina a comodo degli stranieri. Contengono questi le particolarità le più autentiche sulla Vita di Cola (Nicolò) di Rienzi; erano stati pubblicati nel 1627, in 4., col nome di Tommaso Fortifiocca, del quale non parlasi nell'Opera, se non se come d'uomo punito dal Tribuno per delitto di falso. La natura umana rade volte è capace di una così sublime, o stupida imparzialità; ma chiunque sia l'autore di tali Fragmenti, gli ha scritti sul luogo e nel tempo della sommossa, e dipinge senza secondi fini e senza arte i costumi di Roma e l'indole del Tribuno.

299. La prima e la migliore epoca della vita del Rienzi, quella in cui governò col carattere di Tribuno, trovasi descritta nel capitolo decimottavo dei Frammenti poc'anzi citati (p. 399-479). Questo capitolo, nella nuova divisione, forma il secondo libro della Storia, che contiene trent'otto capitoli, o sezioni meno estese.

300. A taluno forse non dispiacerà di trovar qui un saggio dell'idioma che parlavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimoquarto: Fo da soa juventuine nutricato di latte de eloquentia, bono gramatico, megliore rettuorico, autorista bravo. Deh como et quanto era veloce lettore! moito usava Tito Livio, Seneca, et Tullio, et Balerio Massimo, moito li dilettava le magnificentie di Julio Cesare raccontare. Tutta la die se speculava negl'intagli di marmo le quali iaccio intorno Roma. Non era altri che esso, che sapesse lejere li antichi pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava; quesse fiure di marmo justamente interpretava. Oh come spesso diceva: Dove suono quelli buoni Romani? dove ene loro somma justitia? Poteramme trovare in tempo che quessi fiuriano!

301. Il Petrarca raffronta la gelosia de' Romani col carattere facile de' mariti avignonesi (Mém., t. I, p. 330).

302. I frammenti della Lex Regia trovansi nelle Inscrizioni del Grutero (t. I, p. 242) e in fine al Tacito dell'Ernesti, con alcune dotte annotazioni dell'editore. (t. II).

303. Non posso omettere un sorprendente e ridicolo abbaglio del Rienzi. La lex Regia conferisce a Vespasiano la facoltà di dilatare il Pomaerium, vocabolo famigliare a tutti gli Antiquarj, ma non al Tribuno, che lo confondeva con pomarium (verziere), e traducea lo Jardino de Roma, cioene Italia; il quale significato adottarono e il traduttore latino (p. 406) e lo Storico francese (pag. 33), meno scusabili nella loro ignoranza. Che più? La dottrina del Muratori su questo passo si è addormentata.

304. Priori (Bruto) tamen similior, juvenis uterque, longe ingenio quam cujus simulationem induerat, ut sub hoc obtentu liberator ille P. R. aperiretur tempore suo.... Ille regibus, hic tyrannis contemptus. (Opp., p. 536).

305. Leggo in un manoscritto perfumante quatro SOLDI, in un altro quatro FIORINI; differenza non lieve, perchè il fiorino valeva dieci soldi romani (Muratori, Dissert. 28). Verrebbe dalla prima versione che le famiglie di Roma ascendessero solamente a venticinquemila, la seconda le porterebbe a dugencinquantamila; ma temo assai che la prima versione sia più conforme allo stato di scadimento in cui trovavasi Roma in allora, e alla poca estensione del suo territorio.

306. V. Hocsemio, p. 398, presso Du Cerceau (Hist. de Rienzi, p. 194). Le quindici leggi pubblicate da questo tribuno trovansi presso lo Storico che, per far più presto, chiamerò Fortifiocca, l. II, c. 4.

307. V. Fortifiocca (l. II, c. 11). La descrizione di questo naufragio ci dà a conoscere alcune particolarità del commercio e della navigazione del secolo decimoquarto. 1. Il naviglio era stato costrutto a Napoli, e noleggiato pe' porti di Marsiglia e di Avignone. 2. I piloti, originarj di Napoli e dell'isola Oenaria, e meno abili dei piloti siciliani e genovesi. 3. Lo stesso naviglio tornava allora, costeggiando, da Marsiglia; assalito da una tempesta, si rifuggì alla foce del Tevere, ma mancatagli la corrente, fu costretto a naufragare; la ciurma, veduta l'impossibilità di salvarlo, scese a terra. 4. Questo naviglio portava all'erario regio la rendita della Provenza, e contenea molte balle di pepe, di cannella e drappi di Francia, per un valore di ventimila fiorini, preda assai rilevante a quei giorni.

308. Nello stesso modo un vecchio conoscente di Oliviero Cromwell, che si ricordava di averlo veduto entrar goffamente, e con ignobile atteggiamento nella Camera de' Comuni, fu attonito del contegno facile e maestoso del Protettore sul trono (V. Harris's Life of Cromwell, pag. 27-34, sulle testimonianze di Clarendon, Warwick, Witelocke, Waller, ec.). Un uomo che senta il proprio merito e il proprio potere assume facilmente le maniere confacevoli alla sua dignità.

309. V. le particolarità, le cagioni e gli effetti della morte di Andrea nel Giannone (t. VI, l. XXIII, p. 111, 130 dell'ediz. Bettoni, Milano) e nelle Mémoires sur la vie de Pétrarque (t. II, p. 143-148, 245-250, 375-379, not., p. 21-37). L'abate di Sade vorrebbe attenuare il delitto di questa Regina.

310. L'avvocato che arringò contro Giovanna di Napoli non poteva aggiungere nulla alla forza de' ragionamenti espressi in poco nella lettera di Luigi di Baviera: Johanna! inordinata vita praecedens, retentio potestatis in regno, neglecta vindicta, vir alter susceptus, et excusatio subsequens, necis viri tui te probant fuisse participem et consortem. Giovanna di Napoli ha molti tratti singolari di somiglianza con Maria di Scozia.

311. V. l'Epistola hortatoria de capessenda republica, che il Petrarca scrisse al Rienzi (Opp., pag. 535-550) e la quinta egloga o pastorale dello stesso Petrarca, allegorica dal principio al fine, e piena di oscurità.

312. Plutarco nelle sue Quistioni romane (Opusc., t. I, p. 505, ediz. gr. Enr. Stef.), pone sopra principj sommamente costituzionali il genere semplice del poter dei Tribuni, i quali, propriamente parlando, non erano magistrati, ma argini opposti alla magistratura. Era di lor dovere ομοιουσθαι σχηματι, και σολη και διαιτη τοιε επιτνγχανουσι των πολιτων... καταπατεισαιδαι δει, assomigliarsi nel contegno, nell'abito e nella vita ai seguaci dei cittadini.... il tribuno dee passeggiare, (è detto di C. Curione) και μη σεμνον ειναιτη τον δημαρχον οψει... οσω δε μαλλον εκταπεινουται τω σωματι, τοσουτω μαλλον αυξεται τη δυναμει, e non essere d'aspetto severo in vista.... Quanto più comparisce umile all'esterno, tanto più cresce in potere. Ma nè il Rienzi, nè forse lo stesso Petrarca erano in istato di leggere un filosofo greco. Ciò nondimeno Tito Livio e Valerio Massimo, che entrambi studiavano, avrebbero potuto instillar loro questa modesta dottrina.

313. Non si saprebbe come tradurre in inglese questo titolo energico, ma barbaro, Zelator Italiae[*], che il Rienzi assumea.

* Forse desiderosissimo di una Italia in italiano si accosterebbe al concetto che Cola di Rienzi voleva esprimere. Dico si accosterebbe, perchè desiderare non è adoperarsi per ottenere. Studiosissimo, zelantissimo renderebbe meglio il zelator, ma senza un verbo col segnacaso genitivo di vedere, di creare, si cadrebbe nell'oscuro, e forse nel barbaro, anche in italiano. (Nota del Trad. Ital.)

314. Era bell'uomo (l. II, c. I, p. 399). è da osservarsi che il riso sarcastico dell'edizione di Bracciano non si trova nel manoscritto romano pubblicato dal Muratori. Di ritorno dal suo primo esilio, veniva dipinto siccome un mostro. Rienzi traeva una ventrasca tonna trionfale a modo de un abbate asiano or asinino (l. III, c. 18, p. 523).

315. Comunque stravagante possa sembrare una tal festa, se ne erano vedute altre simili. Nel 1327, un Colonna e un Orsini furono creati cavalieri dal popolo romano, che tentava questa via per avvicinare le due famiglie; fu apprestato a ciascuno de' due candidati un bagno d'acqua di rose; lor vennero apparecchiati letti con reale magnificenza, e a S. Maria d'Araceli sul Monte Capitolino furono serviti dai venti buoni uomini. Ricevettero indi da Roberto, re di Napoli, la spada di cavalieri (Hist. rom., l. I, c. 2, p. 259).

316. Tutti credeano in quel tempo alla lebbra e al bagno di Costantino (Petr. epist. fam. VI, 2); e il Rienzi, per giustificare in appresso la propria condotta presso la Corte di Avignone, allegò che un divoto Cristiano non poteva avere profanato un vaso di cui s'era servito un Pagano. Cionnullameno quando venne lanciata contro il tribuno una Bolla di scomunica, fra i motivi della medesima veniva anche specificato questo delitto (Hocsemio, presso il Du Cerceau, p. 189, 190).

317. Questa intimazione verbale fatta al Pontefice Clemente VI, narrata dal Fortifiocca, e che trovasi in un manoscritto del Vaticano, viene negata dal biografo del Petrarca (t. II, not., p. 70-76); egli si giova però d'argomenti più speciosi che atti a convincere. Non è maraviglia, se la Corte di Roma non desiderò di entrare in una quistione sì dilicata.

318. Quanto ai due Imperatori rivali, che il Rienzi citò al suo tribunale, è l'Hocsemio (Du Cerceau, p. 163-166) che racconta questo tratto di libertà e di follia.

319. è cosa singolare che il Fortifiocca non abbia fatto cenno di questa coronazione, verisimile per sè stessa, e confermata dalle testimonianze dell'Hocsemio e del medesimo Rienzi (Du Cerceau, p. 167-170-229).

320. Puoi se faceva stare denante a se, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi ritti co le vraccia piegate, e co li capucci tratti. Deh como stavano paurosi (Hist. rom., l. II, c. 20, p. 409)! Gli ha veduti, ce li fa vedere.

321. La lettera, colla quale il Rienzi giustifica la condotta tenuta verso i Colonna (Hocsemio, presso Du Cerceau, p. 222-229), svela al naturale un mariuolo ad un tempo ed un pazzo[322].

322. Trovo un concetto affatto identico nel Cantore del Ricciardetto.

?E v'è un misto di matto e di briccone.?

(Nota dell'Ed.)

323. Rienzi, nella lettera che abbiam citata poc'anzi, attribuisce a S. Martino il Tribuno e a Bonifazio VIII, nemici della Casa Colonna, a sè medesimo e al popolo romano, la gloria di questo combattimento, che il Villani (l. XII, c. 104) trasforma in una regolare battaglia. Il Fortifiocca (l. II, c. 34-37) descrive partitamente e con semplicità il disordine del combattimento, la fuga de' Romani, e la viltà di Rienzi.

324. Parlando della caduta della famiglia Colonna, intendo qui solamente quella di Stefano. Il Padre Du Cerceau confonde spesse volte il padre ed il figlio. Dopo l'estinzione del primo ramo, questa Casa si è perpetuata ne' rami collaterali da me non conosciuti in un modo abbastanza esatto. Circumspice, dice il Petrarca, familiae tuae statum, Columniensium domos: solito pauciores habeat Columnas. Quid ad rem? Modo fundamentum stabile, solidumque permaneat.

325. Il Convento di S. Silvestro era stato fondato e dotato dai Cardinali della Casa Colonna a favore di quelle loro parenti che volessero abbracciare la vita monastica, e la stessa Casa Colonna continuò sempre a proteggerlo. Nel 1318 le religiose erano in numero di dodici. Le altre figlie di questa Casa aveano la permissione di sposare i lor cugini in quarto grado, dispensa fondata sul picciolo numero delle nobili famiglie romane, e sulle strette loro parentele (Mém. sur Pétrarque, t. I, p. 110; t. II, p. 401).

326. Il Petrarca scrisse alla famiglia Colonna una lettera piena di ricercatezza e di pedanteria (Fam., l. VII, epist. 13, p. 682, 685). Vi si vede un'amicizia annegata in mezzo al patriottismo. Nulla toto orbe principum familia carior; carior tamen respublica, carior Roma, carior Italia.

?Je rends graces aux Dieux de n'être pas Romain.?

327. Polistore, autore contemporaneo che ha conservati molti fatti originali, nè privi di vezzo per gli eruditi (Rer. Ital., t. XXV, c. 31, p. 798-804), accenna oscuramente questa assemblea, e le opposizioni che trovò il Rienzi nella medesima.

328. Il P. Du Cerceau (p. 196-252) ha tradotti i Brevi e le Bolle di Clemente VI contra il Rienzi seguendo gli Annali Ecclesiastici di Oderico Rainaldi (A. D. 1347, n. 15-17-21) che trovò questi atti negli archivj del Vaticano.

329. Mattia Villani descrive l'origine, il carattere e la morte di questo Conte di Minorbino, uomo di natura incostante et sanza fede. Era stato avo del Minorbino un astuto notaio che arricchitosi delle spoglie de' Saracini di Nocera, comperò indi la Nobiltà. V. il suo imprigionamento, e gli sforzi fatti a pro del medesimo dal Petrarca (t. II, p. 149-151).

330. Mattia Villani (l. II, c. 47; l. III, c. 33-57-78) e Tommaso Fortifiocca (l. III, c. 1-4) narrano le turbolenze accadute in Roma fra l'intervallo della partenza e del ritorno del Rienzi. Non mi sono fermato sulle amministrazioni del Cerroni e del Baroncelli che imitarono unicamente il Rienzi, loro modello.

331. Lo zelo di Polistore, l'Inquisitore dominicano (Rer. ital., t. XXV, c. 36, p. 819), ha, non v'è dubbio, esagerato queste visioni, non saputesi nè dagli amici, nè dai nemici del Rienzi. Se questi avesse affermato, che il Regno dello Spirito Santo sottentrava in vece di quello di Cristo, che la tirannide del Pontefice doveva essere abolita, non si sarebbe tardato a convincerlo di eresia e di ribellione, senza dar disgusto al popolo di Roma.

332. La maraviglia, e quasi gelosia, del Petrarca è una prova, se non della verità di questo fatto incredibile, almeno della buona fede di chi lo racconta. L'abate di Sade (Mém. t. III, p. 242) cita la sesta epistola del lib. decimoterzo del Petrarca; ma egli ha consultato il manoscritto reale, non l'edizione ordinaria di Basilea (p. 920).

333. Egidio, o Gille Albornoz, Nobile spagnuolo, Arcivescovo di Toledo, e Cardinale Legato in Italia (A. D. 1353-1367), restituì coll'armi e col consiglio l'autorità temporale ai Pontefici. Sepulveda ne ha scritta la vita; ma il Dryden non ha potuto ragionevolmente supporre che il nome di Albornoz, o di Volsey fosse pervenuto all'orecchio del Mufti della tragedia del Don Sebastiano.

334. Il P. Du Cerceau (p. 344-394) ha tolta da Mattia Tillani e dal Fortifiocca la sua relazione sulle azioni e la fine del Cavaliere di Montréal, vissuto da ladro e morto da eroe. Capo di una compagnia libera (la prima di queste bande che avesse ancora desolata l'Italia) si arricchì e divenne formidabile; aveva impiegato danaro in tutti i banchi, e a Padova, solamente, sessantamila ducati.

335. Il Fortifiocca che non si mostra nè amico, nè nemico del Rienzi, ne racconta con tutte le particolarità (l. III, p. 12-25) l'esilio, la seconda amministrazione e la morte. Il Petrarca che amava il Tribuno, intese con indifferenza la morte del Senatore.

336. L'abate di Sade descrive in piacevole modo, e attenendosi allo stesso Petrarca, la fiducia e le speranze deluse del Poeta (Mem. t. III, p. 375-413); ma il maggior cordoglio, benchè il più nascosto, fu per lui la corona che il Poeta Zanubi ottenne dalle mani medesime dell'Imperatore Carlo IV.

337. V. nell'Opera aggradevole ed esatta dell'abate di Sade le lettere scritte dal Petrarca, nel 1334, a Benedetto XII (t. I, p. 261-265), nel 1342, a Clemente VI (t. II, p. 45-47) e nel 1336, ad Urbano V (t. III, p. 677-691); l'elogio dell'ultimo di questi Pontefici (p. 711-715), l'apologia del medesimo (p. 771); e si consulti (Opp. p. 1068-1085) ove si rinverrà il parallelo pieno di fiele che il Petrarca instituisce fra il merito della Francia e quel dell'Italia.

338.

Squallida sed quoniam facies, neglectaque cultu

Caesaries; multisque malis lassata senectus

Eripuit solitam effigiem; vetus accipe nomen;

Roma vocor.

(Carm. l. II, p. 77.)

Protrae una tale allegoria al di là di tutti i limiti, e sin della pazienza dei leggitori. Le lettere in prosa che il Petrarca scrisse ad Urbano V sono più semplici e più persuasive (Senilium, l. VII, p. 811-827; l. IX, epist. 1. p. 844-854).

339. In vece di credulità bisognava dire fede, o credenza, perchè credulità significa credenza eccessiva senza motivi di credibilità. S. Paolo scrisse rationabile obsequium vestrum. Si sa poi da quella parte d'istoria Ecclesiastica risguardante i Papi specialmente, ch'essi furono premurosissimi, per loro istituto, di tener fermi gli animi nella credenza. (Nota di N. N.)

340. Non ho tempo di trattenermi sulle leggende di Santa Brigida e di Santa Catterina: la seconda di queste leggende potrebbe somministrare alcune dilettevoli storie. L'impressione che fecero sull'animo del Papa è attestata dai discorsi tenuti da lui medesimo al letto di morte, quando avvertì i circostanti ut caverent ab hominibus, sive viris, sive mulieribus, sub specie religionis loquentibus visiones sui capitis, quia per tales ipse seductus etc. (Baluzio, Not. ad vit. pap. Avenionensium, t. I, p. 1223).

341. Questa spedizione di scorridori viene narrata dal Froissard (Chronique, t. I, p. 230) e nella Vita del Du Guesclin (Collection générale des Mémoires historiques, t. IV, c. 16, p. 107-113). Fin dall'anno 1361 la Corte avignonese avea sofferte violenze da bande d'uomini della stessa indole, che indi attraversavano l'Alpi (Mémoires sur Pétrarque, tom. III, p. 563-569).

342. Il Fleury, seguendo gli Annali di Oderico Rinaldi, cita il Trattato originale stipulato e sottoscritto nel dì 21 decembre, 1776, fra Gregorio XI e i Romani (Hist. eccl., t. XX, p. 275).

343. La prima Corona, o regnum (Ducange, Gloss. lat., t. V, p. 702), che vedesi far comparsa sulla mitra de' Papi, significa la donazione di Costantino, o di Clodoveo. Bonifazio VIII vi aggiunse la seconda per dare a divedere che i Pontefici, oltre al regno spirituale, un regno temporale possedono. I tre Stati della Chiesa vengono rappresentati dalla triplice Corona che adottarono Giovanni XXII, o Benedetto XII (Mém. sur Pétr. t. I, p. 258, 259).

344. Il Baluzio (Not. ad pap. Avenion., t. I, p. 1194, 1195) cita diverse testimonianze intorno alle minacce degli ambasciatori romani e alla rassegnazione dell'Abate di Monte Cassino, qui ultro se offerens, respondit se civem romanum esse, et illud velle quod ipsi vellent.

345. Possono leggersi, nelle Vite di Urbano V, e di Gregorio XI, Baluzio, (Vit. pap. Avenion., t. I, p. 363-486), Muratori, (Script. rer. ital., t. III, part. I, pag. 613-712) il ritorno de' Papi a Roma, e l'accoglienza che dal popolo ricevettero. Nelle dispute dello scisma vennero esaminate severamente, benchè con parzialità, tutte le circostanze; soprattutto allor quando accadde la grande verificazione che decise sull'obbedienza della Castiglia, verificazione alla quale il Baluzio, seguendo un manoscritto della Biblioteca di Harlay, rimanda sì di frequente i proprj leggitori nelle sue note, p. 1281, etc.

346. Può forse, chi crede l'immortalità dell'anima, ravvisare nella morte un gastigo per l'uom dabbene? Mostrerebbe così una perplessità nella propria fede. Ma un filosofo non può essere di concorde avviso coi Greci ον οι θεοι φιλουσιν αποθνησκει νεο?, muore giovane chi è amato dagli Dei (Brunck, Poetae Gnomici, p. 231). V. in Erodoto (l. I, c. 31) la Novella e morale de' giovani d'Argo.

347. Il Sig. Lenfant, nella Storia del Concilio di Pisa, ha compilati e paragonati fra loro i racconti de' partigiani d'Urbano, e di quei di Clemente, degl'Italiani e degli Alemanni, de' Francesi e degli Spagnuoli. Sembra che gli ultimi si mostrassero più operosi e verbosi in questa querela. Il loro editore Baluzio ha nelle sue Note somministrate le prove sopra tutti i fatti e i detti che vengono narrati nelle Vite di Gregorio XI e di Clemente VII.

348. Sembra che i numeri adottati dai successori di Clemente VII, e di Benedetto XIII, sciolgano a svantaggio della legittimità di questi Pontefici la quistione. Gl'Italiani li chiamano, senza riguardo, Antipapi, mentre i Francesi, dopo avere ventilate le ragioni d'entrambe le parti, si limitano a dubitare e a tollerare (Baluz., in Praef.). è cosa singolare, o piuttosto è cosa da non maravigliarsene, che l'una e l'altra fazione ebbero Santi, visioni e miracoli.

349. Il Baluzio si studia (Not. p. 1271-1280) a giustificare la purezza e la pietà de' motivi di Carlo V, Re di Francia: ?Questo Principe ricusò di ascoltare le ragioni di Urbano; ma e i partigiani di Urbano non ricusarono forse di ascoltare quelle di Clemente etc.??.

350. Una lettera o declamazione pubblicata col nome di Eduardo III (Baluzio, Vit. papar. Avenion., t. I, p. 553), mostra con quanto zelo la nazione inglese si movesse contra la fazione di Clemente; nè a sole parole si limitò questo zelo. Il Vescovo di Norwick sbarcò a capo di sessantamila fanatici sul Continente (Hume's, History, vol. III, p. 57, 58).

351. Oltre a quanto narrano in generale gli Storici, i Giornali di Delfino Gentile, di Pietro Antonio e di Stefano Infessura, nella grande Raccolta del Muratori, ne danno a conoscere quai fossero in quella età lo stato e le sciagure di Roma.

352. Il Giannone (T. VI, l. XXIV, c. VI, p. 247, ediz. Bettoni) suppone che Ladislao si fosse intitolato Rex Romae, benchè tale titolo più non si conoscesse dopo l'espulsione dei Tarquinj. Ma si è scoperto in appresso che conveniva leggere Rex Ramae, di Rama, oscuro regno congiunto a quel di Ungheria.

353. Qual precipua e decisiva parte abbia sostenuta il Regno di Francia nello scisma di Occidente, leggesi in una Storia particolare, composta sulla traccia di autentici documenti da Pietro Dupuis, ed inserita nel settimo volume dell'ultima edizione dell'opera del Presidente De Thou, amico dello stesso Dupuis (part. XI, p. 110-184).

354. Giovanni Gerson, uno de' più intrepidi fra que' dottori, autore, o per lo meno il propugnatore zelante di questo partito, regolò spesse volte in ordine a ciò la condotta dell'Università di Parigi e della Chiesa Gallicana, come egli medesimo ne parla a lungo ne' proprj scritti teologici, dei quali abbiamo una buona compilazione eseguita dal Le Clerc (Bibl. choisie, t. X, p. 1-78).

355. Leonardo Bruni di Arezzo, un di quelli che maggiormente contribuirono al risorgimento della letteratura classica nell'Italia, e che, dopo avere servito parecchi anni alla Corte di Roma, qual Segretario, abbandonò questa carica per assumere l'altra onorevole di Cancelliere della Repubblica di Firenze (Fabr., Bibl. med. aevi, t. I, p. 290). Il Lenfant nella sua Opera (Concile de Pise, t. I, p. 191-195) ne ha offerta la traduzione di questa curiosa lettera.

356. Non posso passare sotto silenzio la grande lite nazionale che gli ambasciatori dell'Inghilterra sostennero valorosamente contro quelli di Francia. Pretendeano questi che la Cristianità fosse per essenza scompartita in sole quattro grandi nazioni, l'Italia, l'Alemagna, la Francia e la Spagna, sole, secondo essi, che avessero voce nella grande contesa; e quanto ai Regni men vasti (la Danimarca, il Portogallo ec., e vi aggiugnevano l'Inghilterra) non erano che compresi sotto l'una, o l'altra di queste generali divisioni. Gl'Inglesi affermavano per parte loro che le Isole Britanniche, di cui la principale era l'Inghilterra, dovevano essere riguardate come quinta nazione, e quinta nell'aver voce; e per rialzare lo splendore della loro patria ricorsero a tutti gli argomenti che la verità e la favola ai medesimi suggeriva. Comprendendo nelle Isole Britanniche l'Inghilterra, la Scozia, il paese di Galles, i quattro Regni d'Irlanda e le Orcadi, presentarono questi territorj di otto reali Corone, distinte per quattro o cinque lingue, l'inglese, la gallese, il dialetto della contea di Cornovaglia, la scozzese e l'irlandese; asserirono che la maggiore fra queste Isole era lunga, da tramontana ad ostro, ottocento miglia, corrispondenti a quaranta giorni di cammino; che la sola Inghilterra contenea trentadue contee, o cinquantaduemila parrocchie (asserzione un poco avanzata) oltre alle cattedrali, ai collegi, ai priorati, agli ospitali. Furono allegate la missione di S. Giuseppe di Arimatea, la nascita di Costantino, la legazione de' due Primati, ec.; nè venne posta in obblivione la testimonianza di Bartolomeo di Glanville (A. D. 1360 ) il quale non vedeva che quattro Regni nella Cristianità; 1. quel di Roma; 2. quel di Costantinopoli; 3. quel dell'Irlanda, passato negl'inglesi Monarchi; 4. quel della Spagna. Gl'Inglesi trionfarono ne' Consigli; ma per vero dire aggiunsero grande peso alle loro fazioni le vittorie di Enrico V. Ser Roberto Wingfield, ambasciatore di Enrico VIII presso l'Imperatore Massimiliano I, trovò a Costanza le allegazioni d'entrambe le parti, e le fece stampare a Lovanio nel 1517. Vennero indi più correttamente pubblicate nella Raccolta di Vonder-Hardt (t. V), che si giovò di un manoscritto di Lipsia; ma non ho veduto che la compilazione di tali atti pubblicata dal Lenfant (Conc. de Const., t. II, p. 447-453; ec.).

357. Un Ministro protestante, il sig. Lenfant, che abbandonando la Francia, si ritirò a Berlino, ha scritta con molta buona fede, diligenza ed eleganza, la Storia de' tre successivi Concilj di Pisa, di Costanza e di Basilea, in sei volumi in 4. La parte men pregevole di quest'Opera è quanto si riferisce al Concilio di Basilea, la migliore, quella che tratta del Concilio di Costanza.

358. V. la Diss. 27 delle Antichità del Muratori, e la prima Istruzione della Scienza delle Medaglie del P. Joubert e del Barone della Bastia. La Storia numismatica di Papa Martino V e de' suoi successori venne composta da due frati, Moulinet, oriondo francese, e Bonanni, oriondo italiano. Credo però che la prima parte della Serie sia stata rifatta con più recenti medaglie.

359. Oltre alle Vite di Eugenio IV (Rer. Ital., tom. IX, p. 869, e t. XXV, p. 256) il Giornale di Paolo Petroni e di Stefano Infessura, sono i testi più sicuri ed originali che si abbiano intorno alla ribellione de' Romani contra Eugenio IV; il primo che vivea in que' giorni a Roma, tiene il linguaggio di un cittadino, pavido, nella stessa guisa, della tirannide de' preti e di quella del popolo.

360. Il Lenfant (Conc. de Basle, t. II, pag. 276-268) nel descrivere la coronazione di Federico III, segue Enea Silvio, spettatore ed attore di questa sfarzosa cerimonia.

361. Il giuramento di fedeltà che il Papa prescriveva all'Imperatore, è stato registrato e consacrato nelle Clementine (l. II, tit. 9); ed Enea Silvio, il quale si oppose a questa nuova pretensione del Pontefice, non prevedea che dopo il volgere di pochi anni, ascenderebbe egli stesso il trono di S. Pietro, e abbraccerebbe allora le massime di Bonifazio VIII.

362. Lo senatore di Roma, vestito di brocarto con quella beretta, con quelle maniche, e ornamenti di pelle, co' quali va alle feste di Testaccio e Nagone, non ferì forse gli sguardi di Enea Silvio; ma il cittadino di Roma parla con ammirazione e compiacenza di una tal circostanza.

363. V. negli Statuti di Roma il Senatore e i tre Giudici (l. I, c. 3-14), i Conservatori (lib. I, cap. 15, 16, 17; l. III, c. 4), i Caporioni (lib. I, c. 18; l. III, c. 8), il Consiglio segreto (lib. III, cap. 2), il Consiglio comune (l. III, c. 3). Il titolo delle querele domestiche, delle disfide, e degli atti di violenza, ec., occupa molti capitoli (c. 14-40) del secondo libro.

364. Statuta almae urbis Romae auctoritate S. D. N. Gregorii XIII, Pont. Max. a senatu populoque Rom. reformata et edita Romae, 1580, in folio. I vecchi statuti cadendo in disuso, nè convenendo più per l'avvenire ai Romani, furono raccolti in cinque libri non pubblicati. Luca Peto, dotto giureconsulto e antiquario venne incaricato di esserne il Triboniano; per altro io m'augurerei il vecchio codice colla sua rozza corteccia di libertà e di barbarie.

365. Nel tempo ch'io stetti a Roma, e nel tempo parimente che vi soggiornò il sig. Grosley (Observ. sur l'Italie, t. II, p. 361), il Senatore di Roma era il sig. Bielke nobile svedese che aveva abbracciata la religione cattolica. Gli Statuti accennano anzichè determinare i diritti del Papa sulla elezione del Senatore e de' Conservatori.

366.

Sopra il monte Tarpeio, Canzon, vedrai

Un cavalier che Italia tutta onora

Pensoso più d'altrui che di sè stesso

Petr. Canz. Spirto gentil ec.

(Nota dell'Ed.).

367. Nicolò V ben lungi dall'essere un tiranno avea trattato Stefano Porcaro con molta clemenza, e questi avendo giurato fedeltà doveva osservarla. (Nota di N. N.)

368. Il Machiavello (Ist. fiorentina, l. VI, p. 373-375, edizione Bettoni) ne porge un racconto brevissimo e in un curiosissimo della cospirazione del Porcaro. La troviamo parimente nel giornale di Stefano Infessura (Rer. Ital., t. III, part. II, p. 1134, 1135) e in uno scritto particolare pubblicato da Leone Battista Alberti (Rer. Ital., t. XXV, p. 609-614). è cosa non priva di vezzo l'istituir paragone fra lo stile di questi due scrittori, e fra le opinioni del cortigiano e del cittadino. Facinus profecto quo... neque periculo horribilius, neque audacia detestabilius, neque crudelitate tetrius, a quoquam perditissimo uspiam excogitatum sit.... Perdette la vita quell'uomo da bene, e amatore dello bene e libertà di Roma.

369. I disordini di Roma, inveleniti oltre ogni dire dalla parzialità di Sisto IV, vengono narrati ne' Giornali di Stefano Infessura e di un cittadino anonimo che ne furono spettatori. V. le turbolenze dell'anno 1484 e la morte del Protonotario Colonna (t. III, part. II, p. 1083-1158).

370. ?Est toute la terre de l'Eglise troublée pour cette partialité (dei Colonna e degli Orsini), comme nous dirions Luce et Grammont, ou en Hollande Houc et Caballan; et quand ce ne serait ce différend, la terre de l'èglise serait la plus heureuse habitation pour les sujets, qui soit dans tout le monde (car ils ne payent ni tailles ni guères autres choses), et seraient toujours bien conduits (car toujours les papes sont sages et bien conseillés); mais très-souvent en advient de grands et cruels meurtres et pilleries?.

371. Non può negarsi, che le scomuniche, le quali escludono alcuno dal numero de' fedeli, non fanno effetto sull'animo di quelli che non credono alla loro forza ed alle loro conseguenze. Per altro le scomuniche devono avere un giusto e certo soggetto. Ogni diritto di scomunicare, ed ogni scomunica, ha la sua origine e la sua forza da quelle parole di Cristo riferite nell'Evangelio. Si autem peccaverit in te frater tuus vade et corripe eum inter te et ipsum solum; si te audierit lucratus eris fratrem tuum; si autem non audierit adhibe tecum adhuc unum vel duos, ut in ore duorum vel trium testium, stet omne verbum. Quod si non audierit eos, die ecclesiae; si autem ecclesiam non audierit sit tibi sicut Ethaicus et Publicanus. S. Matteo, c. 18. La Storia civile ed ecclesiastica concordemente ci mostrano quali grandi e replicati abusi sieno stati fatti del diritto di scomunicare, secondando le passioni, e recando mali e disordini gravissimi. (Nota di N. N.)

372. L'assegnatezza di Sisto V portò a due milioni e mezzo di scudi romani la rendita dello Stato ecclesiastico (Vit. t. II, p. 291-296), e sì bene fornito era l'esercito pontifizio, che in un mese Clemente VIII potè occupare con tremila uomini a cavallo, e ventimila fantaccini lo Stato di Ferrara (t. III, p. 64). D'indi in poi (A. D. 1593) le armi del Pontefice han presa per buona sorte la ruggine; e la rendita, almeno in apparenza, debb'essere cresciuta.

373. Soprattutto dal Guicciardini e dal Machiavello. Il leggitore può consultare l'Istoria generale del primo, l'Istoria fiorentina, il Principe, e i Discorsi politici del secondo. Il Guicciardini e il Machiavello, Fra Paolo e il Davila degni loro successori, sono stati considerati a buon diritto, come i primi Storici de' moderni popoli fino a questo momento, in cui la Scozia è surta al vanto di contendere cotesta palma all'Italia.

374. Nel descrivere l'assedio di Roma fatto dai Goti (c. XXI) ho paragonati i Barbari coi sudditi di Carlo V, anticipazione che mi feci lecita senza scrupolo, siccome usai nel narrare prima del tempo le conquiste dei Tartari, per la poca speranza che allora era in me di terminare quest'Opera.

375. Il racconto delle deboli ostilità cui si lasciò trascinare per ambizione il Pontefice Paolo IV della famiglia Caraffa, leggesi nel Presidente De Thou (l. XVI, XVIII) e nel Giannone (t. VIII, l. 33, c. 1, p. 203-232, edizione Bettoni). Due bacchettoni cattolici, Filippo II e il Duca d'Alba, osarono separare il principe romano dal Vicario di Gesù Cristo. Nondimeno il carattere sacro che ne avrebbe santificata la vittoria, giovò onorevolmente a proteggerlo nella sconfitta.

376. Il dottore Adamo Smith (Wealth of Nations, vol. I, p. 495-504) spiega in ammirabile guisa il cambiamento dei costumi e le spese che trae seco il progresso della civiltà. Forse dimostra con troppa acredine, che le mire le più personali ed ignobili hanno partoriti gli effetti i più salutevoli.

377. Un Italiano uscito del suo paese, Gregorio Leti, ha pubblicata la Vita di Sisto V (Amsterd. 1721, 5 vol. in 12), opera circostanziata e dilettevole, ma non fatta per inspirare piena fiducia. Nondimeno quanto vi si legge sul carattere del Pontefice, e sui principali fatti di questa Storia trovasi confermato negli Annali dello Spondano e del Muratori (A. D. 1585-1590), e nella Storia contemporanea del grande De Thou. (l. LXXXII, c. 1, 2; l. LXXXIV, c. 10; l. C, c. 8).

378. I Ministri esteri, ad esempio della Nobiltà romana vollero avere questi luoghi privilegiati, quartieri, o franchigie. Giulio II avea abolito l'abominandum et detestandum franchitiarum hujus modi nomen; ma le franchigie ricomparvero ancora dopo Sisto V. Non so trovare ove fosse la giustizia, o la grandezza di Luigi XIV quando, nel 1687, spedì a Roma un ambasciatore (il Marchese di Lavardin) con mille ufiziali, guardie e servi armati per sostenere questo iniquo diritto e insultare Innocenzo XI in seno della sua Capitale. (Vita di Sisto V, t. III, p. 260-278; Muratori, Annali d'Italia, t. XV, p. 494-496, e Voltaire, Siècle de Louis XIV, t. II, c. 14, p. 58, 59).

379. Questo oltraggio diede origine ad un decreto scolpito in marmo e collocato in Campidoglio; decreto il di cui stile è di una semplicità nobile e repubblicana. Si quis, sive privatus, sive magistratum gerens, de collocanda vivo pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo S. P. Q. R., decreto in perpetuum infamis et publicorum munerum expers esto M. D. X. C. mense Augusto (Vita di Sisto V, tom. III, p. 469). Credo che un tale decreto venga tuttavia osservato, nè dubito di affermare che dovrebbero mettere una simile proibizione tutti i principi meritevoli veramente di statua.

380. Le Storie della Chiesa, dell'Italia e della Cristianità mi hanno giovato a comporre questo capitolo. Nelle Vite originali de' Papi si scopre sovente lo stato della città e della Repubblica di Roma, e gli avvenimenti de' secoli XIV, XV trovansi registrati nelle rozze Cronache che ho esaminate accuratamente, e che ora, seguendo l'ordine dei tempi, indicherò ai leggitori.

1. Monaldeschi (Ludovici Boncomitis), Fragment. Annalium roman. (A. D. 1328), in Scriptores rerum italicarum del Muratori, t. XII, p. 525. N. B. La fiducia che può essere inspirata da questo fragmento, viene alquanto diminuita da una singolare interpolazione mediante cui l'Autore racconta la sua propria morte, accaduta quando compieva il centoquindicesimo anno.

2. Frammenta Historiae romanae (vulgo Thomas Fortifiocca, in romana Dialecto vulgari) A. D. 1327-1354, nel Muratori (Antiquit. med. aevi ital., t. III, p. 247-548), base autentica della Storia del Rienzi.

3. Delphini (Gentilis) Diarium romanum (A. D. 1370-1410) in Rerum italic., etc. t. III, part. II, p. 846.

4. Antonini (Petri), Diarium romanum (A. D. 1404-1417) t. XXIV, p. 969.

5. Petroni (Pauli) Miscell. historica romana (A. D. 1433-1446), t. XXIV, p. 1101.

6. Volaterrani (Jacob), Diarium rom. (A. D. 1472-1484), t. XXIII, p. 81.

7. Anonymi Diarium urbis Romae (A. D. 1481-1492), t. III, part. I, II, p. 1069.

8. Infessura (Stephani), Diarium romanum (A. D. 1294, 1378-1494), t. III, part. II, p. 1109.

9. Historia arcana Alexandri VI, sive excerpta ex Diario Joh. Burcardi (A. D. 1492-1503) edit. a Godefr. Gulielm. Leibnizio, Hanov. 1897, in 4. I manoscritti che si trovano nelle diverse Biblioteche dell'Italia e della Francia possono giovare a compire la grande e preziosa Opera del Burcardo, (Foncemagne, Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XVII, p. 597-606).

Eccetto l'ultima Opera, questi frammenti e giornali si trovano nella Raccolta del Muratori, mia scorta e mio maestro nella Storia d'Italia. Il Pubblico gli debbe in ordine a ciò: 1. Rerum italicarum Scriptores (A. D. 500-1500) quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit, etc., 28 vol. in fol., Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2. Antiquitates Italiae medii aevi, 6 volumi in fol.; Milano, 1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3. Dissertazioni sopra le Antichità italiane, 3 vol. in 4; Milano, 1751, traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo latino Antiquitates. 4. Annali d'Italia, 18 volumi in 8; Milano, 1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia, dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5. Delle Antichità Estensi ed Italiane, 2. vol. in fol.; Modena, 1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. Vita del Proposto Ludovico Antonio Muratori, scritta da Gian Francesco Soli Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4.

381. Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età, dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo De Varietate fortunae, da cui questo tratto è stato tolto.

382. Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae cujusdam, ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet (p. 5).

383. Aeneid., VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con esso d'un tal sentimento.

384. Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies (Poggi, De Variet. fortunae, p. 21).

385. V. Poggi (p. 8-22).

386. Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori, Armadio IV, n. 69. Il Montfaucon (Diarium italicum, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. Scriptor, così si esprime, XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus: sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus indagandis operam navabit (p. 283).

387. Il P. Mabillon (Analecta, t. IV, p. 502) ha pubblicata la relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più.

388. V. intorno il Settizonio le Mém. sur Pétr., (tom. I, p. 325, Donato, p. 338, e Nardini, p. 117-414).

389. L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta. Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di Gesù Cristo. Canon. Chronicus (p. 47).

390. V. l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di frequente questa immagine naturale e malinconica.

391. Il dotto critico sig. De Vignolles (Hist. crit. de la rep. des lettres, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno.

392. Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta. Fra gli antichi edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro praesenti Herculi, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, cum penatibus populi romani. Deplora parimente le opes tot victoriis quaesitae et Graecarum artium decora.... multa quae seniores meminerant, quae reparari nequibant (Annal. XV, 40, 41).

393. A. U. C. 507, repentina subversio ipsius Romae praevenit triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans, omnia Romae aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta dissolvit, ei quae cursus torrentis invenit, impulsa dejecit (Oros., Hist., l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo pagano.

394.

Vidimus flavum Tiberim, retortis

Littore Etrusco violenter undis,

Ire dejectum monumenta regis

Templaque Vestae.

(Hor. Carm. l. I, od. II).

Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di vetustissima o d'incorrupta?

395. Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit, completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum (Svetonio, in Augusto, c. 30).

396. Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: La natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio ec.

397. V. le Epoques de la Nature dell'eloquente filosofo Buffon. La sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini (p. 212-561, edizione in 4).

398. Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo fatto singolare quanto incontrastabile, V. le sue Opere (t. II, p. 98, edizione di Baskerville).

399. Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni 1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.).

400. Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho prestata seria fede giammai (V. quanto ne ho detto al capit. X). I Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non presentano che favole e oscurità.

401. V. il capitolo XXXI di quest'Opera.

402. Cap. XXXI, ivi.

403. Cap. XXXIX, ivi.

404. Cap. XLIII, ivi.

405. Cap. XXVIII, ivi.

406. Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit (Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV, Muratori, Script. rer. ital., t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò alla Vergine, quae est mater omnium Sanctorum (p. 297, 298).

407. Flaminio Vacca (V. Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in fine della Roma antica del Nardini) e parecchi Romani, doctrina graves, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi, filiis nepotibusque. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de' conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità.

408. Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta discooperuit (Anastas. in Vitalian., pag. 141). Questo Greco, vile al pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una Chiesa cattolica.

409. V. intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di Papa Adriano I a Carlomagno (Cod. Carolin., epist. 67, nel Muratori, Script. ital., tom. III, part. II, pag. 223).

410. Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D. 887-899), De reb. gestis Car. M., l. V, 437-440, negli Historiens de France (t. V, p. 180).

Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas,

Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit.

De tam longinqua poterit regione vetustas

Illius ornatum Francia ferre tibi.

E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (Histor. de France, t. V, p. 378), extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et marmora devehi fecit.

411. Un passo del Petrarca (Op., p. 556, 557, in epistola hortatoria ad Nicolaum Laurentium) è sì energico, ed all'uopo, che non posso starmi dal trascriverlo: Nec pudor aut pietas continuit quominus impii spoliata Dei templa, occupatas arces, opes publicas regiones urbis, atque honores magistratuum inter se divisos (mancherà un habeant), quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupenda societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum venerabilis civis (dee dire cinis) erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt. Ciò non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca.

412. Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora a Spoleto (Annali, t. VI, pag. 416).

413. V. gli Annali d'Italia. Lo stesso Muratori avea trovato questo e il precedente fatto nella Storia dell'Ordine di S. Benedetto pubblicata dal Mabillon.

414. Vita di Sisto V, di Gregorio Leti, t. III, p. 50.

415. Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi, vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti (p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del Governo civile di Roma, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di Cecilia Metella (p. 19, 20).

416. Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II, è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto della regina di Svezia (Musaeum italicum., t. I, p. 97).

Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas;

Ex cujus lapsu gloria prisca patet.

Sed tuus hic populus muris defossa vetustis

Calcis in obsequium, marmora dura coquit;

Impia tercentum si sic gens egerit annos

Nullum hinc indicium nobilitatis erit.

417. Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium, vacua videretur, populum habet immensum (Opp., p. 605, Epist. familiares, 11, 14).

418. Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico Lancisi. De Romani Coeli qualitatibus, p. 122.

419. Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita compilazione pubblicata dal Muratori col titolo Antiquitates Italiae medii aevi, Dissert. 26, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I, p. 446 della stessa Opera volgarizzata.

420. Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt (Montfaucon, Diarium italicum, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285) accenna arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et senatorum, turres de Bratis, arcus Antonini, turres de Cosectis, etc.

421. Hadriani molem.... magna ex parte Romanorum injuria.... disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia, absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset (Poggi, De varietate fortunae, p. 12).

422. Di Enrico IV, (Muratori, Annali d'Italia, tom. IX, p. 147).

423. Mi giova in questo luogo citare un passo importante del Montfaucon: Turris ingens rotunda.... Caeciliae Metellae.... sepulchrum erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum supersit; et TORRE DI BOVE dicitur, a boum capitibus muro inscriptis. Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati, in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat (p. 142).

424. V. Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello.

425. Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, ad velum aureum, nella Vita di Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, Script. ital., t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.).

Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu

Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum (probabilmente vocatos)

In scelus in socios fraternaque vulnera patres,

Tormentis jecisse viros immania saxa;

Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas

Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo

Lumina vicino, quo sit spoliata supellex.

426. Il Muratori (Dissertazioni sopra le Antichità Italiane, t. I, p. 427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto cantari di Genova (ogni cantaro pesa cinquanta libbre).

427. La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza, prescrivendo severamente di conservare pro comuni utilitate le case de' cittadini messi in bando (Galvaneus, nel Muratori, Script. rer. ital., t. XII, p. 1041).

428. Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e piangendo additavagli, maenia, lacerae specimen miserabile Romae, e annunziava l'intenzione di restaurarle (Carmina latina, lib. II, epist. Paulo Annibalensi, XII, p. 97, 98).

Nec te parva manet servatis fama ruinis

Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae

Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas

Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti

Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!

Quod ille nequivit (Hannibal)

Perficit hic aries.

429. Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua Verona illustrata, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il nome di Colosseo, o Culiseo, perchè eguale denominazione fu data all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (in atrio) del suo palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19).

430. Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi nel Tesoro di Sallengro. Il Montfaucon nel Diarium (p. 233) decide che l'avidità de' Barbari est una germanaque causa foraminum.

431. Donato, Roma vetus et nova, p. 285.

432. Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus, cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus (Beda, in Excerptis, seu collectaneis presso il Ducange, Gloss. med. et infimae latinitatis, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra.

433. Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal Muratori (Script. rer. ital., t. III, p. 1), il passo che attesta questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo.

434. V. Statuta urbis Romae, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186. Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, Script. rer. Ital., t. XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di Nagona e del monte Testaceo.

435. Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo, questo cumulo singolare di maiolica rotta, sembra solamente serbato ad una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di maiali per dare divertimento alla plebaglia (Statuta urbis Romae, p. 186).

436. Il pallio, giusta il Menagio, viene da palmarium, ma questa è una ridicola etimologia. è cosa facile da concepirsi come gli uomini abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome premio della vittoria (Muratori, Diss. 33).

437. Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli Ebrei. (Statuta urbis, ivi).

438. Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli Annali romani (Muratori, Script. rer. ital., t. XII, pag. 535, 536). Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo in cui vengono raccontate, il carattere della verità.

439. Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo.

440. Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo delle fazioni, de Tiburtino faciendo, nel Colosseo, fondandosi sopra un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma.

441. Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem deletum (Poggi, p. 17).

442. Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27); questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione favorevole per far rivivere un tal diritto.

443. Dopo aver misurato il priscus amphitheatri gyrus, il Montfaucon (p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era tuttavia intatto; tacendo clamat. Il Muratori (Ann. d'Ital., t. XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini; ma può essere che la sola somiglianza delle parole lo abbia suggerito.

444. Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo smantellamento del Colosseo: Quod si non suopte merito atque pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse.

445. Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad una menda di cinquecento aurei chiunque demolirà un antico edifizio, ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis perpetuo repraesentent.

446. Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, Mémoires sur Pétrarque, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto miraculo rerum tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu, nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror (Opp., pag. 605, Familiares 11, 14. Joanni Columnae).

447. Egli eccettua, lodandone le rare cognizioni, Giovanni Colonna. Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae.

448. L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio, aggiunge: Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant custodes senatui, etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si ribellarono; ma tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in hebdomada senatoribus nuntiavit. Agrippa tornò addietro e ridusse ad obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298).

449. Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio captus a Romanis exiit, ivitque Neapolim. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (De gestis regn. anglor., l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti.

450. V. l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele, vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a dire prima del vincitore di Dario (Plinio, Hist. nat. XXXIV, 19).

451. Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro, ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e portava nel petto una larga ferita (Pectus perforat ingens, ec.). Se questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de' contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in quel secolo barbaro apparvero.

452. Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus, horti patronus congesta humo texit (Poggi, De varietate fortunae, p. 12).

453. V. le Memorie di Flamminio Vacca (n. 57, p. 11, 12) sul finire della Roma antica del Nardini (1704, in 4).

454. Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto (Labat, Voyage en Espagne et en Italie, t. III, p. 217, 218 ). Nel 1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel 1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della popolazione abbia continuato.

455. Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha fatte sulle diverse parti di questa città (Diarium. italic., c. 8-20, p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi. Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti, se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli scritti di Onofrio Panvinio, qui omnes observavit, poi le Opere recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda ed esatta per la topografia dell'antica Roma.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (magia/magìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Free to Download MoboReader
(← Keyboard shortcut) Previous Contents (Keyboard shortcut →)
 Novels To Read Online Free

Scan the QR code to download MoboReader app.

Back to Top

shares