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   Chapter 2 No.2

Ricordi del 1870-71 By Edmondo De Amicis Characters: 222994

Updated: 2017-12-04 00:03


Roma, 26 settembre.

Senz'aver veduto Roma è impossibile formarsi una giusta idea dell'effetto che può fare. E di Roma come di Venezia: la prima cosa che si fa, appena entrati, è di dimandarsi se si sogna o se si è desti. Sembra una città guardata a traverso d'una lente che ne ingigantisca i contorni. Si direbbe che le case, le piazze, le chiese, le fontane, le scale, le colonne, tutti i monumenti di Roma sono stati fatti da una razza d'uomini fisicamente il doppio di noi. Noi ci sentiamo piccoli, passando per queste piazze e per queste vie; ci pare d'esserci rifatti bambini; l'uomo diventa formica, come dice Victor Hugo. Per guardare il sommo degli edifici e delle colonne bisogna torcersi il collo; per vedere il fondo alle piazze ci vuole il cannocchiale; per muoversi, la carrozza; per non perdere la bussola, un volume di cinquecento pagine sotto il braccio; per non lasciarsi soverchiare dalla commozione, almeno un paio di case a Firenze che diano la rendita di cinquantamila lire. è una città che stordisce; ecco la vera parola. Non mi ricordo chi sia quell'illustre straniero che, entrando in Roma per porta del Popolo, fu sorpreso e commosso a tal segno dallo spettacolo della piazza, del Pincio, delle tre grandi strade, delle chiese, degli obelischi, di tutte le meraviglie che s'abbracciano da quella porta con uno sguardo solo, che fu costretto ad appoggiarsi sul braccio del suo vicino. Tale è veramente l'effetto che fa Roma in quel punto. Il primo bisogno che si sente è di aver accanto qualcuno da stringergli il braccio e lasciargli il livido. Se non ci fosse gente intorno, si manderebbe un grido.

***

Io vidi una bellissima scena. I nostri soldati entrarono in Roma per porta Pia e andarono difilato sino a Montecitorio. Fosse caso o disegno, non lo so; ma per far quel cammino passarono dinanzi ai più stupendi monumenti di Roma.

Non mi ricordo il primo entrato che reggimento fosse. Giunge in piazza di Termini, dove c'è una fontana bellissima. Per chi non ha mai visto Roma, le sue fontane, così gigantesche e fantastiche, sono una delle più profonde sorprese. I soldati si voltano, guardano e prorompono in un lungo oh! che si propaga di compagnia in compagnia, di battaglione in battaglione, man mano che giungono nella piazza. Chi rallenta il passo, chi si ferma, chi vorrebbe avvicinarsi. - Animo, animo, - dicono gli ufficiali, - ci sono altre cose più belle da vedere. - I Romani ridono al vedere i soldati tanto sorpresi di sì piccola cosa. - Vedrete ben altro, - dicono, - questo non è niente; andate, andate, vedrete ben altro. - I soldati vanno innanzi voltandosi indietro ad ogni passo e discorrendo forte tra loro.

Il reggimento giunge in piazza del Quirinale. Lo spettacolo è meraviglioso. A destra un palazzo gigantesco; in mezzo alla piazza una fontana due volte più grande, più bella, più stupenda della prima; statue, vasca, getto d'acqua, tutto colossale. Si vede in lontananza la cupola di San Pietro, una gran parte di Roma, monte Mario, il Tevere, la campagna, un panorama grandioso e imponente. I soldati rimangono attoniti, senza profferir parola, senza neanco accorgersi delle grida e degli applausi che li accompagnano; guardano colla bocca aperta e gli occhi spalancati, come se si fossero affacciati a un mondo nuovo; il silenzio dura per qualche momento; il popolo tace anch'esso come per non turbare la dolcezza di quella contemplazione. A un tratto sorge tra le file una voce altissima: - Viva Roma! - Tutto il reggimento risponde: Viva Roma! - Andate, andate, - dicono di nuovo i Romani, questo non è niente, ben altro vi resta da vedere. - Il reggimento continua la sua strada.

Ecco la piazza di Trevi, la fontana di Trevi. Che cos'è questo? Com'è qui quella roccia? Di dove scende quel fiume? Chi è quel gigante? I soldati prorompono insieme in un grido di meraviglia e di gioia, tendono le braccia, si affollano, si stringono, par che si vogliano gettare nella fontana. - Viva Roma! - gridano; - Viva l'esercito! - rispondono i Romani, e di nuovo: - Avanti, vedrete, vedrete. - Ma che si può vedere ancora di più bello? La fontana di Trevi è veramente prodigiosa, non par vera, pare una cosa sognata, una cosa da giardino fatato, letta nelle Mille e una notte. - Ah! non ce la volevano dare Roma? - esclama un ufficiale; eh! ora si capisce. - Come vi piace la città? domandano i Romani, passando e agitando le bandiere. Cosa rispondere? I soldati non rispondono che: - Roma! Roma! - Il reggimento va oltre.

Ecco la piazza Colonna, la Colonna....

Soldati e popolo cominciarono a girare attorno alla Colonna; sonavan trombe, tamburi, grida; v'eran dei Tedeschi e degl'Inglesi con noi, e in quel momento, commossi anch'essi, ci strinsero la mano dicendo: - .... Bel giorno! Bei momenti!

..........

..........

LA CUPOLA DI SAN PIETRO.

Per quanto si sia parlato, scritto e disegnato della basilica di San Pietro, qualcosa da dire resta sempre. E poi, questa volta, sotto la cupola di San Pietro c'è una grande novità: i bersaglieri, dei quali non è fatto cenno, credo, nè dalle guide, nè dai libri archeologici, nè dalle opere artistiche; e spero che la mia penna d'oca, coll'aiuto delle loro penne di cappone, riuscirà a far qualcosa.

Ecco schietta e netta l'impressione che mi fece San Pietro.

Andai là con un mio amico ch'era già stato a Roma. Passando sul ponte Sant'Angelo, incontrammo un ufficiale che ci consigliò di tornare indietro. Adesso ci troverete una processione di soldati, disse; ne sono piene tutte le scale, pare una caserma, bisogna tornarci più tardi.

Più tardi? Con questa po' di febbre che ho addosso? Dopo aver veduta quella benedetta cupola per cinque giorni, a otto miglia di lontananza, grande, netta e spiccata, che mi pareva a due passi, e mi faceva soffrire le pene di Tantalo? è impossibile; fin che non ci sono sopra, mi par di sentirmela sul petto. Andiamo a vedere questa meraviglia. A San Pietro!

La carrozza era già al di là del ponte Sant'Angelo, quando il mio compagno mi consigliò di chiuder gli occhi e di non aprirli prima che me lo dicesse; li chiusi.

A un tratto la carrozza si fermò e l'amico disse: "Guarda."

Guardo: siamo in mezzo alla piazza. Ecco le colonne, le fontane, la gradinata, la cupola, ogni cosa come si vede nei quadri: nulla di nuovo e nessuna sorpresa.

"Dunque?" l'amico domanda, "non ti scuoti? che impressione ti fa? non ti par bello, grande, sublime?"

Io sono mortificato, non trovo parola. Questa è la famosa basilica? Questa la cupola che si vede di lontano quaranta miglia? Questo il gran colosso di San Pietro?

"Dunque?"

"Dunque..... senti, amico, vuoi ch'io ti dica la verità?"

"Quale?"

"Mi par piccolo."

"Cosa?"

"Tutto: la piazza, la chiesa, la facciata, la cupola, tutto quello che vedo."

Il mio amico diede in uno scroscio di risa.

"Sarà ridicolo; ma è vero. Mi par piccolo, mi par piccolo, mi par piccolo. Son disilluso."

"Guarda quell'uomo."

"Quale?"

"Quello seduto ai piedi d'una delle colonne di mezzo della facciata."

Guardo l'uomo, misuro coll'occhio tutta l'altezza della colonna, misuro la larghezza, poi l'uomo di nuovo, confronto, riguardo ed esclamo:

"è immenso!"

"Ah! qui ti volevo! Bisogna confrontare, caro mio. Come ti puoi accorgere che qualcosa è gigantesco dove tutto è gigantesco? A prima giunta, tutti guardano in su, e tutti dicono come te. Scendiamo."

Si scende di carrozza, si sale la gradinata: non finisce mai. Si guardano le colonne della facciata: ingigantiscono a ogni passo. Giungiamo dinanzi: sono larghe come case. Guardiamo in su: sono alte come campanili. Ci voltiamo indietro: quanta strada s'è fatta! Le fontane, pur ora così grandi, son diventate piccine che non paiono più quelle. Un soldato vicino a noi esprime benissimo questo stesso effetto; guarda la facciata e dice: Gonfia.

Entriamo. Guardo.... "Amico, questa volta te lo dico sul serio: sono deluso."

"Aspetta. Vedi quella colomba in bassorilievo, di marmo bianco, qui nell'angolo?"

"Vedo."

"A che altezza ti par che giunga della tua persona?"

"Al collo."

"Vediamo."

Si va innanzi.... Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi. Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulla punta dei piedi, e non ci arrivo.

"Guarda le lettere di quell'iscrizione lassù; come ti paiono alte?"

"Quattro palmi."

"Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?"

"Un braccio."

"Tre metri."

Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa alta che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d'artiglieria grandi e robusti come Ciclopi; la cosa alta è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino poco distante guarda e sorride con un'aria di sorpresa e di compiacenza; par che dica: - Sono cristiani queste bestie feroci! meno male!

V'è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all'altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno contemplando le statue, e per convincersi che sono di marmo, mettono loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d'uno di essi, che mi ha l'aria di un monferrino: A j'è nen a dije; a l'è un bel travaj.

Siamo sotto la cupola. Su la testa. Ah! qui l'effetto è veramente prodigioso! è bello il vedere il mutamento che si fa in tutti i visi appena si voltano in su. Molti, appena guardato, chinano la testa e chiudono gli occhi, come se avessero intraveduto l'abisso. In altri il volto e l'occhio s'illuminano come a una visione di cielo. è una meraviglia che ha dell'estasi. è il solo punto della chiesa in cui collo sguardo si sollevi al cielo il pensiero. Nelle altre parti è magnificenza che seduce e splendore che affascina, non grandezza che ispira; ci si sente il teatro; si pensa più alle fatiche e ai milioni che vi si profusero, che a quegli cui furono dedicati; più ai pittori e agli scultori, che agli angeli e ai santi. L'anima è così tenacemente legata alla terra dalle meraviglie dell'arte, che a sprigionarla e levarla in alto occorre assai maggior forza e più difficile lotta, di quel che a farla uscir vittoriosa dalle tentazioni esterne della vita, contro cui la chiesa dovrebbe servir di rifugio.

Si va innanzi, indietro, a destra, a sinistra, e a misura che si procede la testa si fa pesante e la vista s'intorbida. Ad ogni passo cento nuove cose, l'una più straordinaria e mirabile dell'altra: si affacciano confusamente allo sguardo, vicine, fitte, ammontate. L'attenzione a tutte insieme non basta; sopra una sola non può fissarsi, chè le altre la tirano; così tremola e si stanca senza nulla abbracciare. Colonne enormi, statue gigantesche, bassorilievi, dipinti, mosaici, ori, ricchezze e bellezze d'ogni forma e d'ogni natura; vi si passa accanto senza neanco guardare; si travedono e si dimenticano le une nelle altre.

Si vede in fondo alla chiesa qualcosa di nero che brulica intorno alla porta; sarà una compagnia di soldati che entra. Quei colossi di angeli che reggono la pila dell'acqua benedetta sembrano due giocattoli da ragazzi. In vari punti ci sono dei soldati che si chinano a guardare sul pavimento: guardano le indicazioni della lunghezza delle più grandi basiliche del mondo. Quale arriva a metà, quale a due terzi, quale a un terzo: chiesuole. Mamma mia! esclamano i soldati napolitani. Quante moltiplicazioni dovranno fare, tornati ai loro villaggi, per dare un'idea di San Pietro col confronto della chiesa parrocchiale! Alcuni notano sul taccuino le dimensioni. Altri fanno il conto di quanti soldati ci starebbero. - Ci stanno tutti i soldati del 4o corpo d'esercito? - Sì.... e forse anche tutte le maledizioni che mandarono al servizio delle sussistenze.

Ecco la porta per salire alla cupola. Coraggio e su, che sarà una sudata memorabile. Si sale per una scala a chiocciola; i gradini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri, agevolmente, senza avvertir la salita. Il muro è coperto di lastre di marmo dov'è segnato il nome di tutti i principi del mondo che salirono alla cupola. C'è l'iscrizione di Ferdinando II di Napoli. Sotto, appoggiate al muro, ci stanno otto daghe da bersagliere. Più su, a ogni passo, cappelli coi pennacchi, keppì, sciabole di cavalleria, cinturini, giberne. Sopra la testa e sotto i piedi, un fracasso da stordire. Sono squadre intiere di soldati che scendono, salgono, s'incontrano, si salutano, si esprimono l'un l'altro lo stupore e l'allegria. Già si leggono pei muri le loro iscrizioni, chè il soldato, per dove passa, lascia sempre traccia di sè. Sotto quella del Borbone che dice: Re del regno delle due Sicilie, salì nella cupola ed entrò nella palla, si legge: Tale dei tali, allora caporale del genio, ha avuto l'onore di salutarla a Gaeta.

Oh, ecco una finestra, guardiamo giù. Mi corbelli? Siamo già oltre il tetto dei più alti palazzi. Si ripiglia la salita, si cammina altri dieci minuti, ecco una porta: si esce al cielo aperto. Eccoci sul tetto della chiesa: è una piazza d'armi. Si vede da una parte un edifizio rotondo, alto quanto una chiesa ordinaria; non è altro che una delle cupolette minori che fanno da stato maggiore alla principale. è grande e stupenda, ma nessuno la guarda; non s'ha tempo per guardare tutte le minuzie. Si corre al parapetto, si guarda nella piazza, è un formicaio. Si guardano le statue che sorgono in fila sul sommo della facciata: che moli! Piedi che non istanno sul tavolino dove scrivete; pieghe dei panni in cui si può nascondere un uomo; dita che paiono clave. V'è una chiave di San Pietro che a prima giunta si piglia per un'àncora di bastimento. I soldati scorrazzano da tutte le parti, chiamandosi e salutandosi dalla piazza al tetto, dal tetto alla cupola, ed esprimendosi la meraviglia con quel ridere allegro e quelle esclamazioni scherzose: - Che bagattella! - E chi vuol andare di qua, chi di là; si tirano, si spingono, si aggruppano, si sparpagliano, correndo, ridendo e chiacchierando, come i ragazzi nel cortile di un collegio, - "Bisogna farsi coraggio," dice uno, "e salire, perchè se non si va in paradiso questa volta, non ci si va più." - "Ma questa cupola par piccola," ripeto al mio amico. E lui: "Guarda in cima." L'ultimo terrazzino sotto la palla è pieno di soldati; o come mai si vedono così piccoli se son così vicini?

Su, alla cupola. Sali e gira e rigira, ecco una porta che dà sur una galleria; la galleria dà nell'interno della chiesa; mi affaccio, mi tiro indietro, ho paura che mi pigli la vertigine. "Guarda la sala del Concilio, laggiù in quella nave della chiesa," mi dice il compagno. Guardo; "Ma come! là dentro stavano tutti quei vescovi? Ma se è grande come una scatola da tabacco!" Cosa sembrano gli uomini? Mi ricordo il detto del Guerrazzi: quello che sono, insetti. Intorno a quell'altarino di mezzo ce n'è uno sciame; sembrano una macchia nera che si muova. Guardo dietro di me, nel muro, e m'accorgo che quelle testine d'angiolo a mosaico ch'io vedeva di giù, starebbero bene sopra un par di spalle larghe quattro metri.

Si risale. Scale lunghe e diritte di cui si vede appena la sommità, scale a chiocciola dove per salire bisogna afferrarsi a una fune, scale di legno a zig zag, scale comprese fra due pareti curve dove bisogna camminare rotolandosi sulla parete più bassa; e daccapo scale dritte, e daccapo scale a chiocciola, e avanti, sudando, ansando e soffiando; ecco finalmente un raggio di luce, una porta, eccoci sulla sommità, ecco tutta Roma: oh che aria viva e leggera!

La prima esclamazione che mi colpisce arrivato là è d'un artigliere lombardo. - Madona! - egli esclama giungendo le mani - alter ch'el domm de Milan!

Si guarda giù, sul tetto della chiesa, dove si era poc'anzi: si vede una processione di formiche. La gente che passeggia per la piazza si discerne appena; le due grandi fontane sembrano due pennacchi bianchi agitati; le cupole minori della basilica, campanelle di quelle piccine, che si mettono sulle statuette dei santi. Tutta la città si abbraccia con uno sguardo. Subito danno nell'occhio le mura del Colosseo e delle Terme, nere e gigantesche. Le statue in cima alle colonne, le punte degli obelischi, le curve sponde del Tevere, il Pincio, la villa Borghesi, il Quirinale, San Giovanni Laterano, il Gianicolo, che sembra una collinetta di giardino, tutto si vede distintamente. Il giardino del Vaticano sembra un'aiuola. Il Vaticano un edifizio comune, coi cortiletti; è tutto chiuso e deserto. Ecco Monte Mario. Ecco laggiù la campagna romana, nuda e sinistra; di qui debbono aver veduto il passaggio delle divisioni del Cadorna, compagnia per compagnia, cannone per cannone. Ecco Monterotondo, Tivoli, Frascati, Albano, e più a destra, lontano, quella sottile striscia luminosa, il mare. Roma! Roma! Benedetto nome che non s'è mai stanchi di dirlo; c'è qualche segreto in questo suono; Roma! Pare che sempre ce lo ripeta l'eco nell'orecchio: Roma! Eccola qui tutta....

Un soldato accanto a me guarda anch'egli Roma con aria pensierosa; pare che voglia dire qualche cosa, sorride, alza una mano, la batte sul parapetto: Finalment....

Sentiamo quel che vien dopo.

- Ghe semm!

Senti come l'ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto di scendere, agitando una mano: - Addio, addio, Roma!

E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi precipitosi e delle voci allegre.

PRETI E FRATI.

Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d'un inno di guerra, dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a combattere. Ha molti punti di somiglianza colla Marsigliese. Ha un ritornello che comincia: Catholiques, debout! Ha una strofa che arieggia quella dell'inno francese: Entendez-vous dans ces campagnes, colla differenza che ai féroces soldats sono sostituiti les barbares. Ha un verso che dice: Viendront-ils nous PRENDRE (ci dev'essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo) nos églises, nos prêtres? E il verso dopo: Non, non, on n'y touchera pas. E altre amenità poetiche su quest'andare.

Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per ispirare nel popolo l'avversione al governo italiano, e per alimentare la diffidenza in quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede, manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti e desiderii italiani.

Questo fatto spiegherebbe pure l'astensione d'una parte del popolo dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma che nei villaggi della provincia.

A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di cose:

"Per me sono contentissimo;" rispose, e lo diceva sinceramente: "tutto va bene, non si potrebbe desiderare di meglio." E poi a bassa voce: "Hanno rispettato le chiese, hanno lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come prima."

"Oh curiosa! Ma credeva che si venisse qui a guastare il mestiere ai preti, lei?"

"Io?... nemmen per sogno."

Certo che lo credeva, e con lui chi sa quanti, che all'entrare dei nostri soldati si saranno chiusi in casa e fatti dar del codino. Ma ora che si son disingannati e rassicurati, non credo che saranno meno sinceramente Italiani degli altri.

Non ricordo in che villaggio, una donna del popolo fermò il primo ufficiale che vide, e gli disse con voce affannosa e supplichevole: "è una buona persona il nostro curato, glie l'assicuro; è un galantuomo; non gli dispiace mica che vengano i soldati del Re; non gli facciano nessun male, lo dica ai soldati, ci faccia questa carità...."

Quella donna credeva fermamente che il mandato dell'esercito italiano fosse di far la festa ai preti, come diceva don Abbondio. Ora lamentatevi, se vi pare, ch'essa non abbia messo fuori della finestra la bandiera tricolore.

Passava un drappello di seminaristi, per una via di Nepi, poco dopo che v'erano passati i soldati. Un popolano, accennandoli, disse in tuono burlesco: "Ora.... quelli là.... è finita...." E mi guardava.

"Perchè finita?" gli domandai.

"A questi lumi di luna...."

"Ma che lumi di luna! I seminarii e i seminaristi seguiterete ad averli; ce li abbiamo anche noi, e ce li avremo sempre."

Fece un atto di sorpresa, e poi domandò: "In Italia? Ce li avete anche voi in Italia?"

"Sicuro."

"E passeggiano per le strade?"

"Passeggiano per le strade."

"E nessuno gli dice nulla?"

"E cosa volete che gli dicano?"

C'era da perdere la pazienza; mi ripugnava quasi di credere a tanta ignoranza.

In una via remota di Roma, poco dopo l'entrata dell'esercito, si vide un vecchietto che all'aria, doveva aver avuto una tal paura delle cannonate da perdere il lume della ragione. Alla paura delle cannonate gli era poi sottentrata la paura delle dimostrazioni. Passavano alcuni giovani cantando e sventolando bandiere. Non avendo più tempo di fuggire, credette di dover far l'Italiano per non essere accoppato. Cominciò collo sforzarsi a sorridere, e poi, raccolto tutto il suo coraggio, gridò con una voce da moribondo: - Accidenti ai preti!

Le bricconate fatte per viltà sono più rivoltanti di quelle fatte di proposito. Uno dei giovani del drappello lesse nel viso al vecchio e gli disse con piglio severo: "Per essere Italiano non c'è mica bisogno di dir delle insolenze ai preti, sapete!"

Il vecchio rimase attonito.

"Non ce n'è proprio bisogno," soggiunse il giovane allontanandosi e continuando a guardarlo. Il povero Italiano fallito non profferì più parola. Anche a lui, certo, era stato dato a credere il viendront-ils degli zuavi.

Un oste, all'apparir dei soldati, s'affrettava a nascondere certi palloncini da luminaria su cui era scritto: W. Pio IX. Un ufficiale lo sorprese, e gli disse:

"Lasciate quella roba dove si trova."

"Ma io...."

"Lasciatela."

"Ma io non son mica per il Papa; io son per lor signori."

"Ma per esser per noi, non c'è mica bisogno di rinnegare il Papa!"

"Ma questa roba...."

"Ma questa roba vi potrà ancora servire, e tra poco, speriamo, perchè le cose s'aggiusteranno."

"Lei dice bene."

"E voi facevate male."

Del resto, i preti mostrarono di non aver le paure che s'adoperavano a mettere negli altri. Mentre nelle vie dei villaggi la buona gente tremava per la loro vita, essi, dalla finestra, assistevano tranquillamente al passaggio dei reggimenti, e molti non abborrivano dall'onorare d'un cortese saluto gli ufficiali a cavallo.

Un solo frate mostrò d'aver paura dei soldati, e fu vicino a Civita. Veniva innanzi con un somarello verso un battaglione di bersaglieri, pallido e tremante, e giunto a pochi passi dai primi soldati, si fermò e giunse le mani in atto di chieder grazia. - Fa nen 'l farseur - gli disse un caporale. Gli altri gli domandarono notizie del Santo Padre. Qualcuno gli offrì del pane. Rassicuratosi, pareva matto dalla contentezza.

E non mancarono i preti che accolsero festevolmente i soldati. A Baccano un prete e un frate stettero a veder sfilare sei battaglioni di bersaglieri sulla porta del convento, sereni e ridenti ch'era un piacere a vederli. Tutti i soldati, passando, dicevano qualche cosa all'uno, all'altro.

"Si va a Roma, reverendo."

"Dio v'accompagni!"

"Senti! è dei nostri!"

Il prete si mise una mano sul cuore.

- Viva! viva! si gridò dalle file. E il frate e il prete ringraziarono.

Non ho sentito mai, nè altri può affermare d'aver mai sentito, un soldato dire una parola sconveniente ad un prete. Scherzi, sì; ma urbanissimi, e condonabili sempre alla gaiezza del soldato. Se l'Unità Cattolica osservasse che è inurbanità il dirigere la parola a chi non si conosce, le si potrebbe rispondere che nessuno obbligava i preti a mettersi alle finestre o a piantarsi sull'uscio della casa parrocchiale quando i reggimenti passavano. Se vi stavano, vuol dire che ci si divertivano; non so se ci sarebbero stati quando fossero passati gli zuavi.

Nei primi due giorni non si videro in Roma nè preti nè frati, o almeno pochissimi. Ma non si può dire che stessero nascosti per timore: qual ragione di temere i nostri soldati a Roma più che nella provincia? Stavan chiusi, si capisce, per non aver a prendere parte, neanco come spettatori, alle dimostrazioni del popolo. Tuttavia, ripeto, alcuni se ne videro anche il primo giorno, e passavano in mezzo alle bandiere e alle grida, sicurissimamente, come in casa propria, senza esser nemmeno guardati. E sì che le vie di Roma, stando a quello che scrisse don Margotti, eran piene di facinorosi, di tigri assetate di sangue e di donne di mala vita, tutta gente, come diceva l'oste milanese della Luna piena, latina di bocca e latina di mano.

La mattina dopo il 20, venendo dal Campo Vaccino sul Campidoglio, la prima cosa che vedo, in cima a una delle grandi scale che danno sulla piazza, è un gruppo di bersaglieri e di frati che se la discorrono fraternamente, seduti sugli scalini. I bersaglieri mangiavano; due o tre frati rivolgevano tra le mani una gamella, guardandola di sopra e di sotto; altri tenevano in mano un pane di munizione; altri osservavano con molta curiosità i cappelli piumati appesi al muro. Ci fosse stato un fotografo! Parevano amici vecchi. A un bersagliere che scendeva domandai: che cosa dicono i frati? - So' chiù etaliani de noautri, - mi rispose ridendo.

La sera, per le strade, se ne videro molti. Ce n'era di tutti i colori: bianchi, neri, bigi, cacao. Alcuni erano accompagnati da soldati. La gente guardava e rideva. Era infatti una mescolanza così nuova e strana, che pareva di sognare. E il modo con cui andavano assieme! Come fosse la cosa più naturale del mondo, come fossero stati insieme sempre: discorrevano di politica.

Passando in certe strade remote, i soldati vedevano qua e là sparire delle tonache e chiudersi degli usci. Da certe finestre spuntavano visi di reverendi rannuvolati, guardavano intorno come per consultare il tempo, e sentite grida o musiche lontane, richiudevano le imposte. Altri uscivano in fretta da una porticina, si arrestavano a un tratto, come le lucertole, a spiare in giro, e poi via rasente il muro a lunghi passi. Per certe strade quiete e deserte pareva di sentire dei fruscii misteriosi, come di notte per gli anditi delle chiese e delle sagrestie.

Qualche prete, attraversando in fretta via del Corso e travedendo qualche nuova uniforme, si fermava in un canto, fuori della folla, per vedere che bestia fosse. Ne vidi due che sbirciavano da lontano due carabinieri in tenuta di parata. Lo guardarono dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa, e poi si consultarono l'un l'altro tacitamente, stringendo le labbra coll'aria di dire: - Che roba è?

Curiosità n'avevano, certo; ma non guardavano mai diritto. Passando accanto ai soldati, lanciavano occhiate di traverso, rasente il cappello, al di sopra della spalla, tra le dita della mano, o facevano scorrere due dita intorno al collo come per allungarsi il collare, tanto per aver agio di voltare la faccia senza parer di guardare.

Lasciamo gli scherzi; debbono aver detto in cuor loro: - Qual differenza dai nostri zuavi!

Chi avesse visto in viso quei due cardinali, di cui non ricordo il nome, che passarono in carrozza dinanzi ai bersaglieri, presso Castel Sant'Angelo, poco dopo ch'era stato ordinato alle truppe di render loro gli onori come ai principi del sangue; chi avesse visto il sorriso che fecero quando si videro presentare le armi, lo sguardo benigno e gentile che girarono sui soldati, e l'atto di ringraziamento con cui accompagnarono lo sguardo, e la serena e lieta dignità con cui si ricomposero dopo quell'atto; chi li avesse visti avrebbe giurato che un sorriso, uno sguardo e un atto così, quei due cardinali non lo avevano mai fatto ai loro bene amati campioni.

E cardinali, e preti, e frati, se v'era fra loro chi credesse a quello che le femminucce di Civita e di Nepi credevano, e quanti Romani cattolici trepidavano per le chiese e pei sacerdoti, debbono essersi tutti solennemente e irrevocabilmente ricreduti. Sentivano dire che i soldati italiani erano barbari, e non li hanno visti torcere un capello a un reverendo; ch'erano empi, e li hanno veduti affollarsi nelle chiese a baciare i piedi dei santi; ch'erano vandali, e li hanno visti pagare ogni cosa a soldi sonanti, e regalare le pagnotte ai frati; ch'erano licenziosi e insolenti, e hanno sentito dire dai popolani: - Che rarità di soldati son questi che non dicon nulla alle donne! - Volere o non volere, un grande edifizio di menzogne è caduto, e perdio, si potrà raccoglierne i ruderi, ma non si rifabbrica più.

Quante conversioni politiche hanno fatto i nostri soldati!

Quanto poi ai preti e ai frati, io avrei voluto leggere nel loro cuore la sera del 20 settembre. Se è vero che la meravigliosa dimostrazione di Roma, tanto superiore a ogni previsione e a ogni speranza, abbia più che commosso, sopraffatto e sbalordito nella corte pontificia i più fieri e ostinati nemici d'Italia, che non avrà potuto di più sul cuore dei molti in cui la convinzione era fiacca e la nimicizia determinata solamente dall'interesse? Quelle poche fibre italiane, che il conte di Cavour non voleva credere morte neanche nel cuore del Papa, debbono essersi scosse nel loro cuore la sera del 20 settembre. Le grida e i canti del popolo debbono essere risonati nelle celle silenziose dei monasteri, come un avvertimento, come un consiglio, come un rimprovero. Molti debbono aver invidiato dal più profondo dell'anima quella gioia; debbono aver rimpianto di essersi ridotti in condizione da non poterla godere; alcuni, forse, tendendo l'orecchio alle musiche lontane, debbono aver provato un sentimento di tenerezza mesta ed amara, debbono essersi ricordati di avere una patria, debbono aver sentito che l'amavano; debbono aver profferito in segreto il suo nome, debbono averla invocata, debbono aver domandato con sincere lacrime a Dio che ispirasse nel cuore del Pontefice il bisogno di riconciliarsi con lei, di riconoscerla, di benedirla, di troncare con una parola generosa la guerra insensata che in mezzo a tanta gioia e a tanto affetto li condannava alla solitudine e all'abbandono come rinnegati o stranieri.

LE TERME DI CARACALLA.

"Andiamo alle terme di Caracalla."

"Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo."

"E attraversare il Campo Scellerato."

"E veder l'arco di Giano."

"E la Cloaca Massima."

Niente di meno! Ponete d'essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c'è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.

Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c'era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.

- Vi faranno più impressione del Colosseo, - ci aveano detto molti. Noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n'aveva fatta moltissima, e perchè l'idea prosaica che in fin dei conti le terme erano uno stabilimento di bagni, come si diceva scherzando, ci teneva in freno l'immaginazione.

Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand'era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere dall'acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l'imperatore tuffarsi nella natatoria in mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti i crines suppositi, e ungere le membra d'unguento.

- Le terme, signori, - dice a un tratto il cocchiere.

Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s'apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice: - Qui v'erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico. - Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi, ci siamo.

Guardiamo un pezzo in silenzio.

Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v'è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l'edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v'è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al muro v'è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.

- Qui c'era un grandioso porticato, - dice uno. Non ve n'è più traccia, andiamo innanzi. è una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell'edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.

Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l'esterna campagna. Alte e leggere v?lte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d'arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all'alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall'uscita forzata di un corpo più grande, e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d'ogni forma, e incavature larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dell'antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l'erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.

Si guarda e si pensa. è tristo, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l'intero edifizio. Quegli avanzi non bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll'occhio la curva d'un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d'un andito, e il profilo d'un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le proporzioni, e colle proporzioni l'effetto, che sarebbe immenso, dell'assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d'una musica lontana, che s'indovina e non si gusta. - Se ci fosse qualcosa di più, - si pensa; - se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell'atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! - E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è troncata a metà. Si vede l'imboccatura d'un andito: diavolo, dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l'occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po' di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l'edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l'acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l'occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l'immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla, ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d'aver molto guardato.

E il pensiero s'immerge nel passato.

Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l'Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all'ebbrezza dei piaceri. L'aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle. Dall'acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull'orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie; e s'odon le voci dei poeti che declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell'edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s'incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le ricchezze del mondo.

Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po' d'erba selvatica, e silenzio.

Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante, trasvolando, con un'occhiata, a traverso un velo!

Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll'avviso: - è proibito di fumare. - Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria.

Eravamo nell'ultima sala, o campo (chè non v'è più tetto) quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce: - Veni cà.

Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d'un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva all'intorno.

Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l'eco gridando dei comandi militari. Più in là v'era una signora con un ufficiale.

Salimmo anche noi dov'era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. è una scala larga e comoda; ma infinita. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l'ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz'altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s'innalzassero a misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d'esser saliti tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte dell'edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di v?lta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i deserti prati del popolo romano, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato acquedotto.

Si scende, si torna verso l'uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz'erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V'hanno delle teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d'imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d'ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine, danno a quel luogo qualcosa dell'aspetto d'un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V'è fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po' di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami. è singolare: desta quasi un sentimento di pietà.

Uscimmo senza parlare. Tale è l'effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in città ci parve d'entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana impressione che m'aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: - Tutto è passato!

UN'ADUNANZA POPOLARE NEL COLOSSEO.

Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.

Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come muggito di mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l'altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incanto una parte. Turbe di popolo che tenevan tutta la strada si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell'arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo a mezz'altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialzi del terreno v'era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell'arena v'era un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua superficie di volti e di sì attaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell'anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida si levavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano più bella e più solenne la festa.

Ecco Mattia Montecchi.

Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo ed altissimo evviva.

Il vecchio patriota romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:

- Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria....

S'interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio:

- .... Io ti saluto!

L'ultima sua parola muore in un singhiozzo; egli si copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.

La folla manda un grido d'entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.

- Silenzio! silenzio!

Il Montecchi rincomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell'oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.

- ..... Il potere temporale del Papa, - egli esclama, - è caduto!

Applausi vivissimi.

- è caduto nella polvere! - grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva e si agita al disopra delle teste.

- è caduto per sempre! - ripete il Montecchi.

- Nella polvere! - ripete in accento imperioso la voce di prima.

- Silenzio! silenzio!

- La caduta del potere temporale dei papi, - il Montecchi prosegue, - è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!

Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni: - Dalla storia della civiltà!

Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge: - Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.

- Della civiltà! - ripete il giovane.

- Della civiltà, - aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza. - Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo....

- Viva l'Italia!

- ..... I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà....

- Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!

- Viva! ma prego.... lasciatemi continuare....

- Viva Montecchi!

- Vi ringrazio.... fate un po' di silenzio.... Bisognava eleggere una Giunta.... Noi avremmo voluto che il popolo facesse l'elezione in modo regolare, colle schede, coi voti.... Ma non v'era più tempo.... abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano....

- Bravo! Viva!

- .... Al popolo romano, e di facilitargli l'opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici....

- Benissimo!

- Un momento.... Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro. Bisognerà dunque limitarsi ad approvare o disapprovare l'elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano ugualmente accette a tutti. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest'uno avrà parlato, state bene attenti....

- Viva Vittorio Emanue.... - grida all'improvviso una voce acuta.

- Silenzio! Smetti! non è il momento! - si mormora da ogni parte.

- Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re! - grida l'entusiasta importuno ad uno dei suoi interruttori.

- Ma chi ti dice ch'io non voglio che si gridi viva il Re? Dico che non è il momento.

- Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!

- Ma senti che bestia!

- Ma guarda....

- Silenzio! - grida il Montecchi; - accordatemi ancora qualche minuto d'attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a' voti l'elenco, nella sua totalità, s'intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello....

Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.

- No! no per ora! - grida il Montecchi; - ve lo leverete poi; come volete approvare adesso l'elenco se non v'ho ancora letto i nomi?

Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.

Il Montecchi: - Vi prego.... un po' di silenzio.... pochi momenti ancora.... Chi intenderà di approvare l'elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che viene qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l'unica maniera di far presto e bene. Se per leggieri dissensi su questo o quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.

Vivi applausi. - Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!

- Viva!... Ora vi prego per l'ultima volta.... un po' di silenzio.

Uno di que' che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.

- Tien giù quella bandiera! - gli grida il vicino.

- Ma è la bandiera nazionale, sai! - risponde l'altro sdegnato.

- Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?

- Guarda il prete!

- A me prete?

- Silenzio! si grida all'intorno.

- Leggerò i nomi, - ripiglia il Montecchi; - state attenti; ma ve ne riprego, non m'interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po' di pazienza....

- Legga! Legga pure!

Un profondo silenzio si fa per tutta la folla.

Il Montecchi legge: - Tale dei tali.

Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.

- Tale dei tali.

Vivi applausi, il popolo è ben disposto, l'affare va bene.

- Tale dei tali.

Uno scoppio d'urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d'inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell'affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.

Finalmente alza una mano.

- Silenzio! Silenzio! - si grida dalla folla.

- Signori!.... - comincia il Montecchi con un filo di voce; - vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l'elenco, abbiate un po' di pazienza ancora....

- Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga! Lasciatelo leggere!

Il Montecchi legge: - Tale dei tali.

Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.

- Abbasso! Abbasso! - grida la folla.

- No, viva! viva! - alcuni rispondono.

- Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! è passato il tempo! Abbasso! Abbasso!

Il Montecchi: - Prego....

- Abbasso i mercanti di campagna!

Il Montecchi con voce semispenta: - Prego, non discutano i nomi....

- Non si discute! Non si discute! Se dice per di' che so' mercanti de campagna!

Scoppio d'applausi.

- Non discutano, prego....

- Hanno fatto massacrare 'l popolo romano!

Applausi fragorosissimi.

- ..... Ma prego....

- Non li volemo!

- .... Un po' di silenzio....

- Non li volemo!

Cento voci assieme: - Parliamo uno alla volta, perdio!

Il fracasso è assordante, la folla agitatissima; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.

A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po' di mormorio.... Sia lodato il cielo, l'elenco è finito!

Vivi applausi.

Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.

Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.

- Ora chi parla? - Chi vuol parlare? - Parla tu. - Il tale ha detto che parlerà. - No, parla quell'altro. - Parliamo noi. - Parlino loro. - Zitti! parlano.

A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.

- Silenzio! Silenzio!

Si fa un generale silenzio e si ode una voce incerta e sottile:

- Io piglio la parola in un momento solenne....

Un rumore improvviso da una parte dell'anfiteatro copre la voce dell'oratore.

- ....Io piglio la parola in un momento solenne....

Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l'oratore si volta bruscamente: - In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?

Segue un diverbio, il Montecchi s'intromette, l'oratore ricomincia a parlare.

- Forte! Forte! - grida la folla.

- Salga su! gridano i membri della Commissione. Venga qui sul pulpito! si farà sentir meglio!

E tutti insieme pigliano l'oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. è un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. è stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.

- Silenzio!

Egli parla.

Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.

- ....Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed augusto ricinto. Essi dimostrarono con ciò che d'ora innanzi gl'interessi del popolo non saranno più abbandonati agl'intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!

Scoppio d'applausi.

- Non si scherza, - bisbiglia il popolo. - Le canta chiare. - Non ha paura di nessuno.

L'oratore prosegue: - ....In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli....

Violente interruzioni: - Alla questione!

L'oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano: - Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi....

Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta. - Alla questione! - Non volemo prediche! - Le prediche so' finite! - Non abbiamo bisogni di lezioni!

L'oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.

Una voce stentorea si alza al di sopra di tutte le voci, e fa voltare tutte le faccie:

- La cosa è chiara! L'elenco no' ce piace! Non volemo liberali del momento, non volemo liberali di occasione....

Applausi fragorosi.

- Volemo gente provata, patrioti schietti, che ce se veda chiaro nella vita loro!

Applausi fragorosi.

E la voce con nuovo e più formidabile sforzo: - Non volemo mercanti de campagna!

Terza salva d'applausi.

- Va' a parlar tu! - Va' sul pulpito! - Fa' valere le nostre ragioni! - Va'! - Presto! - Su!

Il fortunato oratore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l'uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pésto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.

Ecco tutto quello ch'io vidi.

Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l'andarmene, e poi presi un partito fra i due; salii sur un rialzo del terreno accanto all'arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib, mi misi a fare della poesia inutile, guardando il Colosseo. - Le solite grida - pensavo - la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sono grida di libertà, e basta perchè a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi déstino nell'anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall'amor di patria. - Viva il Re - viva la libertà - viva l'esercito - ....nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!

E giravo l'occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov'ero.

- .... Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo! - ho sentito dire; - che vi può dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo: - Sì....

In quel punto uscì dall'anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.

- Sì..., ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare un Re Eletto ed amato; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell'eguaglianza, ora convengono gli uomini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll'anima lieta e serena: e vi par poco codesto? Vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?

Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all'orecchio.

E poi una voce distinta: Viva la libertà!

- Ah! - io esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere; - Consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl'Imperatori!

In quel punto vi batteva su il sole, e tra arco e arco si vedeva dentro un concitato sventolío di bandiere.

DELL'ISTRUZIONE DELLE DONNE.

Aneddoto.

Qualche tempo fa, un giornalista arguto e dotto ha pubblicamente dichiarato di preferire le donne che scrivono bacio con due c a quelle che lo scrivono con un c solo; e quelle che prendono Polonia per un nome di donna, a quell'altre che sanno che la Polonia è un paese.

Leggendo il forbito articolo con cui quel giornalista s'adoperava a dimostrare la ragionevolezza delle sue preferenze, io mi ricordai d'una scenetta seguita a un mio amico, dalla quale mi parve potersi ricavar qualche lume circa la quistione della Polonia e del bacio. è un caso tutto pratico, che forse non gioverà meno d'un ragionamento lungo.

Premetto che quest'amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora. Non è un'aquila, come suol dirsi; ma una tal quale attitudine alle lettere si dice che l'abbia; quindi anche un po' di vanità, la quale, benchè non sia espressa in parole determinate, resulterà, temo, dal complesso del racconto. I lettori gli perdonino, in considerazione della universalità del difetto. Io riferirò le sue stesse parole.

......... Man mano che scrivevo qualche cosa (egli mi disse), ne mandavo dieci o dodici copie a casa. La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini. Un giorno mia madre mi scrisse, fra le altre cose, che mi facessi animo, che continuassi a lavorare con ardore, poichè c'erano delle signore impazienti. Queste signore impazienti, che essendo vicine e amiche di mia madre io avrei potuto conoscere alla mia prima scappata a casa, mi stimolarono potentemente. Non ch'io almanaccassi conquiste o cose simili, neanco per sogno; ma mi lusingava l'idea di destare delle simpatie di lontano, di prepararmi un'accoglienza particolarmente gentile, di arrivare là aspettato, desiderato, che so io? Di tratto in tratto mi scrivevano da casa: Si legge, si legge, ed io andavo in solluchero.

Finalmente venne l'occasione di tornare per qualche giorno in famiglia.

Non dico il fantasticare continuo ch'io feci durante il viaggio. Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici. Mi rappresentavo coll'immaginazione l'arrivo, il primo incontro, le voci di sorpresa, le strette di mano prolungate, gli occhi curiosi fissi nei miei a cercarvi l'espressione degli affetti versati nelle scritture, le domande ingenue intorno a questo o a quel particolare, di questo o quel lavoro, il voler sapere come l'uno fu pensato, quando l'altro fu steso, di dove il terzo fu tratto, e mille altre fanciullaggini, che son passate pel capo a tutti coloro che imbrattarono un po' di carta; e se qualcuno lo nega, mente.

Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare. C'era dell'ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza. Cercavo, e sentivo in me il bisogno, non tanto d'una soddisfazione d'amor proprio che mi servisse di premio, quanto d'un incoraggiamento, d'un saggio di quello che potessero essere le gioie d'uno scrittore onesto, per trarne stimolo a perseverare nello studio delle lettere e nel culto degli affetti gentili, e nella risoluzione di non iscrivere mai altro che cose utili e buone.

Nella città dove aveva scritto, non m'erano punto mancate soddisfazioni della natura di quelle che andavo a cercare nel vicinato di mia madre; ma non so perchè, mi pareva che queste dovessero essere assai più dolci e più efficaci di quelle; principalmente perchè la mia famiglia ne sarebbe stata testimone, ed io avrei goduto per me e per essa. Insomma, arrivai, e le prime domande che feci in casa furono:

"E le vicine? Chi sono? Dove sono? Cosa fanno? Quando vengono?"

"Le vicine," mi rispose mia madre, "sono le signore tali e tali. Le troverai tutte insieme questa sera in casa della signora C., qui sotto, al primo piano, alle otto. T'avverto che non sono giovani."

"Nemmeno una?"

"Nemmeno una."

Veramente, pensai, sarebbe stato meglio..... Ma che importa, in fondo? La simpatia, l'amicizia, la corrispondenza d'amorosi sensi quale deve correre, in generale, fra chi scrive e chi legge, non ha che fare cogli anni. O piuttosto ci ha che fare pel mio meglio: perchè i libri e gli scrittori non diventano veri, sodi, indivisibili amici che in età riposata, quando le gioie rumorose della vita non sono più per noi, e l'anima si raccoglie in sè stessa.

"Bada....." soggiunse mia madre, "non ti credere di trovare delle letterate o delle dottoresse. Sono buone signore, ma nulla più che buone. Di letteratura credo che se ne intendano poco."

Ma che importa anche questo! io dicevo tra me. Meglio: anime ingenue, schiette, non traviate dai libri, senza vernice di rettorica, di affettazione, di sensitività raccattata e falsa: gente che legge col cuore, e che risponde col cuore.

"Nota," disse ancora mia madre, "che una di queste signore s'è tutta turbata quando le dissi che tu dovevi arrivare, perchè aveva paura che non sapessi parlar altro che italiano."

Povera signora! io continuai a pensare. Quanto le deve riuscir più grato e più dolce il veder espressi in una lingua a lei mal nota, e che pur desidera di imparare, gli affetti più riposti, i moti più delicati, le immagini più soavi dell'anima sua! Ah! così - ella deve esclamare leggendo - così si dice! Così dirò! Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento! Questo bisogno del cuore d'ora innanzi lo potrò significare!

"Ma l'hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?" domandai.

"Vorrei credere; me l'hanno detto, mi chiedevano sempre notizie di te, mi pregavano continuamente di scriverti che tu facessi, che tu mandassi; avrebbero voluto che tu scrivessi con dieci penne alla volta."

Ah! io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!

Venne l'ora della visita; erano avvisate, e m'aspettavano. Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere. Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d'uso. Mi fece pietà. A che duro giogo son condannate le donne! dicevo tra me. è impossibile che costui comprenda sua moglie. Era in fatti un vecchiotto con una faccia di citrullo da far cascare le braccia.

"Avrò l'onore" mi disse scendendo le scale "di presentarle le mie due ragazze grandi."

Arrivammo alla porta, egli suonò, io presi un'aria modesta, ed entrammo.

Era una sala grande, mobiliata con una certa eleganza, e illuminata da tre bei lumi ad olio, posti su tre tavolini ai tre angoli più lontani dalla porta. C'era una quindicina di persone divise in tre crocchi. La padrona di casa, in quel momento, era assente. Il padrone mi condusse al gruppo più vicino e mi presentò alle sue due ragazze, bruttine, che mi salutarono con un certo ritegno.

Si contengono, pensai.

"La signora tale," soggiunse il padrone indicandomi una signora sulla quarantina, lunga ed asciutta, "è una grande amica della sua signora madre."

M'inchinai e sedetti.

La signora mi presentò suo figlio, un giovanetto di sedici anni, che mi strinse la mano con un atto vivace, guardandomi fisso.

"Ci siamo!" dissi tra me; ora piovono gli allori.

"Dunque," cominciò la signora dopo avermi squadrato da capo a piedi (sorriso, sguardo penetrante, sorpresa, nulla di tutto questo. - Si contiene! - pensai) "dunque lei è venuto a passare qualche giorno colla mamma, non è vero?"

"Sì, signora."

"Oh bravo! Ha fatto bene. E... come ci si trova a Firenze?"

"Bene... veramente. Non potrei desiderare di meglio."

"E... sento che si occupa."

"Un poco."

"Scrive, scrive."

Accennai di sì.

"Bravo, fa bene; se ne troverà contento. Non fa come gli altri giovani che sciupano il tempo nei divertimenti, e poi viene il giorno che se ne pentono. A star a tavolino, invece di bazzicare i cattivi compagni, si guadagna sempre qualcosa, o, alla peggio, non ci si perde nulla, non è vero?"

"Gran Dio!" io tra me dissi, "cos'è questo?"

"Abbiamo letto le cose sue, sa?"

Io chinai il capo.

"Sicuro. Oh! abbiamo letto, abbiamo letto. Ha fatto dei bei lavori, in verità. No, no, se lo lasci dire, e poi già l'hanno detto anche degli altri: si vede che c'è la stoffa."

Seguì un minuto di silenzio.

"Anche mio figlio, vede, ha disposizione a scrivere."

Il ragazzo arrossì, interruppe sua madre, e mi lanciò una timida occhiata.

"Sì, sì, ha della disposizione. Quando è in vena, vede, si mette a tavolino e tira giù delle lettere di otto pagine, tutte d'un fiato, senza fermarsi un momento. Ma bisogna che sia in vena. E scrive anche in buon stile."

"Mamma!" interruppe il figlio vergognandosi.

"Oh! ha ingegno anche lui. Peccato che lei non si fermi qui un po' di più, che avrebbero tempo a conoscersi e studiare insieme.... e farsi vedere i lavori.... perchè tante volte, dicono, col confronto..."

"Ma no, mamma!" esclamò il figliuolo impazientito. "Ma cosa dici? Qui.... il signore.... è uno scrittore."

Io ero annientato.

"Ma è quello che dico," rispose risentitamente la signora; "appunto perchè scrive, ti potrebbe aiutare. Non ti dico mica che tu ne sappia più di lui; ma quattr'occhi, come suol dirsi, vedono meglio di due, e facendo i vostri lavori insieme, mi pare, posso ingannarmi, ma mi pare che riuscirebbero anche meglio. L'emulazione..."

Comparve la padrona di casa: un viso di buona donna. Mi venne incontro porgendomi tutt'e due le mani e sorridendo amichevolmente; mi balenò un raggio di speranza; mi volsi a lei come al mio salvatore.

"Oh ben arrivato!" esclamò con voce carezzevole, "sono tanto contenta di far la sua conoscenza, sono molto amica di sua madre, ho sentito spesso parlar di lei...."

Ripresi fiato.

"Ho sentito che è un così bravo scienziato...."

Dio eterno! - io pensai - cos'ha capito costei? Addio speranza!

"Venga, venga con me, lo voglio presentare alle mie amiche."

E presomi per mano, mi condusse in un altr'angolo dov'erano tre signore, sedute in fila, tutt'e tre stecchite, serie, mute, che parevano statue. Due erano giovani, ma poco piacenti.

La padrona di casa me le nominò tutt'e tre, e poi, accennando me a loro, disse:

"Il signor tale."

Fecero tutt'e tre un cenno col capo.

"Giovane molto.... distinto."

Altro cenno come prima.

"Che è tanto bravo a far delle composizioni."

Seguì un istante di silenzio, io stavo là immobile come pietrificato.

"Compone musica?" domandò una delle tre signore con aria noncurante.

"No, no," riprese la padrona; "compone (e mi volse uno sguardo interrogatore, stropicciando il pollice e l'indice della mano destra, nell'atto di chi fa scorrere del denaro) compone.... delle prose, non è vero?"

Accennai di sì. Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti. Una delle tre statue, forse mossa a compassione dell'imbarazzo che mi si doveva leggere in viso, mi rivolse la parola. Era un'amica di mia madre, una delle lettrici.

"Dunque," disse dopo aver pensato un po', "lei si diletta a scrivere?"

"Sì, signora."

"è un bel passatempo."

Io la guardai.

"E poi," continuò essa, "è anche uno sfogo."

"Già."

"Abbiamo tutti dei momenti in cui la piena dei pensieri ci sforza, per così dire, ad espanderci. Si direbbe quasi che è un bisogno che ha l'uomo.... lasciando poi da parte che è un ottimo esercizio, perchè s'impara a scrivere con facilità."

"Dio!"

"Non c'è niente di meglio che la pratica in materia di scrivere. Ha qualche cosa di stampato?"

Mentre io mi voltavo a guardarla esterrefatto, si sentì in un angolo del salotto una gran risata. Alzai gli occhi e vidi un gruppo di gente che veniva verso di me, ridendo sgangheratamente. Qualcuno doveva aver raccontato qualche aneddoto. La padrona di casa, premendosi una mano sul petto per non scoppiare dal ridere, mi venne accanto; tutti gli altri intorno. - Questa merita proprio che lei la descriva in uno dei suoi.... temi. - E interrotta tratto tratto dalle risa degli astanti, mi ripetè l'aneddoto. Il quale, da quanto me ne lasciò comprendere l'infelicissimo stato in cui mi trovavo, consisteva, a spremerne il sugo, in uno scambio di cappelli seguito la sera innanzi fra due amici di casa, e non riconosciuto che la sera dopo, nello stesso salotto.

"Lei deve farci una novella sopra," disse la padrona.

"Una poesia!" disse un altro.

"No, un'ode!" esclamò un terzo.

E lì tutti a ridere.

"Amplificando," mi disse il padrone di casa, con piglio di confidenza, vedendo ch'io non parevo persuaso, "amplificando, aggiungendo, come sanno far loro, se ne potrebbe fare, non dico mica un poema (e rise), ma una cosettina.... Oh! il signor Lippi!"

Tutti insieme si allontanarono da me per correre intorno a un giovanotto entrato allora, una faccia di scimunito, attillato, lisciato, impomatato, che rispondeva con molto sussiego ai saluti, ai sorrisi e alle dimostrazioni d'allegrezza che gli si facevano intorno. Mi parve di capire che fosse un bravo dilettante di piano.

La padrona lo condusse dinanzi a me, e tutti gli altri dietro.

Me lo nominò, m'inchinai. Nominò me a lui, e soggiunse:

"Ne avrà sentito parlare."

Egli, in mezzo al silenzio generale, alzò gli occhi alla volta corrugando la fronte, stette un po' pensando, e poi dondolò gravemente la testa per dire che non mi conosceva.

Tutti mi guardarono, io arrossii.

Dopo pochi minuti quel tale era seduto dinanzi al piano e suonava; altri giuocavano alle carte; altri, nell'angolo opposto, giuocavano a certi giuochi di società di cui non mi ricordo. Da quel momento in poi io vidi ogni cosa come a traverso d'un velo. Lasciato solo in un canto, divoravo in silenzio la mia rabbia, la mia vergogna, la mia umiliazione; avrei voluto essere dieci metri sotto terra; mi sentivo il più infelice degli uomini. Oh i miei poveri sogni! mie speranze! miei libri! notti passate a tavolino, colla fronte ardente e il cuore in sussulto! Pensavo a mia madre e ne sentivo quasi pietà.... Se fosse qui - pensavo - se mi vedesse! Ma io non pretendeva mica molto, io, - dicevo poi tra me coll'accento d'un povero che si lamenta d'un rifiuto, - io non domandavo mica d'essere ammirato, festeggiato, lodato; io cercava solamente una parola gentile, uno sguardo che mi dicesse: - Ti conosco; - un sorriso da cui potessi capire che qui si sa ch'io penso, sento, lavoro. Ma siete dunque dei bruti, voialtri?

Ricordo, così in confuso, che mi fu portato il quaderno d'un bambino perchè ci facessi le correzioni. Ricordo che mi fu presentato un maestro di prima elementare, che mi domandò: - Che studi ha fatto? - dopo che la padrona ci aveva lasciati soli dicendomi colla più ingenua bonarietà: - Ho trovato una compagnia per lei. - Ricordo che mi fu domandato da una signora se in Toscana si parla bene, e ch'io risposi che parlavano molto bene i contadini; alle quali parole diedero tutti in una sonora risata. Ricordo che sul punto d'accommiatarmi, mentre tutti mi stavano guardando con un'aria così tra di curiosità e di compassione per la mia musoneria, un bambino mi salutò gridando: - Addio, poeta! - saluto che provocò un'ultima e sonora risata di tutta la compagnia. E finalmente mentre ero già in fondo alla scala un ultimo: - Scriva! Scriva! - della padrona, che mi fece l'effetto d'una stoccata nel petto.

- Mai più, - dicevo tra me un'ora dopo buttandomi a letto ancora tutto pieno di amarezza e di stizza; - mai più in mezzo a codesta gente! Semplicità? Primitività? Candore? Ma è una ignoranza che opprime, una volgarità che schiaccia, un cretinismo che soffoca tutto quello che v'è di più nobile e di più alto nell'intelletto umano! Ma i figliuoli di codeste buone donne, se Dio ne guardi, avranno un lampo d'ingegno, se avranno cuore, se sentiranno il bisogno d'espandersi, d'essere riconosciuti, confortati, ispirati, ma cosa troveranno in casa? Far di queste figure dinanzi alle madri degli altri.... vada; ma dinanzi alla propria, ah! dev'essere duro!

E dopo d'allora, ogni volta che in una casa di gente bennata mi fanno sentir declamar versi e leggere composizioni italiane dalle bambine che vanno a scuola, non mi annoio più, come una volta, non mi stizzisco più, non mi par più che sia un'ostentazione sciocca e ridicola, perchè penso che quelle bambine, quando saranno madri di famiglia e terranno conversazione in casa, a nessun giovane che studi e che lavori faranno mai passare una serata d'inferno come quella ch'io passai.....

Così il mio amico. Mi pare, ripeto, che sia un caso pratico abbastanza eloquente. Lascio la conclusione ai lettori e fo punto.... Ah! mi sono scordato di dire, ma credo quasi inutile d'aggiungere, che tutte quelle signore, se non scrivevano bacio con due c, certamente, nell'atto di scrivere, dovevano stare un po' sopra pensiero; eppure credo che fossero ancora superiori d'un grado alla donna tipo del giornalista in discorso, perchè Polonia sapevano tutte che non era una creatura come loro.

IL CAPITANO UGO FOSCOLO.

[Firenze, 24 giugno 1871.]

Tutti, al giungere della salma di Ugo Foscolo, si levano il cappello e abbassano riverentemente la fronte esclamando: - Onore al grande poeta.

Io mi pianto qui diritto, alzo la testa, porto la mano aperta alla tesa del cappello ed esclamo con accento soldatesco: - Onore al capitano Ugo Foscolo!

Il capitano Foscolo è poco conosciuto.

Nei collegi militari, quando un giovanetto dà segno di esser nato alle lettere e alla poesia, i maestri gli sogliono dire: - Bravo, studii, non si perda d'animo, la poesia si può benissimo conciliare colle armi; veda, per esempio, nell'antichità Tirteo; in tempi posteriori, Cervantes, Calderon de la Barca, Camoens; in Italia, Dante, che combattè a Campaldino, come lei sa; poi, in Grecia, Riga; Ko?rner in Germania; Ugo Foscolo.... -

Alto! signor maestro; alto dinanzi al giacinto greco educato ai soli d'Italia, come disse Francesco Domenico. Per gli altri, vada; ma di Ugo Foscolo, che è tanto vicino a noi, si dovrebbe dire qualcosa di più e di meglio che la solita formola: poeta e guerriero, quando lo si cita ai giovani poeti che un giorno saranno ufficiali. Guerriero! Gran cosa! Che un uomo dotato d'ingegno poetico eccellente abbia potuto andare alla guerra, non deve parer cosa singolare e mirabile se non a chi tenga come verità ammessa e riconosciuta che dire poeta, spaccone e poltrone, sia come dire bianco, rosso e verde. E questo un professore non lo deve credere. Al contrario, stando alla sentenza del Leopardi, secondo la quale non può immaginare e scrivere cose veramente nobili e grandi se non chi, avendone il modo, le farebbe; un maestro deve sempre mostrare di meravigliarsi che tutti i poeti, e massime i più bellicosi, non siano andati a fare il soldato quando se ne presentò l'occasione.

Quindi, parlando del Foscolo ai giovani militari, si dovrebbe dir loro, non già: - Vedete, esempio stupendo! Foscolo scrisse versi immortali e si battè da valoroso; - ma bensì: - Vedete, virtù rara! Foscolo il letterato, Foscolo il poeta, Foscolo colla testa piena di Omero, di Virgilio e di Dante, Foscolo fece il suo servizio d'ufficiale con una sollecitudine da contentare il colonnello più brontolone dell'esercito imperiale; Foscolo tenne la contabilità di tre depositi con una diligenza da disgradarne l'ufficiale d'amministrazione più consumato; Foscolo s'occupò delle camicie, delle scarpe, dei cappotti, della zuppa dei suoi soldati con una cura costante, affettuosa, paterna; ed amò infatti i suoi soldati come figliuoli, e ne fu amato come padre.

Qui sta il mirabile, qui la virtù caratteristica di Foscolo soldato, che gli altri poeti non ebbero, o che degli altri, almeno, non possiamo citare. Combattere da valoroso, certo, è qualcosa; ma far bene il servizio di quartiere e tenere in regola i registri, per un poeta, è molto di più; chè, in fin dei conti, nel combattere c'è poesia, o s'è assuefatti a vedercene, mentre in quelle altre faccende, chi ce la vuole, bisogna che ce la metta tutta di suo. E il Foscolo ce la mise, e per questo, ripeto, più che per altro, fu singolare e mirabile; e per questo vuol essere ricordato e lodato.

Bello è vedere il Foscolo, giovanissimo, ma pure colla profonda certezza di esser nato alla gloria e di riuscire un giorno da più che qualcosa, il Foscolo che aveva speso la sua adolescenza negli studi, e trionfato a Venezia col Tieste, e scritto la celebre ode a Buonaparte, e redatto il Monitore Italiano con Pietro Custodi e Melchiorre Gioia, e riempito omai del suo nome mezza Italia; bello è vederlo, al primo grido di guerra, dimenticar versi, fama ed amore, e abbandonarsi tutto allo spirito guerriero che gli ruggìa dentro, e fare come semplice soldato le campagne del VII, e combattere a Cento, a Forte Urbano, alla Trebbia, a Novi, in Toscana. Bello il vederlo sui monti di Genova, sotto gli occhi del maresciallo Soult, slanciarsi tra i primi all'assalto del forte dei Due Fratelli, e cader ferito, e meritare le lodi del generale Massena. Bello il vederlo la sera, stanco delle lunghe fazioni del giorno, arringare il popolo genovese, ridotto ormai a cibarsi di gatti e di buccie di limone, e accenderlo di coraggio e di speranza; e potendo stare meno a disagio nello stato maggiore, preferire d'aver comuni cogli altri i digiuni e gli stenti del soldato; e tra questi stenti, in mezzo alle grida delle madri genovesi moribonde di fame, scrivere l'ode a Luigi Pallavicini e la lettera fatidica a Buonaparte. Bello infine vederlo pellegrinare pei campi italiani, facendo, com'egli scrisse, da difensore ufficioso ai soldati colpevoli sottoposti ai Consigli di guerra; e compiere la sua missione topografica nella Valtellina traducendo Omero, e raccogliere documenti per la storia dell'arte militare, e dar opera alla pubblicazione del Montecuccoli, e cercare ogni mezzo di rendersi utile e d'usare il suo ingegno in pro dell'esercito e della patria. Tutto questo è bellissimo; ma non vale le poche lettere d'ufficio scritte da Valenciennes al capo di stato maggiore e al generale di divisione.

Scrisse queste lettere come comandante di tre depositi del così detto Esercito dell'Oceano, al campo di Boulogne. Era suo vivissimo desiderio di seguire in Inghilterra il genio di Bonaparte, per vedere coi suoi occhi una spedizione, la quale per i cambiamenti di sistema di guerra e pei progressi della marina, avrebbe fatto epoca negli annali delle guerre. Ma pur troppo il suo desiderio andò deluso, ed egli non vide combattere altre colonne che quelle del dare e dell'avere, e invece di riportare vittorie si dovettero contentare di riportar totali.

La sua corrispondenza data dal giorno in cui assunse il comando dei tre depositi, il 3 gennaio 1805. Le lettere sue sarebbero quarantotto; di conosciute non ve n'è che dieci o dodici; ma bastano a far capire con che buon volere e che cuore il Foscolo facesse il dover suo. Si vede che il proprio servizio egli lo pigliava sul serio quanto il proprio genio, e che il suo maggior dolore era di non poter compiere questo servizio meglio di quel che facesse, sia perchè si trovava male in arnese fin dal giorno del suo arrivo al campo, sia perchè i depositi difettavano di tutto, persino del più necessario alla vita; coloro cui spettava di provvedervi avendo il capo alla guerra più assai che ad ogni altra cosa.

Un gran tormento per lui era l'amministrazione.

I superiori gli raccomandavano continuamente l'economia, e a lui non bastava il cuore di farla con quei poveri soldati già ridotti agli estremi. ?Mi ingegnerò; - rispondeva al generale - e d'ora in poi darò solo la metà paga; ma è impossibile, atteso il freddo e il bisogno che il soldato ha della birra, di fargliela aspettar tutta.?

I soldati dei depositi erano travagliati dalla febbre; ma poco male la febbre. ?I rognosi - scrivea egli al suo capo di stato maggiore - vanno guarendo; ma i nuovi arrivati ne hanno avuto la loro porzione.?

Anche la rogna!

E sempre, in queste sue lettere, l'accento della più sincera e più calda premura: ?Io vi supplico, mio generale, di scrivermi s'io devo continuare a far somministrare il pane da zuppa.? E un'altra volta: ?Vi supplico di far sì che i capi dei corpi mi mandino la porzione di massa pel pane da zuppa. Il capo battaglione Begani è testimonio delle noie con cui mi punge il fornaio pel suo credito di un mese; e fra otto giorni sarò forzato a sospendere la zuppa. Che se a questa privazione s'aggiunge anche la privazione della paga, immaginate che diverrà del povero soldato!?

A dar un'idea dello stato in cui codesti soldati si trovavano, valgano i seguenti periodi, che sono veramente commoventi, e si notino quelle parole sul cappotto, sui depositi, sulle rappezzature, sulle frodi, che son proprio quelle stesse che si senton dire tutti i giorni nei nostri reggimenti: mali sempre veri e lamenti sempre inutili.

?Il buon volere di tutti i soldati - scrive al generale - e le cure dei sotto-ufficiali hanno sino ad ora riparato con l'industria e con le rappezzature l'imminente nudità. E posso dire che i tre depositi giunti a Valenciennes logori e indecentissimi potrebbero presentemente ad una rivista sostenere il confronto della tenuta con ogni individuo de' reggimenti; ove per altro non si guardi più oltre della scorza e si conceda il cappotto copritore di magagne a quegl'infelici che non hanno nè uniforme, nè giubba con maniche. Ma tutti questi ripari vanno diventando insufficienti, e le rappezzature consumano una parte della paga del povero soldato. So che i Corpi sogliono riguardare i depositi come un ammasso di pezzenti; ma vera o falsa quest'opinione, io non soffrirò mai che il soldato sotto i miei ordini abbia a vergognarsi della propria persona; ed invocherò con tutto il vigore il vostro aiuto per fare osservare quelle leggi che pagano il sudore del soldato e lo proteggono dalla frode.?

Bene e bravo!

S'occupava egli stesso della compra delle camicie pei soldati, e a furia di ricerche, essendo riuscito a trovarne delle buone a tenuissimo prezzo, scriveva al generale per fargli notare che nei corpi si pagano molto di più e che sulla massa dei soldati si ruba.

Per dare un premio ai sott'ufficiali di buona condotta, e perchè non gli reggeva l'animo di vederli mal vestiti, il povero Foscolo anticipava loro, di sua tasca, un po' di danaro sui risparmi futuri delle loro masse; faceva man mano accomodare gli oggetti dei soldati coi pochi sussidii che la sua povertà gli concedeva di prestare; assisteva egli stesso a tutti i contratti perchè non si defraudasse il soldato; ratificava gli atti più minuti dell'amministrazione; esigeva che gli operai e i mercanti andassero di persona al suo ufficio a prendere le ricevute; e così a forza di pazienza e di cura faceva in modo che le cose camminassero il meno peggio possibile.

?Interponete la vostra autorità, mio generale - egli scriveva - perchè io possa vedere i miei soldati contenti di me come io sono omai divenuto contento di loro. La sala di disciplina è vuota; il servizio, regolare; i tre corpi, concordi, e tutti zelanti per il proprio dovere.?

Ma non era sempre così. Egli aveva ragione di lamentare, fin d'allora, la poca subordinazione in cui vivono naturalmente gl'individui lontani dalle severità dei corpi, ed esigeva che i sott'ufficiali contabili, lontani dai suoi occhi, venissero a presentargli ogni giorno il proprio lavoro. Brontolava anch'egli, fin d'allora, perchè i sott'ufficiali tendevano a violare l'ordinanza dell'uniforme. Deplorava che il vestito dei soldati fosse fatto, anche allora, a casaccio, e che la cintura dei calzoni, in ispecie, non arrivasse al ventre, e che quei benedetti fondi si logorassero in così poco tempo. E si doleva col generale che gli ufficiali comandanti i drappelli lasciassero per la strada gli infermi e si portassero via i cappotti; ?cosa non so se contro i regolamenti - soggiungeva - ma certamente contro l'umanità e la prudenza;? anche allora. - Gli toglievano i migliori sergenti; scriveva ai corpi, e i corpi non gli davan retta; voleva chiudere i conti e non gli spedivan le carte; ed egli s'indispettiva, povero Foscolo, e si rodeva, e si sfogava col suo generale: ?Sono assai male trattato; lasciatemi almeno il foriere Gilli, unico capace ad aiutarmi nella noiosa, imbrogliata e per me nuova contabilità di tre differenti Depositi.?

Oh povero autore dei Sepolcri!

E a questo s'aggiungevano altri guai. Il vivandiere aveva tre figliuole; queste tre figliuole non adornavan l'amor d'un velo candidissimo, punto punto; ne seguivano gelosie tra i sergenti, risse, duelli; e il povero Foscolo era costretto a consegnare i soldati in quartiere, ad arrestare, ad inquisire, a stendere relazioni su relazioni. I sergenti rubavano sui fogli di prestito; un sergente-maggiore gli scappava, un soldato portava via le catene dai carri d'artiglieria, un altro veniva alle mani coi cittadini, e lì richiami, proteste, scandali. E intanto sopraggiungevano in folla i prigionieri inglesi, e bisognava rafforzare il servizio di guardia, e il numero dei soldati non bastava, e i soldati si lamentavano.

?Ah! mio generale - scriveva allora il Foscolo disperato - confesso che la forza e la pazienza mi cominciano a mancare.?

L'anima del Foscolo, disse giustamente un critico, era lirica; lirica nelle lettere famigliari, lirica negli articoli di giornale, lirica nelle prefazioni, lirica persino nelle postille di commentatore. è vero, e queste sue lettere sono liriche anch'esse, piene di passione, di vigore, di vita.

?Vi raccomando mio fratello - scriveva al vice-presidente della Repubblica italiana. - Egli è colto, coraggioso e bello.? Curioso quel bello, messo lì in fondo a una supplica con quella franchezza; chi ce lo mettesse ora!

?Il solo Bravosi - scrive al generale di divisione - resta fidecommesso nella stanza della rogna; ed il solo Ragazzi, ladro, esce tutti i giorni dalla sua prigione, fra l'immondizia e lo squallore, esempio quotidiano ai malfattori.? è scolpito.

E poi certi passaggi curiosi. Scrivendo a un sergente-maggiore, dopo un'invettiva violenta, conclude solennemente:

?E il cacciatore Gabbetto è creditore vostro di lire 3 per una camicia!?

Altrove una tirata sulle stufe, sulle marmitte, sui vetri rotti.

E di qualunque cosa parlasse, sempre lo stesso impeto, lo stesso fuoco, come se declamasse una poesia o improvvisasse un'orazione.

Nè queste cure impedivano al Foscolo di studiare. Dopo gli esercizi militari, che spesso Napoleone faceva fare per lunghe e lunghe ore anche colla pioggia dirotta, e specie nei giorni di riposo, mentre i soldati coltivavano gli orti intorno alle baracche, e gli ufficiali ballavano, amoreggiavano o giocavano al biliardo, il Foscolo studiava ardentemente la lingua inglese, incominciava la traduzione dello Sterne, scriveva la stupenda Epistola a Vincenzo Monti; e commosso dallo spettacolo di dugentomila uomini accampati sulla sponda dell'Oceano, meditava la seconda edizione del Montecuccoli e volgea in mente i carmi alteri come il brando che dovevano accender la musa di Silvio Pellico; tanto è vero, come scrisse il Pecchio, che chi sa rinunciare alla bottiglia, alla pipa e alle carte, abbonda sempre di tempo anche in mezzo alle funzioni della guerra. In una parola, il poeta fortificava in lui, anzichè snervare il soldato, e gli dava lena a sopportare con animo invitto i disagi, nonostante ch'egli avesse amato prima ed abbia amato poi la vita molle ed agiata. L'amò poeta, soldato la disprezzò. E certo doveva aver virtù di tal genere, - osservò giustamente uno de' suoi biografi. - nè altre virtù potevan renderlo così accetto, com'ei fu, ai militari, non punto propensi a concedere la loro ammirazione a chi segue più riposato cammino.

Tale fu la vita militare di Ugo Foscolo.

Da ultimo, per i mutamenti politici e per quelli dell'animo suo, si stancò della carriera delle armi, e deliberò di escirne; ma non l'ottenne senza difficoltà e senza noie. Aspettava una riforma, non venne; chiese le demissioni, non gliele volevano dare; la divisa militare gli pesava; cosa che segue sovente anche ai dì nostri a chi la vestì con troppo ardore e troppe speranze.

?Questa divisa italiana - egli scriveva, - mi pare sì umiliata, sì misera, sì perigliosa, che io darei un paio di scudi a chiunque la portasse, quando io sono alle volte obbligato a portarla.?

E non la vestiva che per far rispettare la sua carrozza dai gabellieri.

Ma non fu colpa sua; a suo tempo ei l'amò, codesta divisa, e la vestì con orgoglio, e con orgoglio scrisse a Gioachino Murat quelle memorabili parole:

?Principe, le lettere sono il primo scopo della mia vita; ma io le ho sempre associate alle armi per dar loro il coraggio e l'esperienza, che distingue i grandi scrittori.?

E ricordino queste parole, e le ripetano sempre tutti i letterati militari presenti e futuri.

E ricordino pure, in certi momenti d'uggia e di stizza, quando il giogo della disciplina preme più forte, e il sangue comincia ad accendersi, ricordino che molte volte anche l'autore dei Sepolcri si sentì dire da qualche maggiore arrabbiato:

- Signor Foscolo!... le scale son sudicie.... Signor Foscolo!... lei non ha la cravatta d'ordinanza. Signor Foscolo!... si eserciti; lei non maneggia ancor bene lo stile d'ufficio! -

E Foscolo, focoso, indocile, superbo; Foscolo, che travedeva cogli occhi della mente le generazioni avvenire chinate innanzi alla sua immagine, Foscolo stette a sentire, e mandò giù e tacque; e s'egli tacque, altri può ben rassegnarsi a tacere: lo si pigli ad esempio anche in questo.

Ed oggi che la sua salma è restituita all'Italia, e di lui, della sua indole, del suo cuore, della sua vita si parla e si scrive con ardore nuovo e giudizi diversi, non ci sfuggano allo sguardo, tra le foglie della corona d'alloro, i galloni del vecchio berretto di capitano; tra i versi dei Sepolcri raffiguriamoci le cifre e le righe dei registri; poichè anche quel berretto coperse dei nobili sudori, e fors'anche su quei registri, qualche volta, a tarda notte, in una cameretta solitaria del quartiere di Valenciennes, egli lasciò cadere la fronte stanca e contristata. Teniamo conto della pietà gentile ch'ei nutriva pei suoi soldati laceri ed infermi, e dell'ira generosa con cui ne difendeva i diritti e ne proclamava i sacrifizi; mettiamo sulla bilancia anche quelle fatiche, quei disinganni, quei dolori; e in mezzo agl'inni e alle musiche che lo salutano grande cittadino e grande poeta, sorga un grido soldatesco accanto alla tomba, che dica:

Gloria al capitano Ugo Foscolo!

Forse, chi sa? s'egli si potesse destare un istante, quel grido, più che ogni altro, varrebbe a richiamare sulle sue smorte labbra un sorriso e un lampo nei suoi occhi infossati. Forse egli mormorerebbe con voce commossa: - Oh!... il mio campo di Boulogne! I miei soldati! -

AI COSCRITTI.

Febbraio, 1870.

In queste sere s'è visto passare per la città molti coscritti. Passavano per lo più a notte fatta, quando le vie sono illuminate, e comincia il viavai delle carrozze, e quel vario agitarsi di gente allegra che è solito nei giorni di carnovale. Passavano in fretta, due a due, vestiti dei loro panni da paesani, ravvolti nelle coperte da campo, condotti da pochi soldati, voltandosi di qua e di là a guardare le porte dei teatri, le botteghe tappezzate di maschere e i banchi dei venditori di fiori, coperti di ghirlande e di mazzi. Della gente, altri dava loro un'occhiata di sfuggita, altri si fermava agli angoli delle vie per vederli sfilare, e qualche cocchiere bestemmiava ch'era costretto a fermare il legno; i fattorini dei caffè, col naso contro le vetrine, accompagnavano collo sguardo il drappello frettoloso fin che spariva.

Una sera fra le altre, trovandomi con un amico mentre passava uno di questi drappelli, gli dissi:

"Osserva in questo momento le faccie della gente che guarda, e dimmi se ne vedi una che abbia una espressione decente. Costui che c'è vicino ride d'una certa foggia di calzoni che aveva un coscritto che gli passò dinanzi. Quest'altro ha mormorato a fior di labbra: - Gli hanno un freddo da cani! - e se n'è andato cacciando il mento sotto il mantello, più contento di sentirsi al caldo dopo aver visto qualcuno che batte i denti. Quell'altro là guarda i coscritti colla stessa aria di curiosità con cui si guardano i condannati condotti al palco. Questo giovanotto che ti sta accanto ha esclamato: - Oh che vita! - Quello lì che hai davanti ha brontolato: - Oh poveri disgraziati! - E tutti gli altri, guardali bene, chi più chi meno hanno la testa chinata da un lato, e il viso atteggiato a quella egoistica pietà che si compiace nel confronto dei dolori altrui colla quiete e col benessere proprio; quella pietà bugiarda e poltrona, che pronuncia la parola trista colla voce allegra, e deplora senza amare; pietà che oscilla fra la compassione e lo scherno, senza la sincerità dell'uno e la sfacciataggine dell'altro; pietà più oltraggiosa del disprezzo. Perchè ciò?"

"Perchè tutta questa gente non capisce il soldato," mi rispose l'amico; "perchè vedendo passare codesto drappello di coscritti, la maggior parte non considerano altro che la privazione del teatro, della passeggiata e della bettola, e non vanno colla mente più in là della caserma dove ci si diverte poco e si dorme a disagio. Nessuno di costoro, io credo, scorge nel fatto stesso di questa privazione, nel contrasto di questi giovani che cominciano ora una vita di abnegazione e di stento, con tutta l'altra gente che ne comincia una di allegrezza e di festa, nessuno vi scorge l'idea grande e generosa che v'è significata e posta in atto, e che deve impedire la pietà suscitando l'ammirazione. Quando nel soldato non si vede più che una persona gravata di molte fatiche e priva di molti divertimenti, quando non lo si capisce più che come individuo, vuol dire che non lo si capisce più affatto."

Gli domandai se credeva che fossero molti quelli che non lo capivano più.

"La maggior parte," egli mi rispose. "Nel nostro paese, siamo oramai pervenuti a quei giorni pronosticati dal Bossuet, in cui gli uomini non hanno più la mente e il cuore ad altra cosa, che agli affari e ai piaceri. Fuori di lì pare che non s'intenda e non si senta più nulla. La morale, il dovere, l'abnegazione, il sagrificio, i principii più sacri del pari che i sentimenti più nobili, sembra che pel generale degli uomini si siano mutati come nei fantasmi d'un sogno, che brillano a brevi istanti nel pensiero, e dileguano. E non è punto da meravigliare quando si pensi che suol accadere dei popoli lo stesso che degli uomini, e specialmente dei giovani. Come un giovane, dopo essersi sciolto (per forza di qualche doloroso disinganno) da una passione violenta contratta con molta speranza di felicità e di fortuna, ricade in un abbandono spossato e tristo, e rinnega tutti gli affetti gentili che quella passione gli aveva suscitati nel cuore, e deride tutti gli alti propositi che gli aveva fatto fermare, e si butta allo scettico, e divien freddo e duro; così il nostro paese dopo quella grande espansione d'entusiasmo, di virtù e di fede che ha fatto quattro anni or sono con esito tanto diverso dalla sua aspettazione, ora è caduto nell'apatia, stanco, incredulo e svogliato. In mezzo a questo desolante spettacolo di fracidi vizi e di virtù frolle, come dice il Giusti, l'esercito è quanto gli rimane di meglio; ma la maggior parte, ripeto, non lo comprende più. E perchè per comprenderlo bisogna aver cuore, e quando non s'ha cuore la mente sola non basta ad afferrare il senso di certe cose; perchè quando dal cuore sono fuggiti certi sentimenti e certe virtù, non si può più capire un'istituzione che appunto da quelle virtù e da quei sentimenti trae la sua vita e la sua forza; perchè quando non s'ha più spirito di abnegazione e di sacrificio non si vede più che cosa importi a uno Stato il possedere una grande scuola in cui quello spirito si fortifichi e s'inspiri. Quindi, si considera l'esercito come un'altra qualunque istituzione, di cui, quando non si toccano i frutti dì per dì, si dice ch'è inutile. Non vi si vede dentro il grande lavoro morale che vi si fa, i caratteri molli che vi si ritemperano, i buoni principii che vi si rassodano, le aspirazioni generose che vi si attingono; tutto questo non dà nell'occhio, non si tocca, non si sente; chi è che va a frugar nell'anima dei quarantamila uomini che ogni anno tornano a casa? Si vedono passar per le strade, uscir di quartiere, girare in piazza d'armi, fare la sentinella, combattere le battaglie finte, finire il servizio, e tornarsene, e tutto è lì; l'esercito non è altro e non significa altro. Qual meraviglia che il coscritto desti un sentimento di pietà in chi vede l'esercito sotto quest'aspetto? è un uomo che va a sgobbare e a soffrire."

Questo disse il mio amico. Però badate, o lettori: coloro per cui le parole di sacrifizio e di abnegazione non sono che parole, coloro, che a parlargli il linguaggio del cuore sorridono, coloro che tengono la vostra vita per una vita di forzati, in cui non si faccia nulla per impulso spontaneo di virtù e tutto per timor della pena, badate, costoro quando mostrano di pigliare a petto la vostra causa, mentono. Chi vi compiange invece di ammirarvi e di farvi coraggio, è quegli stesso che compiange l'operaio che suda per procacciare il pane ai suoi figliuoli, perchè in lui come in voi non capisce il sacrifizio, e come non lo capisce, così lo suppone un dolore senza conforti, da cui l'anima naturalmente repugni, come dal più duro supplizio. E come lo suppone senza conforti, così non sa rendersi ragione del come e del perchè possano esistere nel cuor vostro de' sentimenti che ve lo facciano parer leggiero, che ve lo facciano compiere lietamente, e considerarlo come un dovere, e ricordarlo, dopo fatto, come una gloria. Costoro sono quegli stessi che si domandano perchè il soldato Perrier si sia fatto uccidere per salvare la vita al sottotenente Cocatrix; perchè il sottotenente Gabba abbia amato meglio di pigliarsi una palla nel fianco che rispondere al nemico: - Mi arrendo; - perchè Alfredo Cappellini abbia voluto morire quando poteva mettersi in salvo senza venir meno al suo onore. Con che scopo? domandano. Con che scopo!

Ma abbiatelo per fermo: quando non s'ha punta virtù di sacrifizio, quando non s'ha cuore da amare questa virtù per sè stessa, senza scopo e senza perchè; quando si disconoscono questi grandi sentimenti che sono quanto v'è di più eletto e di più rispettabile nell'uomo, allora non c'è più nè magnanimità, nè coraggio, nè forza, e neanche onestà vera e soda. L'uomo non è più onesto se non quanto e finchè gli conviene. Non riconoscendo più altro movente e altra norma alle azioni proprie che l'utile e l'interesse diretto del suo benessere, quando questo cessa come consigliere di onestà, l'istinto brutale sottentra e l'ordine morale è sconvolto.

Ma voi non siete di costoro; voi siete giovani, voi avete lasciato or ora le vostre famiglie e serbate l'anima piena di fede e di affetto, e intraprendete lietamente questa nuova vita faticosa ed austera a cui foste chiamati.

Per ciò a voi si può parlare un linguaggio che altri non capirebbe o volgerebbe in riso; a voi si possono porgere i consigli che il cuore detta e che si rivolgono al cuore; voi non torcete il labbro, per Dio, quando si fa appello ai sentimenti più generosi dell'anima umana.

Anzitutto non bisogna nascondervi la verità. Noi non siamo di coloro che mettono in luce un solo aspetto della vita militare, il migliore. Noi diciamo apertamente ch'essa è dura e penosa. Per aver diritto di porgere dei conforti, convien mostrare di conoscere le ragioni per cui si stimano necessarii. E queste ragioni son molte. Il soldato vive lontano da casa, sacrifica la libertà, ed è sottomesso a una legge inesorabilmente severa. Un accesso di collera, un offuscarsi momentaneo della ragione può esser causa dell'infelicità dell'intera sua vita, lo può perdere per sempre. Bisogna ch'egli rompa bruscamente tutte le abitudini del passato; bisogna che rinunci a molti di que' piccoli comodi e di quei modesti piaceri d'elezione che ogni altra condizione sociale, per quanto umile, permette. In molte occasioni, bisogna ch'ei ponga a repentaglio la salute e la vita nello stesso modo che altri arrischierebbe al giuoco uno scudo, senza esitazione e senza rammarico. Bisogna che molte volte egli sopporti fatiche tremende, che trascinano l'anima alla disperazione; fatiche a cui egli stesso si meraviglia poi d'aver potuto resistere, come quelle che reputava fermamente superiori alle forze mortali. La fame, la sete che mette il fuoco nelle viscere, deforma il sembiante umano e ottenebra l'intelletto; lo sfinimento che prostra l'uomo a terra come privo di vita; il sole che infiamma il cervello; la caldura che mozza il respiro; la trista solitudine del casotto nelle notti d'inverno, in mezzo al gelo e alla neve; le infermità non credute, che non esentano dalla fatica, e la convertono in un tormento e in un pericolo; le lunghe ore d'immobilità e di silenzio nelle rassegne; la compagnia obbligata di persone invise o sprezzate o ripugnanti; i sonni brevi e interrotti da subite chiamate e dalla necessità improvvisa di fatiche nuove; il cibo qualche volta malsano o scarso o tardo; le mille esigenze della condotta fuori del servizio; le cure minute e tediose della divisa e delle armi; l'isolamento da ogni classe di cittadini in città sconosciute; in qualche luogo e in qualche caso la diffidenza della popolazione, o l'antipatia, o l'ira aperta e l'odio; e mille altre cose.

Ma che perciò? Perchè la vita del soldato trae con sè questi mali, dovremmo noi fare come certi suoi mascherati amici, che dopo averglieli enumerati dal primo all'ultimo, ricominciano dall'ultimo per ritornare al primo? Che amicizia è questa, di aprir la piaga pel solo gusto di vederci dentro, senza spargervi il balsamo risanatore?

Noi diciamo invece al coscritto: - Questi sono i mali che tu avrai da patire, e sono molti e non lievi; ma non disanimarti: intraprendi la tua strada coll'animo armato di coraggio e di costanza, non lasciarti accasciare sui primi passi. Non c'è vita, per quanto dura, che non abbia le sue consolazioni. Di queste te ne verrà una parte dalla natura stessa della vita che tu farai; vita nuova e varia e piena di accidenti impreveduti e strani; vita in cui ai giorni lenti e tristi s'avvicendano molto spesso i giorni allegri e rapidi. Muterai sovente soggiorno e conoscerai molta parte del tuo paese che ora t'è ignoto poco meno che un paese straniero; e vedrai terre e città per te nuove d'aspetto e di costumi, e ti si aprirà la mente a nuove idee, e acquisterai in pochi mesi l'esperienza di varii anni, e molte di quelle cognizioni che nessun tempo ti avrebbe fatto acquistare se tu fossi rimasto a casa tua. Altre consolazioni tu potrai ricavare dalla tua coscienza, purchè tu gliele sappia domandare. Non sorridere; non c'è soldato, per quanto ei comprenda male i suoi doveri, per quanto ei si tenga poco della sua divisa e senta leggermente la dignità del suo carattere, non c'è soldato, anche fra i più svogliati e i più scontenti, il quale in fondo al cuore non celi pure un po' d'alterezza, un orgoglio indistinto, una tal quale compiacenza d'essere soldato; o se non la sente fin ch'è soldato, la sentirà poi, la sentirà di sicuro. Non sono rari i soldati che maledicono una volta all'ora l'uniforme che vestono e la vita che menano; ma sono certamente rarissimi quelli che, tornati a casa, non si tengono onorati d'aver vestito quell'uniforme e di aver menata quella vita. Non c'è vecchio soldato il quale non comprenda e non senta che quei cinque anni di vita militare gli hanno lasciato in fondo al cuore qualche cosa di buono e di stimabile; qualche cosa che gli conferisce una superiorità incontestata sugli altri; un diritto particolare alla pubblica considerazione. E tu procura di nutrire e di mantenere in te questo sentimento fin da quando ti trovi al servizio. Perchè di una qualità di cui sarai certamente lieto ed altero molto tempo dopo che l'avrai rilasciata, non dovresti essere altero e lieto mentre l'hai? Non è giusto nè utile. Tientene dunque di essere soldato. Se non avrai questo sentimento, le fatiche e le privazioni ti parranno doppiamente penose, perchè ti mancherà l'alimento principale che dà la forza per sostenerle: la soddisfazione di compiere un dovere che onora.

Un altro conforto lo troverai nei tuoi amici. La vita molle, snerva e intisichisce il sentimento dell'amicizia; la vita rigida, lo rafforza e lo dilata. La parola camerata, che propriamente significa amico di caserma, vuol dire assai cose di più che la parola amico, perchè accenna alla natura speciale dell'affetto che fa nascere tra soldato e soldato la comunanza della vita militare. Camerata vuol dire un compagno che ti vuol bene, perchè avete mangiato molto tempo insieme la minestra della stessa marmitta; perchè in marcia avete molte volte dormito l'uno accanto all'altro sui mucchi di pietre della strada; perchè molte volte vi siete portato il rancio l'uno all'altro quand'eravate di guardia, e molte volte vi deste il cambio di sentinella, e vi aiutaste a stringervi il cinturino, e v'imprestaste la giberna per andare alla parata della guardia, e la pipa per passare il meno noiosamente possibile le ore di uscita nei giorni ch'eravate consegnati. Per tutte queste ragioni il camerata è più che un compagno e un amico, è un fratello; anzi, più che un fratello, perchè la comunanza dei pericoli della guerra infonde in questo affetto fraterno un non so che di forte, di solenne e di sacro, che tra fratelli, nella vita ordinaria, manca. E tu vedrai, coscritto, che i tuoi più cari ricordi d'amicizia saranno sempre quelli della caserma; che il viso di cui ricorderai più lungamente la fisonomia sarà quello del tuo vicino di letto; che i motti, gli scherzi, i consigli, gli atti garbati, i servizii amichevoli, le testimonianze e le prove di affetto e di fedeltà che porterai per maggior tempo nel cuore saranno quelli dei tuoi compagni di squadra; che fra i servigi di cui conserverai più viva e durevole la gratitudine sarà quello d'un sorso d'acqua datoti da un camerata in un'ardente giornata di luglio dopo molti chilometri di cammino, una visita ch'egli t'abbia fatto all'ospedale quand'eri malato, o una lira ch'egli ti abbia prestata in una tua occasione di bisogno. Credi, coscritto, a quest'affetto, che è quanto di più bello e di più nobile ha la vita del soldato. è un affetto che non si dimostra colle carezze e colle tenere parole; è un affetto chiuso e ruvido; ma profondo, ma schietto, ma tale che tu ci puoi confidare sempre e con sicurezza intera. Hai tu mai veduto due soldati della stessa compagnia che s'incontrano e si riconoscono dopo molti anni che hanno finito il servizio, quando son tutti e due padri di famiglia, mutati di viso, di panni e di costumi? Se tu gli hai veduti, e se il loro grido di sorpresa, la loro gioia, il subito illuminarsi del loro volto e l'impeto affettuoso con cui si sono gettati l'uno nelle braccia dell'altro non t'ha fatto dire: - Io li invidio - allora tu hai il petto vuoto come un tamburo. Ma no, tu avrai goduto della loro gioia, e sinceramente ammirato l'intima corrispondenza dei loro cuori, e detto a te stesso: - Quando sarò soldato, sarà codesto uno dei miei più cari conforti.

Un altro dei tuoi conforti, sarà la memoria affettuosa della tua famiglia. L'amore della patria e della bandiera non è veramente schietto e gagliardo se non quando germoglia dall'affetto della famiglia, che di tutti gli affetti è l'origine e l'alimento. L'amor di patria non è che l'amore della propria famiglia esteso dalle mura della nostra casa paterna fino ai confini dello Stato di cui siamo cittadini. Lo spirito di abnegazione che ci dà forza per faticare e soffrire, e coraggio per combattere e affrontare la morte in difesa del paese, non è che quello stesso spirito che ci induce a lavorare e a sudare più che non faremmo per noi, quando nostro padre è vecchio e inetto al lavoro; non è che lo spirito che ci fa vegliare le notti al capezzale di nostra madre colpita dal contagio, quando gli amici e i parenti paurosi l'hanno abbandonata; è lo stesso spirito fatto più potente e più ardito. L'amor di patria non è che l'amore d'una vasta parentela ignota; quando questo manca, nessun altro affetto attecchisce e mette radici profonde.

Custoditelo dunque, quest'affetto; mantenetelo vivo ed intero come lo sentiste nell'istante in cui vi siete separati dalla vostra famiglia; preservatelo religiosamente dalle offese del tempo, del mal esempio e dei cattivi costumi; preservate quest'affetto, il quale alla sua volta preserverà voi da molte bassezze, da molte colpe e da molti rimorsi. Non è possibile che un figliuolo sinceramente affettuoso e devoto si macchii mai di una codardia. Il pensare che un tal atto imprime il marchio del disonore sulla fronte di chi gli ha dato la vita, e contrista gli ultimi suoi giorni, basta per sè solo a rattenerlo sulla via del dovere e della virtù in qual più difficile cimento egli si venga a trovare. Il soldato che contamina il suo nome e

tradisce la sua bandiera apre nel cuore dei suoi la più terribile ferita che vi possa aprir mano umana. Al contrario, nessun orgoglio è ad un tempo più caro e più legittimo in una famiglia, che quel d'aver dato all'esercito un bravo soldato. E il far sì che la nostra famiglia vada giustamente altera di noi, e aggiunga all'affetto naturale che ci porta il sentimento della gratitudine, è una delle più generose e gentili prove di virtù che possa dar l'uomo sulla terra. Onorate dunque il vostro nome onorando la divisa di cui la patria vi veste, e date ogni giorno un pensiero affettuoso alla casa paterna; dateglielo in mercè di tutte le trepidazioni che destano tra quelle pareti i vostri pericoli, di tutti i voti che si fanno là per la vostra salute, di tutto quel che si soffre, di tutto quel che si teme, di tutto quel che s'invoca per voi.

Questi sono i doveri che avete verso voi stessi. Ascoltate ora quelli che avete verso i vostri superiori e verso la disciplina.

Non date fede a coloro che, lamentando le gravezze della vita militare, distinguono malignamente voi dai vostri capi, per insinuarvi che coteste gravezze ricadono solamente sui soldati, e che man mano che si salgono i gradini della gerarchia, s'alleggerisce quel pesante fardello di doveri e di sacrifizi che voi portate tutto intero. Non date fede a costoro.

Persuadendovi che i carichi e i compensi sono ingiustamente ripartiti, essi mirano a scoraggirvi, perchè dallo scoraggiamento nasca il mal volere, e da questo l'indisciplina. Essi vi dicono una menzogna. Ascendendo di grado in grado, i carichi mutano di natura, non scemano; il peso passa dalle spalle sul capo; ma resta, e si rende forse più grave. I vostri capi, quanto più stanno in alto, tanto faticano meno della persona; ma tanto più hanno faticato per l'addietro. Voi siete giovani, essi sono molto innanzi cogli anni. Voi siete legati a codesta vita di sacrifizio per cinque anni; essi fino alla vecchiaia; molti fino alla morte. Voi menate codesta dura vita nel fiore della vostra giovinezza, in cui la salute rigogliosa, il sentimento d'un avvenire lungo e indeterminato, e le illusioni proprie della vostra età vi danno animo e vigore a sopportare lietamente le fatiche e le privazioni; in voi, ad ogni levar di sole, si ritempra di nuova forza il coraggio e di nuova letizia la speranza. Ma essi, i vostri capi, menano la vita militare in un'età avanzata, in cui l'entusiasmo giovanile, che ogni cosa avviva e abbellisce, essendo svanito in tutto od in parte, le privazioni e le fatiche, benchè per sè stesse men gravi delle vostre, riescono nullameno ad un effetto eguale, se non maggiore. Le umiliazioni che toccano a voi, i castighi che a voi s'infliggono hanno l'aspetto di essere più penosi e severi, e materialmente lo sono; ma riescono in fondo meno amari di quelli de' vostri superiori, in cui l'età e il grado stesso raffinano la suscettibilità dell'amor proprio e rendono più duro l'orgoglio. Voi siete sotto gli occhi dei vostri superiori; essi sono sotto gli occhi di altri superiori, sotto i vostri e sotto quei del paese. La vostra responsabilità è ristretta nella cerchia del vostro buon volere, e l'assumete e la smettete in un con lo zaino e col cappotto; i vostri capi l'hanno sempre, l'hanno in momenti terribili, l'hanno tale che alle volte ella schiaccia le anime più grandi e spezza le fibre più vigorose. Voi colpisce qualche volta il castigo immeritato di un superiore violento; essi subiscono non di rado la sentenza ingiusta e la collera cieca d'un popolo e d'un'età, vittime espiatorie degli errori di molti. No, non è ingiusta la ripartizione dei carichi; credetelo, molti dei vostri capi v'invidiano spesso gli esercizi di punizione e la cella; molti vorrebbero talvolta mutare nella faticosa agitazione della vostra umile vita quella loro quiete stanca e pensosa, a cui dan nome di riposo gl'inesperti, e d'ozio i maligni.

Portate adunque rispetto ai vostri superiori, quanto più sono locati in alto; e non solo quel rispetto militare che la disciplina v'impone, allegandone la necessità e prefiggendone le forme; ma quell'altro rispetto intimo, cordiale, devoto, che ogni cittadino deve a chi regge un alto ufficio nel suo paese, ed ha per lo più, con molti e difficili doveri, pochi e malsicuri compensi. Rispettate i vostri capi anche come cittadini. Ricordatevi che molti di essi sono diventati vecchi nelle file dell'esercito; che molti hanno portato lo zaino e mangiato nella gamella, come voi, per assai più anni che voi non vi mangerete; che molti erano già soldati provetti e alteri di cicatrici antiche quando voi eravate poco più che fanciulli; che molti hanno combattuto per la libertà italiana o sono andati a cercare una guerra giusta e una bandiera libera in terra straniera, assai prima che voi foste nati. Ma non basta che li rispettiate: essi amano voi, amateli. Sono stolidi o tristi coloro che suppongono che i vostri capi non abbiano per voi altro sentimento che quello d'una indifferenza fredda o d'un'uggia stizzosa che cerca e desidera il fallo per vendicarsi col castigo delle cure e delle noie che loro toccano per cagion vostra. E perchè non vi dovrebbero voler bene? Perchè un colonnello coi capelli grigi (a meno che non fosse di natura eccezionalmente cattiva) non dovrebbe tenere in conto di suoi figliuoli voi, giovani di vent'anni, che in confronto suo siete tanti ragazzi, voi che gli ricordate i giorni più belli della sua giovinezza, le più care emozioni della sua vita soldatesca, quei giorni spensierati ed allegri ch'egli rimpiange pur sempre, e che vorrebbe forse rivivere anche a prezzo delle sue spalline e dei suoi quattro galloni? Ma non capite che voialtri comprendete tutto in voi stessi, e significate tutto per lui: il suo passato, la sua famiglia, il suo orgoglio, la sua vita? Gli è perchè non vi viene a stringere la mano uno per uno che voi supponete ch'egli non vi voglia bene? Voi sapete pure che non lo può fare perchè i più di voi abuserebbero di quella famigliarità, ed è giusta la sentenza che dice: - Da' la mano al soldato ed egli si piglierà il braccio. - Ma andate un po' da un colonnello a parlargli male dei suoi soldati! Guardateli un po' bene negli occhi questi comandanti di corpo quando si congedano dai loro reggimenti! Andateli un po' a cercare quando sono in ritiro e camminano col bastone, e parlate loro della quinta compagnia, della settima, della nona, di quella certa testa vuota di caporale foriere, di quella buona pelle di soldato, di quel tal altro rompicollo di tamburo, e vedrete come si ricordano di tutto e di tutti, anche molti anni dopo; come si riconducono coll'immaginazione a quei tempi, come s'esaltano, come s'inteneriscono!

Questo pei vecchi, che hanno per voi un affetto paterno. Ma avete pure tanti ufficiali giovani, sul fior degli anni come voi, che vi conoscono uno per uno, che vi stanno sempre vicini, che passano, si può dire, la giornata con voi, che sanno i vostri bisogni, che vi prodigano le loro cure, che sono come vostri amici e vostri fratelli maggiori. Abbiate fiducia in loro, ricorrete a loro quando vi occorre un parere o un consiglio, fate veder loro che essi v'ispirano più assai affetto che timore; siate aperti e franchi, e cacciate dall'animo quella diffidenza ombrosa e cocciuta che vi fa vedere in ogni superiore un soprastante malevolo, o un persecutore, un nemico. Nemico! e perchè? Nessuna cosa l'ufficiale ambisce più vivamente che l'affetto e la fiducia dei suoi soldati, e nulla più gli dispiace e l'offende che il veder qualcuno fra loro che lo guarda in cagnesco senza una ragione fondata; ma solamente perchè vede in lui personificato il rigore e il castigo. Che gusto volete che ci trovi l'ufficiale a farsi malvolere da coloro in mezzo a cui ha da passare metà della sua vita? Perchè il suo primo e più vivo desiderio non dovrebbe esser quello di non aver mai da punire, mai da rimproverare, mai da inquietarsi?

Ma il voler bene col cuore non basta; bisogna provarlo coi fatti: ubbidire, e ubbidire colla spontaneità e colla sollecitudine che previene il rimprovero senza lasciar travedere il timor del castigo; e non solo fare il proprio dovere, ma mostrare di capirlo, e non solo mostrar di capirlo, ma far vedere che lo si ha per giusto e per necessario. E sopra tutto non abbandonarsi mai a quell'andazzo di trovar tutto male, di censurar tutto, di far un gran che di tutti i piccoli inconvenienti, quasi inevitabili, del servizio, e mormorar contro i superiori, e dire che ogni cosa va per la peggio, e che coloro che comandano non sanno mai quel che si raccapezzino. Questo spirito di censura avventata e leggiera è la peste della disciplina; guardatevene, o sarete eternamente scontenti voi e farete eternamente scontenti gli altri. Ricordatevi che quando cent'occhi stanno aperti su quello che fa un solo è molto facile trovarvi di che ridire; che il vedere il male è cosa assai diversa dal saper fare il bene; che è una illusione comune dei molti che stanno in basso quella di credere che, messi loro alla prova riuscirebbero indubitatamente a far meglio dei pochi che stanno in alto; che tutti coloro che comandano oggi, ubbidivano ieri, e che forse ieri criticavano tutti e tutto come oggi facciamo noi, e che non per questo sono riusciti a rinnovare il mondo quando è venuto il loro momento; che le cose guardate di sotto in su hanno tutt'altro aspetto che quando si guardano di su in giù; e tutti gli altri dettami della più volgare esperienza e del più comune buon senso.

Ma tutto questo non basta ancora. Bisogna preparar l'animo a tollerare molte piccole ingiustizie, molti piccoli torti, molti piccoli dispiaceri, per cui non c'è rimedio, e i reclami non servono, e le proteste fanno peggio; cose che sono seguite e seguono sempre dove c'è molta gente che fa vita comune, e c'è grande varietà di temperamenti e d'umori; in tutti i collegi, in tutti gli istituti, in tutte le classi di cittadini, dappertutto, insomma, dove c'è superiori e inferiori, dove molti comandano e molti ubbidiscono, e per conseguenza c'è chi comanda male e chi non obbedisce bene. E tutti codesti inconvenienti inevitabili non attribuirli ciecamente alla disciplina militare, la quale in fin dei conti non si distingue dalle altre se non in questo: che va soggetta a norme più precise, e dipende meno dal capriccio delle persone, il che ne compensa fino a un certo punto la maggior severità; ma ritenerli, codesti inconvenienti, come vizi inevitabili di tutte le discipline. Poichè giova convincersi profondamente di ciò: che disciplina ve n'ha da per tutto; che in tutte le amministrazioni v'è un certo numero d'individui che fanno delle lavate di testa e un certo numero che se le pigliano; individui che impongono delle multe e individui che le pagano; individui che infliggono a torto dei castighi e individui che li subiscono con santa rassegnazione; individui che dicono: - Lei è un asino, - e individui che rispondono: - Sì signore; e che quello che si fa e si sopporta in un reggimento per non andare in prigione e per non stare a pane ed acqua, si fa e si sopporta da migliaia e migliaia di impiegati governativi e non governativi per non essere cacciati dall'impiego e per non restare colla famiglia in mezzo a una strada; il che porta al pane ed acqua lo stesso. Dei bocconi amari se ne trangugiano da per tutto, miei cari coscritti, anche nei gabinetti dei ministri e nelle corti dei re, d'onde qualcuno è uscito col cuore spezzato e coi capelli grigi innanzi tempo.

Ma neanche tutto questo non basta ancora. Non basta rispettare e amare i superiori, e assoggettarsi docilmente alla disciplina, e adempiere i doveri che ci sono imposti dalle necessità del servizio. Pel soldato è anche un dovere quello di procurare un vantaggio a sè stesso imparando a leggere e a scrivere.

E a convincervi che quello d'istruirsi è un dovere, e ad ispirarvi il buon volere di compierlo, vi basti questo semplice ragionamento. La maggior parte dei guai d'Italia deriva dell'ignoranza, poichè l'ignoranza è per sè stessa il massimo dei mali. E sapete perchè? Il perchè è questo: che la maggior parte dei padri di famiglia che non sanno leggere nè scrivere, d'ordinario non si curano di mandare a scuola i figliuoli perchè non ne vedono l'utilità; e i figliuoli crescono ignoranti come loro. Privi della coltura che deriva dallo studio (e qui per istudio s'intende il leggere dei libri buoni), questi fanciulli non ricevono in vita loro altra educazione che quella del padre. Che cosa ne segue? Ne segue che se il padre e la madre sono gente onesta e di buoni costumi e affezionata alla famiglia e sollecita del bene dei figliuoli, questi vengon su per bene e diventano galantuomini; galantuomini ignoranti, è vero; ma non importa; l'esser galantuomo è già una gran cosa, e può bastare. Ma se il padre e la madre sono cattivi soggetti, disamorati, trascurati, ed esempio di scandalo ai loro figliuoli, questi, nove su dieci, riescono bricconi come i genitori, e forse peggio, perchè manca in loro l'educazione dell'intelligenza e del cuore che danno i buoni libri; retta e saggia educazione che distruggerebbe o mitigherebbe gli effetti di quell'altra cattiva che hanno ricevuto in casa. Da ciò deriva che nelle classi ignoranti la malvagità dell'animo e la sregolatezza dei costumi si propagano e si conservano di padre in figlio e di famiglia in famiglia assai più che negli altri ordini della società, dove i ragazzi trovano nel maestro un secondo padre, che spesse volte cancella in loro la mala impronta avuta dal padre vero, tanto da farli riuscire assai migliori, e talora affatto diversi da quel ch'era parso che sarebbero riusciti da principio. Non ne abbiamo noi una prova in questo, che vi son delle famiglie le quali nel giro di quattro o cinque generazioni hanno fornito dieci o dodici soggetti alle prigioni e alle galere, per misfatti essenzialmente diversi? Non abbiamo noi de' villaggi, delle borgate intere in cui la popolazione è notoriamente trista e facinorosa sopra tutte le altre? Gli è perchè fra codesta gente la malvagità si tramanda coll'esempio d'età in età, d'individuo in individuo, senza incontrar mai un impedimento od un freno nell'istruzione che illumina l'intelletto, fortifica la coscienza e ingentilisce i costumi. Imparate dunque a leggere e a scrivere non solamente per uso vostro, ma pel bene dei vostri figliuoli futuri; procurate di tornare a casa con questo vantaggio positivo ricavato dal servizio militare; imparate a scrivere per tenervi in corrispondenza colle vostre famiglie; imparate a leggere per facilitarvi la conoscenza dei vostri doveri di soldato colla lettura dei regolamenti e delle istruzioni, e per procurarvi un passatempo utile e gradito nelle ore di riposo. Il servizio incaglia e ritarda d'assai codesto insegnamento, lo so; le fatiche d'ogni giorno vi concedono poco tempo e vi lasciano poca voglia per la lettura, anche questo è vero; ma fate quel che potete: poco sarà sempre assai meglio di nulla. Il soldato - disse uno scrittore francese - è bello a vedersi principalmente in questi due casi: quando si slancia contro al nemico a baionetta calata, e quando siede ai piedi del suo letto con un sillabario tra le mani.

Ancora un consiglio. Il soldato italiano - ha detto poco tempo fa un giornale - è dovunque amico, dovunque modesto, simpatico, costumato e cortese come non è nessun soldato in nessun paese del mondo. Questo è vero, ed è così generalmente riconosciuto, che lo possiamo affermare anche noi senza adulazione; e lo affermiamo con un sentimento vivissimo d'alterezza, perchè crediamo che non si possa fare ad un esercito un elogio più onorevole. Or bene: serbate intatta questa nobile fama, voi giovani coscritti; crescetela, rassodatela. Abbiate sempre per fermo che un esercito, quanto è più rispettato dai suoi concittadini, tanto è più temuto dai suoi nemici. Tenete per sicuro che nessun reggimento è amato e stimato se i soldati non si sono fatti individualmente benvolere e stimare colla moderazione e colla dignità del contegno. Ricordatevi che appunto in virtù di questo suo contegno il soldato italiano non ebbe molte volte che da presentarsi in mezzo alla popolazione per sedare un disordine o per quetare un tumulto. Persuadetevi che la popolarità che ciascun soldato acquista colle buone maniere in mezzo ai cittadini, risparmia, in molti casi, alle compagnie e ai reggimenti interi la triste necessità di usare le armi e di spargere del sangue. Il soldato, come deve coll'esempio inculcare al cittadino l'amore dell'ordine e l'osservanza della legge, deve così, rispettando ed amando il popolo di cui è figlio e difensore, inspirargli quel rispetto e quell'affetto che il popolo deve a lui per ragion di gratitudine e di natura.

Ecco i vostri doveri.

Ora vedete di diventar presto soldati.

Le condizioni dell'esercito impongono che s'affretti straordinariamente la vostra istruzione. Supplite alla strettezza del tempo colla buona volontà. L'educazione dei coscritti suol richiedere un tempo lungo, giacchè, pel solito, storditi e sopraffatti dalla nuova maniera di vita in cui sono gittati, essi non possono, nei primi giorni, prestare alle istruzioni quell'attenzione riposata e raccolta che vi prestano poi. Procurate di vincere questa difficoltà accomodandovi quanto prima è possibile alle nuove abitudini e alle nuove occupazioni che vi sono imposte; non vi limitate a quell'esecuzione automatica dei comandi che ne rende necessaria la ripetizione all'infinito; pensate, osservate, ricordate; sollecitate gl'istruttori colla rapidità dei progressi; quando si vuol imparar presto una cosa, l'è già per buona parte imparata; lo zelo alleggerisce tutti i doveri e tronca a mezzo tutte le difficoltà. Chi trascura le prime istruzioni, resterà eternamente un mezzo coscritto; ciò che non s'apprende a far bene subito si continua a far male sempre, o s'apprende a far meglio in seguito a prezzo di rimproveri e di punizioni. Studiate coscienziosamente i vostri doveri; presto sarete chiamati a compierli; la scarsità della forza generale dell'esercito richiede un servizio più attivo e più oculato in ciascun individuo; mettetevi in caso di corrispondere all'assegnamento che si fa su di voi. Badate sopra tutto al servizio di guardia; qualche volta sul capo d'un soldato pesa una grande responsabilità; pensateci; proponetevi di non macchiare mai il numero diciotto; conservatelo bianco come il bianco della vostra bandiera.

E codesta bandiera amatela, veneratela; le recenti sfortune non l'hanno oscurata che d'un velo di lutto pei caduti in battaglia; ma non v'hanno impresso una macchia, no, non ve l'hanno impressa, per quanto abbiamo di più sacro nel cuore, per l'onore del sangue italiano. La nostra bandiera è splendida e incontaminata come nei più bei giorni della nostra rivoluzione immortale. La vittoria non ha stretto patti con nessun esercito al mondo; tutte le bandiere sono bagnate di lacrime; la mala fortuna ha strappata una foglia a tutti gli allori; a ogni popolo è toccato un giorno fatale che gli ripercosse il grido dei trionfi antichi in un grido di dolore; mille eserciti sgominati si risollevarono dalla sventura più formidabili e più fieri.

Sì, amatela e veneratela codesta bandiera; essa pure ha avuto i suoi bei giorni di gloria; essa pure sventolò molte volte, al cader del sole, sulla sommità di un'altura lungamente contesa; molte volte essa pure, ritta fra i rottami d'un bastione smantellato, fu salutata vittoriosa dal morente della trincea; molte volte essa pure ha sentito echeggiare in mezzo ai suoi figli le grida d'una gioia superba. Altre bandiere furon più temute; nessuna al certo fu più lungamente invocata nè benedetta con più caldo e più costante amore.

V'ho detto la verità, coscritti, credetelo. Se il mio non vi pare l'accento della convinzione e dell'affetto, non lo attribuite a una sincerità dubbia o a un cuor tepido; attribuitelo alla mia penna inetta e restìa, e alla natura stessa di questo povero linguaggio umano a cui sfuggono sempre i moti più riposti e più delicati dell'anima.

L'ADOLESCENZA.

Quei tre o quattr'anni che passano tra l'infanzia e la giovinezza, son pieni di sconforti e di malinconie come quando si comincia a sentir che s'invecchia. L'anima, smaniosa d'affollarsi alla vita, se la vede chiusa da ogni parte, e si dibatte in una prigionia affannosa. Come il germe, a primavera, tenta la scorza che lo ravvolge, e s'agita impaziente, così in quegli anni, l'uomo si sente chiuso nel ragazzo, e ne freme. Ha bisogno d'aria e di luce, e vorrebbe levarsi a volo, urta le ali nelle pareti domestiche, e le ripiega rintuzzate e dolorose. Vede sotto di sè un piccolo mondo di bambini, dove si gioca, si ride, si canta, si folleggia, e non vi può più discendere; vede di sopra un altro mondo più vasto, dove si pensa, si lavora, si combatte, si ama, e non vi può ancora salire. Travede già, come dietro un velo, la donna, bella, cara e misteriosa, argomento segreto di desiderio e di sogno; e la donna si china a baciare i bambini, si volta a guardare gli uomini, e a lui passa accanto, e nol vede. Egli vorrebbe attirare quello sguardo, parerle bello, piacerle; e non è che un bambino allungato, con una grossa testa su due spallucce misere, e un busto cascante su due stecchi di gambe da cui saltan fuori due ginocchioni angolosi. Sente i primi stimoli della vanità, vorrebbe esser ben vestito, elegante; e gli fanno portare i panni smessi di suo fratello maggiore, e gli taglian le cravatte nei vestiti vecchi di sua sorella, e non si fidano ancora di lasciargli in mano l'orologio. Vorrebbe esser preso per un ometto e contar per qualcosa; se apre la bocca in mezzo alla gente, o dice una freddura, che cade inosservata, o dice uno sproposito, e gli dan sulla voce. Vorrebbe essere garbato e piacevole; e se capita in un salotto non sa come rigirarsi, urta in una seggiola, mette i piedi sullo strascico di una signora, e pesta un callo al padrone di casa. Vorrebbe esprimere quel che gli bolle dentro, aprire il suo cuore, sfogarsi; e scrive dei versi che fanno ridere il maestro, e il babbo glieli strappa di mano, e gli mette sotto il naso un trattato d'aritmetica. Vorrebbe agitarsi, svagarsi, girare, veder cose nuove; e deve tornare a casa alle otto a scartabellare il dizionario latino, in un cantuccio della sua stanza, solo, mentre sente il fruscio dei vestiti delle sue sorelle, che si preparano pel teatro o pel ballo. Sconfortato, umiliato, ora s'insinua in mezzo alla gente per implorare uno sguardo, un sorriso; ora si chiude in sè stesso, indispettito e selvatico, e come stanco degli uomini e della vita. E allora seguono le lunghe ore di solitudine passate alla finestra, di notte; o in campagna, a guardare tra i fili dell'erba; e la sua fantasia vivida e irrequieta si slancia avidamente nell'avvenire, in un avvenire sconfinato ed arcano, pieno di grandi disegni e di grandi speranze. Allora egli si finge una vita a modo suo; casi mirabili e strani, lotte, pericoli, trionfi, viaggi, aurore di cieli ignoti, e vasti giardini taciti, popolati di fantasime care; e lì ricordi indistinti di profili verginali, cento volte raccolti e ricomposti e vagheggiati con trepido amore, e convegni solitari, e parole ardenti, e dolcezze che soverchiano le forze dell'anima. Ma poi quella splendida visione lo rattrista o lo stanca, ed egli riabbraccia con impeto la vita; si getta di nuovo in mezzo allo strepito dei sollazzi infantili; se ne sdà, non pago, e si volge appassionato agli studi; irrequieto, li abbandona, e cerca il riposo dello spirito nelle fatiche smodate del corpo; il suo mondo fantastico gli si mesce nella mente al reale, e lo assalgono nelle tenebre subite paure, da molto tempo perdute; terrori religiosi impensatamente ridesti; poi freddezze feroci che gli armano la mano contro gli animali innocenti, e ardimenti insensati che lo spingono sull'orlo dei tetti e sulla cima degli alberi; poi malinconie profonde che gli fanno cercar le braccia della madre, e piangere sul suo seno lacrime calde e pacificatrici.

L'eccessiva timidezza di molti ragazzi di quell'età proviene appunto da che essi hanno dentro tutto quel tumulto di pensieri e d'affetti, e voglion tenerlo celato, e treman sempre che altri lo scopra, e li stimi più ragazzi di quel che sono; essi medesimi credono che quello sia un resto di fanciullaggine, e se ne vergognano; mentre è invece la prima scintilla della giovinezza che li feconda e li trasforma.

UN ESEMPIO.

Prima del levar del sole, il vecchio dottore dell'80o reggimento era già fuori di città, e andava per una viottola solitaria verso la villa d'una signora amica sua.

Arrivato a un punto dov'era un vasto campo arido, che pareva una piazza d'armi, si fermò, e stette guardando qua e là colla fronte corrugata, come se la vista di quel luogo gli richiamasse alla mente qualcosa di triste.

La villa era posta sopra un poggetto poco distante da quel campo; e tra il campo e il poggio si stendeva un tratto di terreno senza alberi e senza siepi. Il tempo era torbido: non si sentiva un rumore e non si vedeva nessuno.

Entrato nella villa, il dottore, con sua grande meraviglia, trovò la signora già alzata. Essa gli venne incontro col viso turbato, dicendo: "Vi ringrazio, dottore, so perchè venite, me l'han detto ieri. Che notte ho passata, se sapeste, con quel pensiero fisso! Sentite, se avessi potuto prevedere una cosa simile, di certo non sarei venuta a star qui; ma è la prima e l'ultima che mi capita; lascerò la casa, e intanto, per questa mattina, prendo con me i miei due ragazzi e scappo da una mia amica....... Permettete."

S'alzò in fretta, e affacciatasi all'uscio di una camera attigua domandò a una donna di servizio se i figliuoli erano lesti. "Si spiccino" soggiunse, e tornò a sedere accanto al dottore.

"Ah! dottore," riprese a dire sospirando, "ma che proprio non ci fosse un altro luogo in tutti i dintorni della città da dover venire per l'appunto davanti la mia casa?..."

"è la piazza d'armi," rispose il dottore distratto.

"Dio mio! e se per disgrazia non fossi stata avvisata? Tremo a pensarci, vedete. Via, via, lontano di qui, a cinque, a dieci miglia se occorre, purchè io non veda nulla e non senta nulla. Voi mi terrete compagnia, è vero?"

Il dottore non rispose; stette qualche istante pensieroso e poi, con aria severa e con accento benevolo, disse: "Signora, voi avete due figliuoli: tutti e due son destinati alla carriera militare; uno ha quattordici anni, l'altro ne ha sedici; sono nell'età in cui, molte volte, un avvenimento, uno spettacolo, un'emozione che a noi può parere senza effetto o d'un effetto cattivo, dà un nobile e forte stampo al carattere, che dura per tutta la vita; noi siamo tutti fatti di impressioni avute da ragazzi; se volete avere due figliuoli soldati, seguite il mio consiglio, signora: restate."

La signora, all'udir quel restate, tremò; poi cominciò a riflettere.

Entrarono i due ragazzi, alti, per l'età loro, e robusti, di fisonomia aperta e simpatica; somigliantissimi alla madre. Uno avea la divisa d'un collegio militare. Stavan tutt'e due serii, col capo basso e le sopracciglia aggrottate, come se facessero il broncio. Salutato il dottore, si ritrassero in un canto della stanza senza parlare, in atto di protesta.

"Che c'è?" domandò la madre.

"Noi non si vuole andar via," rispose il più piccolo con quella voce tra il pianto e la stizza che fanno i ragazzi scontenti.

La madre guardò il dottore, volse uno sguardo inquieto alla finestra, e poi domandò con un sospiro," voce bassa: "Tra un'ora, è vero?"

"Tra un'ora," rispose il medico.

"E..... son due?" disse anche più piano la signora.

"Due."

"E per cosa?"

"Vigliaccheria."

"Oh sentite!" esclamò essa vivamente dopo un istante di riflessione; "potete dir quel che volete, ma è orribile!"

"Oh sentite voi!" rispose anche più vivamente il dottore: "io vi posso assicurare che quello che c'è di più orribile in questa tragedia non è quello che voi vedrete, è quello che ho veduto io!"

Dopo un istante ripigliò:

"Voi, signora, conoscete la mia vita; ho i miei anni e ho avuto le mie disgrazie; ho perso madre, padre, fratelli, da giovane; ho dovuto mandar giù dei bocconi amari anco nel corso della mia vita di medico militare; m'è toccato di quei momenti che, a non credere in qualche cosa dopo la morte, c'è da fare uno sproposito. Poi il dolore d'esser preso prigioniero, di leggere sul viso dei nemici che il nostro esercito era stato battuto, e le altre disgrazie che dopo cascarono addosso al paese; furon tutte trafitture di cuore, come vi potete immaginare, terribili. Eppure, vedete, mi paion tutte cose da nulla in confronto di ciò che ho provato alla vista di quello spettacolo deplorabile, di cui i due sciagurati di stamani non furono che un piccolo episodio: il 3o battaglione del mio reggimento che si sbandava alle prime fucilate, come un branco di briganti! Son passati parecchi mesi, ho avuto d'allora in poi delle emozioni vive, anche durante la mia prigionia; poi il piacere d'esser liberato, di tornare in patria, di rivedere il mio reggimento, i miei amici; eppure l'impressione avuta quel giorno mi è rimasta viva nell'anima come se fosse d'ieri, quello spettacolo l'ho sempre davanti agli occhi, sento quelle voci, vedo quella gente, ci penso, la sogno, e c'è dei momenti che mi si schianta il cuore e che nasconderei il viso dalla vergogna."

"Oh... poi!" disse la signora.

"Sì! sì!" l'interruppe il dottore, "e così fosse più generale questo sentimento, cara mia! Quando la vergogna di molti, appunto perchè è di molti, non è più sentita da nessuno, pessimo segno. Per me una delle prime qualità d'un esercito, a voi parrà strano, ma io lo credo sul serio, è il pudore. Quando s'è stati vinti, bisogna sentirsi bruciar la fronte e soffrire; chi cerca scuse e conforti, è già mezzo battuto per un'altra volta."

"Capisco; ma come mai quel battaglione s'è portato male e gli altri no? Io credevo che fossero tutti gli stessi i soldati."

"Che volete?" rispose il dottore, pigliando una mano del ragazzo più piccolo, che tenne poi lungamente fra le sue; "bisogna dire che quello fosse un battaglione segnato da Dio. Già io n'avevo avuto un cattivo presentimento fino dal principio della battaglia. Quando seppi che appunto quel battaglione lì era stato scelto, fra tanti altri, a esplorare una collina sulla sinistra del nemico, che vuol dire avventurarsi a un combattimento improvviso, contro forze sconosciute, senza sostegno, e forse a molta distanza dal resto del reggimento, non so perchè, tremai. Lo vidi passando, quel battaglione, mentre aspettava l'ordine di andare innanzi, fermo in un campo, mezzo nascosto fra gli alberi. Guardai bene in faccia quei soldati... non mi piacquero. In lontananza si sentiva un fuoco di fucili fitto; di tratto in tratto qualche palla fischiava più da vicino, e ad ogni fischio quei soldati si guardavano e ridevano; ma.... dopo essersi molto guardati. C'eran dei visi bianchi come un panno lavato che volevano ridere e non mostravano che i denti. Canterellavano, scherzavano, tutte cose forzate. - Va male - dissi tra me, e tirai di lungo. Ripassai di là poco dopo: il battaglione se n'era andato, ma avea lasciato delle brutte traccie: vidi tre o quattro fucili e tre o quattro zaini sparsi fra l'erba; qualche soldato, profittando del granturco alto, se l'era battuta. Guardai un po' intorno, non vidi nessuno, seguitai la mia strada. Pratico dei luoghi, presi a traverso i campi, salii sopra un'altura, scesi fino a mezza la china opposta e mi trovai di fronte a una collina, sulla quale cominciavano a salire, adagio adagio, i cacciatori del battaglione. La valle era strettissima, in modo ch'io vedevo distintamente ogni cosa dal lato opposto. La china era tutta coperta di granturco, sulla cima c'era un bosco. Pareva che nel bosco non ci fosse nessuno. Dietro i cacciatori saliva il battaglione, già mezzo scompigliato; a poco a poco furon tutti lassù e sparirono fra gli alberi. La collina e la valle rimasero deserte e silenziose; non si sentiva che l'eco del cannone lontano. Però, a guardar bene, mi pareva che qua e là tra il granturco si movesse qualcosa; tratto tratto travedo un luccichìo, come di canne di fucili; osservato meglio, sospettai che fossero soldati rimasti indietro, che scappavano. Nel punto ch'io mi movevo per andare a vedere, sentii dalla parte del bosco prima il rumore di poche fucilate, poi un rumore più fitto, poi uno strepito vivissimo di colpi. - Ci siamo! dissi; si sono incontrati. - Ma di lì a poco mi parve che il rumore, invece d'allontanarsi, come speravo, s'avvicinasse: tesi l'orecchio, si avvicinava davvero; alzai gli occhi, e vidi comparire in cima alla collina alcuni soldati, che correvano, e poi altri e altri ancora, il battaglione intero, affollato e disordinato, senza il maggiore. Il sangue mi diede un tuffo così forte che credetti di mancare; poi mi prese un freddo che m'agghiacciò, e guardai instupidito. Il battaglione scendeva la china di corsa, urlando e sparpagliandosi, buttando via zaini e berretti, che pareva gli si fosse scatenato alle spalle l'inferno. Qualcuno si fermava di tanto in tanto e si voltava indietro a sparare; i più venivan giù a precipizio col capo basso e le braccia aperte, inciampando, cadendo, rialzandosi per precipitarsi di nuovo, come forsennati; altri, feriti, barcollavano qua e là, o si rotolavano per le terre, gettando acute grida. Molti ufficiali e sergenti, ed anco soldati semplici, a quando a quando si fermavano, cercavano di trattenere gli altri, e gridavano: - Fermi! Non è nulla! Fronte al nemico! Fuoco! Non sono che un battaglione come noi! - Inutile; la fuga era irresistibile da tutte le parti. Quelli che avrebbero voluto resistere si picchiavano la fronte, si mordevano le mani, minacciavano, si scambiavano, come si poteva in quella confusione, ordini, consigli, cenni; finchè riuscirono a riunirsi in un drappello di cinquanta o sessanta. Allora presero la china di traverso, e correndo disperatamente, arrivarono tutti insieme dinanzi a un ponte che cavalcava il rio nella valle, prima che ci arrivasse il grosso dei fuggiaschi. Là si schierarono a traverso la strada, soldati e ufficiali alla rinfusa, stretti, in atteggiamento di difesa, risoluti a impedire il passaggio. Dopo pochi momenti arrivò la turba dei soldati, pallidi, senza fiato, col viso travolto, la più parte a capo scoperto, senz'armi. Arrivarono e si videro dinanzi quella schiera, tutta irta di sciabole, baionette, pistole; titubarono un istante, poi, mossi dal terrore che gl'incalzava alle spalle, gridarono tutti insieme: - Largo! - Fronte al nemico! - rispose dall'altra parte una voce risoluta. Piovvero in quel punto, dall'alto della collina, le prime palle nemiche; allora quello sciame di miserabili di scagliò sul piccolo gruppo dei valorosi; partirono alcuni colpi dalle due parti, caddero dei feriti; ne seguì un parapiglia senza nome. Gli ufficiali e i soldati fermi, afferravano gli altri per le braccia e pel collo, li scrollavano, li voltavano indietro a forza; quelli si divincolavano; si buttavano in terra, scivolavano a destra, a sinistra, fra le siepi, pei solchi, col ventre a terra. Era una lotta a urtoni, a pugni, a piattonate. Da un lato si sentiva gridare con voce rabbiosa: - Largo! - Dall'altro un grido terribile: - Vigliacchi! - Qualche voce supplicava: - Salvate l'onore! Coraggio, figliuoli! Siamo ancora in tempo! - Fu tutto invano; i fuggiaschi, colla forza del numero e l'impeto della paura, ruppero quella barriera di petti intrepidi e si precipitarono al di là del ponte, lasciando solo il piccolo drappello a far fronte al nemico che già era a mezzo della china. Rifiniti dalla corsa, si ricoverarono in una casa poco lontana, dove c'erano già dei feriti; io sopraggiunsi in quel punto. Arrivarono poi i pochi ufficiali e soldati che aveano fatto un'ultima resistenza e lasciati sul terreno parecchi morti; appena arrivati tentarono disporre gli altri a difesa; vano tentativo anche questo: quella gente non aveva più goccia di sangue nelle vene, nè sentimento di vergogna, nè aspetto umano. Si sparpagliarono per le scale, s'arrampicarono sui tetti, si rifugiarono nelle cantine, serrando a furia porte e finestre; ci riuscì a stento a far trasportare in una stanza tre quattro dei feriti più gravi, uno col viso fatto in due dalla sciabola d'un ufficiale, gli altri feriti di palla nella schiena. Stavo prestando loro le prime cure, quando a un tratto scoppiò un fracasso più forte, uno sbatter più furioso di porte e correr di qua e di là, urlando a squarciagola. Era una compagnia di nemici, sbucata non si sa di dove, che s'avvicinava di corsa alla fattoria. Si sarebbe potuto resistere; non si sentirono che poche fucilate, i più precipitarono nel cortile per arrendersi. Entrarono infuriando i nemici, i nostri soldati buttarono i fucili in terra, gridando: - Prigionieri! Pace! - Quelli, non potendo credere a tanta codardia, sospettando un inganno, gli si scagliarono addosso lo stesso, e cominciarono a picchiarli coi calci dei fucili. Alcuni di quei vigliacchi si buttarono in ginocchio; uno, che fu poi riconosciuto, implorò la pietà d'un ufficiale nemico, dicendogli: - Io sono per voi! - E allora giù quel berretto! - gli rispose l'ufficiale, dandogli un ceffone che gli buttò il berretto in terra. Altri si presentarono ad altri ufficiali dicendo: - Noi non ci siamo battuti. - Qualche bell'esempio si vide: due ufficiali si fecero uccidere, uno ferire mortalmente, alcuni soldati opposero una resistenza accanita nell'interno della casa. Finalmente si arresero tutti, e quando i prigionieri ed io fra questi sfilammo dinanzi alla compagnia nemica, il capitano, avvicinatosi ad uno dei nostri ufficiali, gli disse in cattivo italiano, con un accento di compassione che mi suonerà nell'orecchio finchè io viva: - Signor ufficiale, lasciatevelo dire, voi vi siete battuto bene, e tra i vostri soldati ce n'è dei bravi, ma ci sono anche dei gran poltroni! - L'ufficiale diventò pallido, tremò per tutta la persona come preso dalla febbre e poi, voltandosi verso un gruppo dei soldati che s'erano portati peggio, urlò con una voce lunga e selvaggia che ci fece compassione ed orrore: - Ah!... infami!"

La signora si coperse il viso colle mani.

"S'eran portati da vigliacchi, furono trattati da vigliacchi. I nemici li misero due a due, con una fila di cavalleggieri per parte, e avanti, a traverso i campi, a passo dei cavalli, e chi si lamentava, sciabolate sulla schiena, il cavallo addosso, e improperii. Il drappello entrò sul far della notte nella città di ***, in che stato, se lo figuri. Ebbene, nelle vie di quella povera città, che era pur nostra, in mezzo a quei poveri cittadini che già sapevano come fosse finita la battaglia, e venivano incontro ai prigionieri col cuore straziato e gli occhi rossi di pianto; in quelle vie, questi miserabili commisero l'ultima, la più vergognosa e la più laida delle loro viltà. Ridotti com'erano, in mano dei vincitori, spossati, laceri, col viso livido dalle percosse, col marchio dell'infamia sopra la fronte, questi svergognati... cantarono!"

La madre e i ragazzi fecero un segno d'orrore.

"Cantarono!" proseguì il dottore; "forse per la gioia d'essersi liberati dai pericoli avvenire della guerra, forse per far vedere che a loro importava poco d'essere stati battuti, fors'anche per amicarsi i nemici. I nemici sorridevano di disprezzo, i cittadini si voltavano indietro indignati, gli ufficiali prigionieri si coprivano il viso. Un d'essi, non potendo più reggere, si presentò al comandante la scorta e lo pregò, in nome della fratellanza di tutti gli eserciti, che li facesse tacere lui. Tutto, - gli disse, - noi siamo disposti a sopportare, fuorchè questo strazio; se non volete liberarcene voi, dateci almeno le nostre sciabole, che si possa sfracellar la testa a qualcuno. - Il comandante ordinò ai suoi soldati che imponessero silenzio; venne giù una tempesta di piattonate, e i prigionieri tacquero. Quella sera fummo divisi, ed io non li vidi più. Ma a me, agli ufficiali, ai pochi soldati che si batterono, rimasero nella mente le fisonomie e i nomi dei più vigliacchi; ci accordammo per riferire ogni cosa appena tornati al reggimento, e far dare un esempio solenne; si tenne la parola; dieci furono già fucilati; ne restano altri due, che vedrete; noi abbiamo fatto il nostro dovere, non ho avuto mai la coscienza più tranquilla."

La signora appoggiò la testa sopra una mano e mormorò quasi macchinalmente, cogli occhi fissi: "Ma è la morte... dottore!"

"Sempre così!" esclamò questi balzando in piedi con impeto e cominciando a passeggiare per la stanza; "siamo sempre gli stessi! Finchè si tratta di dire: - combattere per la patria, avanti, coraggio morire, - sta bene; ma quando poi si tratta di restare al proprio posto per morire davvero, allora pare che non ci abbia da essere obbligato se non chi ha il coraggio naturale di starci; per gli altri è un affare di temperamento; chi non può, pazienza, non siamo tutti eroi. Così, fin che si tratta di scagliarsi contro i vigliacchi in prosa e in poesia, gridando all'infamia, alle anime abbiette, alla patria disonorata, con tutte l'altre parole, tutti ci stanno; quando poi ve ne conducono dinanzi uno, allora patria, valore, onore, bandiera son tutte bolle di sapone che si sciolgono, e non resta che il sentimento dell'umanità. Signora! voi non vedete che un uomo che deve morire, solo, là in mezzo a un campo, con una croce in mano e gli occhi rivolti al cielo; e vivaddio! ho viscere d'uomo io pure, e quello spettacolo fa male anche a me. Ma non è a codesto moribondo che voi dovete fermarvi col pensiero; voi dovete vedere codest'uomo stesso nascosto in un fosso o dietro una siepe, col viso a terra, tremante, mentre cento passi più innanzi vi sono i suoi compagni che offrono il petto alle palle, e invece di slanciarsi innanzi e di vincere, debbono star fermi e morire, perchè i vili hanno diradato le file. Dovete immaginarvi codest'uomo quando dice: - I miei compagni saranno uccisi, non importa; la mia bandiera sarà vituperata, non importa; io sono un vigliacco, non importa; mi sputeranno in viso, non importa; ma vivo! - dovete immaginarvelo così, per sentire che codest'uomo deve sparire dal mondo, che lo fareste sparir voi colle vostre mani, che la sua vita è un insulto ai morti. Per carità, signora! Questa pietà è fatale! Dietro a ogni vigliacco rimasto in piedi, c'è un mucchio di valorosi sacrificati. Credetelo; bisogna essere inesorabili; dobbiamo far capire a questa gente senz'anima e senza cuore, che sopra un campo di battaglia c'è qualcosa di più prezioso a conservare che queste quattr'ossa che ci fanno commettere tante bassezze; bisogna farle capire che quando la patria ha bisogno di sangue, dobbiamo darglielo, e che chi non lo vuol versar sul campo, in mezzo agli altri, lo dovrà versare solo, in una piazza d'armi, inevitabilmente; bisogna tagliare la parte fradicia, signora! Siamo ancora in tempo; guai se ci trema la mano; a una nuova occasione saremmo schiacciati e svergognati per sempre! Dio non voglia...."

Qui s'interruppe, stette un po' silenzioso, guardò l'orologio e soggiunse a bassa voce, con grandissima calma: "Ditemi piuttosto, signora, che questo non è il momento di proferire parole d'ira e di disprezzo; è meglio tacere e pensare."

La signora si sentì correre un brivido per l'ossa.

I due ragazzi si slanciarono verso la finestra.

"No! Qui subito! Non voglio...." gridò con accento imperioso la madre, balzando in piedi.

Il dottore la trattenne e la fece risedere. I ragazzi si fermarono; tutti tacevano; si sentiva in lontananza un rumore confuso.

Il dottore prese i due ragazzi per mano e li condusse alla finestra, e tutti e tre cominciarono a guardare attentamente verso la campagna. Il dottore parlava a voce bassa e accennava qualcosa di fuori; i ragazzi, col braccio teso, accompagnavano i suoi movimenti.

"Eccoli," disse sotto voce il più grande.

Si sentiva un brulichìo più distinto.

Il più piccino mormorò, facendosi pallido: "Non si reggono quasi in piedi! "

"Dottore!" esclamò la madre con accento supplichevole senza ardire di moversi dall'angolo della stanza dove si trovava.

Dopo qualche istante di silenzio e d'immobilità, i due ragazzi, con un solo movimento improvviso e rapido, si voltarono indietro inorriditi e appoggiarono il viso sulle spalle del dottore.

Avevan fatto sedere i due soldati sull'orlo di un fosso; nel chinarsi, uno di essi era caduto.

"Dottore!" disse ancora una volta la signora con una voce appena intelligibile.

Il dottore posò le mani sul capo dei due ragazzi, e facendoli voltare a forza il viso verso la campagna, li tenne tutte e due così, immobili, colla fronte alta, pallidi, dicendo severamente:

"Guardate!"

Per un minuto, in quella stanza, non si sentì un alito; a un tratto la signora cadde in ginocchio colle mani giunte.

Un momento dopo si sentì una scarica fragorosa.

La signora mandò un grido altissimo, si slanciò sui figliuoli, li strinse al petto con impeto disperato, e coprendoli di baci e di lagrime, proruppe in una voce mista di pietà, d'angoscia, di terrore e d'amore:

"Oh promettete a vostra madre che sarete valorosi.... sempre!"

L'INAUGURAZIONE DELLA GALLERIA DELLE ALPI.

Lettere.

Torino, 16 settembre 1871.

Torno da un giro per la città: che movimento! che vita! Sono parecchi anni che Torino non vede una folla simile e una simile allegrezza. La stazione della strada ferrata è circondata da migliaia di persone; via Roma, via di Po, via Doragrossa, i portici, i viali sono un formicolaio. A ogni passo s'incontra un deputato, un senatore, un giornalista. Quanti antichi amici rivede Torino! La concorrenza dei forestieri è tale fin d'oggi, che negli alberghi difficilmente si trova posto. Ogni treno che arriva, versa sulla piazza Carlo Felice centinaia di persone. Ed è uno solo l'argomento dei discorsi di tanta gente: il traforo delle Alpi. E anche a non volerne parlare, non si può; a ogni passo c'è qualcosa che lo rammenta. Le case sono tappezzate di proclami del Sindaco, della Società delle strade ferrate, delle Società operaie. Le vetrine dei librai non hanno che vedute delle Alpi, ritratti degl'ingegneri, disegni di macchine. Si vendono piccole perforatrici, gallerie di cartone, tappeti ricamati che rappresentano il convoglio della strada ferrata sul punto di entrare nell'apertura del monte, paesaggi, carte topografiche, guide. Il popolo è animato di vero entusiasmo. Nessuna grande festa nazionale è mai stata così ben compresa e sentita nel suo vero senso, e in tutto il suo valore, come questa dell'inaugurazione della galleria. C'è più che dell'allegrezza sui volti, c'è un raggio d'orgoglio italiano!

L'illuminazione sotto i portici è splendidissima: migliaia di fiammelle, riflesse da migliaia di cristalli e di specchi, danno a tutto quel tratto che si estende da via Roma al caffè Londra, l'aspetto d'una sola lunghissima sala parata a festa. In ogni parte ferve il lavoro per le feste di domani.

è notte avanzata; dalla mia stanza sento ancora il grido lontano dei venditori di giornali: - Il traforo delle Alpi! - e penso che fra molti secoli, quando dell'èra nostra non si serberà più che una pallida memoria, quel grido si ripeterà ancora con un palpito d'ammirazione riconoscente.

Torino, 17 settembre.

Questa mattina, gl'invitati alla festa d'inaugurazione della galleria, partirono da Torino con tre treni successivi: il primo alle sei, il secondo alle sette, il terzo alle otto. Una folla numerosa assisteva alla partenza.

V'erano fra gli invitati quattro ministri italiani, i presidenti del Senato e della Camera, i sindaci di Torino, di Roma, di Milano, di Venezia, di Bologna, di Firenze, di Napoli, un gran numero di senatori, di deputati, di generali, di pubblicisti; e molte signore splendidamente vestite. Gli uomini erano tutti in abito nero.

Il viaggio parve breve, benchè ognuno fosse impaziente d'arrivare. Da Torino a Bardonecchia è tutto un seguito di vedute stupende, che preparano gradatamente l'animo alla grande emozione del passaggio delle Alpi. Prima le ridenti colline che circondano la pianura torinese, e lontano il Monviso e il Monte Rosa, e le mille cime dei monti minori; poi le ultime colline di Rivoli, e via via fino a Bussoleno, sempre monti altissimi, valli profonde, gole, villaggi, torrenti; e ogni cosa bella di una bellezza severa che sembra quasi una espressione di rispetto alla sovranità delle Alpi imminenti. Da Bussoleno, la strada ferrata si volge verso il colle di Fréjus, nel cui seno è scavata la galleria. Da questo punto, per arrivare a Chaumont, si attraversa un lungo tratto di paese svariato e difficile, nel quale la strada percorre gallerie, valica torrenti, passa per trincee profonde aperte nella roccia, s'appoggia a sostegni enormi di pietra: sale, discende, serpeggia. Poco prima d'arrivare a Chaumont s'entra in uno spazio di terreno ubertoso, popolato d'alberi fruttiferi e coperto di grandi vigneti. Dopo Chaumont, da capo monti, meglio, nodi di monti, intricati ed aspri, e nuove gallerie, e nuovi ponti; e a destra e a sinistra oscuri burroni, grandi boschi di pini, rupi scoscese, cascate altissime d'acqua, il forte d'Exilles, il forte di Serre-la-Garde, la stretta di Serre-de-la-Vo?te; e finalmente la valle si allarga e la strada segue le falde della montagna fino alla grande galleria. Si passa dinanzi a Salberstrand e a Oulx, si entra nella valle di Bardonecchia, si valica il torrente, si attraversano ancora due gallerie, si vede il colle di Fréjus....

Ecco la bocca della galleria.

Appena quella buia apertura si presenta allo sguardo, un senso quasi di terrore stringe il cuore. Si pensa involontariamente all'enorme mole granitica che s'innalza al di sopra, e sembra che, sdegnosa dell'ingiuria fatta alla sua selvaggia maestà secolare, ci si voglia precipitar sul capo, e stritolar con noi il nostro orgoglio. Ma penetrato appena il convoglio nella vasta galleria, appena gettato lo sguardo sui muri di pietra e sulla volta robusta che sembra curvarsi fieramente per sostener il pondo enorme delle Alpi, appena visti i lumi e sentito che si respira liberamente e si corre con impeto facile e sicuro, il cuore si queta, la mente si espande in una maestosa idea di grandezza e di forza, e l'anima abbraccia tutto, con un palpito di meraviglia e di gratitudine, questo portento eterno del genio e del lavoro.

Quanti pensieri, quanti sensi nuovi e profondi ci assalgono confusamente in quel punto! Dodici anni di lavoro! Noi vi passiamo, finalmente, su questo terreno bagnato di tanti sudori! è questo il luogo dove per tanti anni gli uomini insigni che condussero a fine la grande impresa, studiarono, lavorarono, lottarono, ora oppressi da un dubbio doloroso, ora rianimati da una speranza possente, ora felici di una certezza lungamente sospirata! Si sentono in quel cupo strepito precipitoso del treno mille rumori che parlano all'anima: i colpi fitti, fulminei, rabbiosi della perforatrice che divora la roccia, il sibilo confuso delle cento ruote, lo scoppio tonante delle mine, la tempesta delle scheggie sulle pareti, sulle macchine, sugli assiti, il comando dei soprastanti, le grida, le risa degli operai, il suono vario e continuo dell'opera, l'eco di tutta quella vita sotterranea che si agitò per tanti anni nei vergini recessi del monte senza sorriso di sole, senz'alito d'aria salubre, senza altro spettacolo che sè stessa e la rupe, solitaria, misteriosa, solenne! E quante vittime nella lotta! E come le loro immagini si presentano alla mente nell'atto di dire: - Io pure lavorai e soffersi! Ricordate me pure! - Sono operai macilenti e pallidi che hanno speso gli anni più belli della vita nel laborioso cammino attraverso delle Alpi; sono vecchi che hanno perduto la luce degli occhi; sono giovani a cui le macchine e le mine hanno portato via le braccia e spezzata la testa! E in mezzo a questa folla d'invalidi, di mutilati e di morti che par che risollevino il capo per domandarvi la loro parte di affetto e di gloria, si alza la figura bella e venerabile del Sommeiller, a cui splende ancora negli occhi la gioia dell'ultimo colpo lanciato dalla perforatrice nel vuoto, al grido di: - Viva la Francia e viva l'Italia! -

E il treno va e va, e cresce nell'animo nostro, a misura che si procede, la commozione, e la fantasia lavora, lavora. Ora ci pare che non s'abbia più a uscire di là sotto; ci pare d'esserci sprofondati nelle viscere della terra e di precipitare verso una mèta arcana; ora pare che il treno, a un tratto, ritorni furiosamente addietro, come impaurito dall'ignoto verso cui si slanciava; ora si trema di giungere troppo presto all'uscita, e si vorrebbe che quel momento indugiasse ancora, per prolungare il sentimento di meraviglia fantastica che ci agita il cuore e la mente; ora ci piglia come una smania di aria, di luce, un desiderio impaziente dell'azzurro del cielo e del verde della campagna; ora si rimane come attoniti e smemorati, e ci vien fatto quasi di domandare a noi stessi: - Ove siamo? - Siamo già in Francia? - Siamo ancora in Italia? - Un tale guarda l'orologio ed esclama: - Siamo in Francia! - I cuori danno un balzo, gli occhi si cercano, le mani si stringono. - Siamo in Francia! - si ripete. è un senso di gioia inesprimibile; pare che in quel momento le due nazioni si siano strette e baciate, ed abbiano gridato insieme: - Abbiamo vinto! - Ma che! Già la luce del gas impallidisce! Si sente un soffio d'aria vivida e pura! Le pareti biancheggiano! Il vapore getta un lungo grido di trionfo! Ecco i monti! Il Sole! La Francia!

è un momento sublime.

Modane è subito lì sotto, e la strada ferrata ci arriva con una gran curva, che si percorre in pochi minuti.

Si discese alla stazione di Modane, dove si aspettò circa tre quarti d'ora prima di risalire sul convoglio per ritornare in Italia. Erano là, ad attendere, il ministro francese Le Franc, vari altri personaggi francesi, l'ambasciatore Nigra, i rappresentanti del governo svizzero. Parve ad alcuni che l'accoglienza fatta dai Francesi ai ministri italiani sia stata assai fredda. Ma forse quello che parve freddezza era invece un sentimento di mestizia che non poteva esser dissimulato da cittadini d'una nazione sventurata, in presenza dei rappresentanti di un'altra nazione, in cui la gioia del grande avvenimento non era turbata da alcuna memoria dolorosa.

Si risalì nel convoglio, e si tornò a Bardonecchia, dove stavano aspettando gli invitati della seconda e della terza partenza.

Accanto alla strada ferrata, a sinistra dell'apertura della galleria, è stato costrutto un monte, alto circa una trentina di metri, di forma rettangolare, sul quale si stende uno spazio piano di trecento metri di lunghezza e settanta di larghezza, poco più poco meno. Questo monte è composto interamente colla terra, coi sassi e colle altre materie estratte dal colle di Fréjus. Sovra il piano era stato innalzato un grandioso padiglione, ornato delle bandiere italiane e francesi, e sotto il padiglione erano state poste le mense: due lunghissime tavole parallele. Alle due pomeridiane tutti i convitati presero posto a propria scelta, ed ebbe principio il pranzo, che si protrasse fin quasi alle cinque, accompagnato da musiche ed evviva del popolo accorso in folla da tutte le terre circonvicine.

I convitati potevano essere un milleduecento.

La postura del monte in cui erano piantate le mense, il pittoresco paese che si stendeva all'intorno, la vista delle Alpi sovrastanti, quei mille convitati, quelle bandiere incrociate, quelle grida del popolo, quelle musiche, infine l'assieme di quello spettacolo era una cosa che meravigliava e esaltava.

S'alzò pel primo il ministro Visconti-Venosta; disse dei vantaggi che deriveranno ai due popoli dall'apertura delle Alpi, e terminò con un brindisi alla prosperità della Francia.

Parlò dopo di lui il ministro francese Le Franc. Il suo discorso era atteso da tutti con grande desiderio, e fu ascoltato con profondo silenzio. Disse della grandezza dell'opera, e accennò il vario merito di coloro che vi presero parte: Cavour, Paleocapa, Menabrea, Sismonda, Sommeiller, Grandis, Grattoni, Médail. Ricordò il re Carlo Alberto con parole affettuose e riverenti. Terminò esprimendo la sua profonda fede nella stabilità della pace e dell'amicizia tra Francia ed Italia. La sua voce era commossa, e il suo viso improntato dell'affetto che versava nel discorso; era il ministro della Francia, accusata di sensi ostili all'Italia, e parlava di fratellanza e di unione.... Uno scoppio di applausi e di grida altissime seguì le sue parole.

Il ministro De Vincenzi fece un brindisi a tutti coloro che cooperarono alla grande impresa.

Il Ceresole, rappresentante della Svizzera, parlò del traforo delle Alpi e del taglio dell'Istmo di Suez, le due più gigantesche e gloriose opere moderne della razza latina.

Il ministro Sella, rammentò il Sommeiller, parlò della nuova impresa del traforo del Gottardo, e del commercio avvenire tra la Francia e l'Italia.

L'ingegnere Lesseps propinò all'alleanza politica dei due paesi; e il Rorà all'incremento della loro prosperità commerciale.

L'Amilhau, direttore della Società delle strade ferrate dell'Alta Italia, presentò in nome della Società, medaglie d'oro ai governi d'Italia e di Francia, all'ingegnere Grattoni, al Grandis, alla memoria del Sommeiller.

Il Grattoni ringraziò tutti gl'Italiani e gli stranieri che prestarono l'opera loro al compimento dell'impresa, e ricordò con nobili e commoventi parole il suo illustre compagno Sommeiller, sventuratamente rapito ai vivi prima ch'ei vedesse il giorno che doveva compensare le sue fatiche e glorificare il suo nome.

Una parte dei convitati che rimasero a Bardonecchia durante la traversata della galleria ebbe agio di osservare una macchina perforatrice.

Si prova una strana sensazione alla vista di questa macchina tanto celebrata. Prima di averla veduta, s'inclina a immaginarla di mediocre grandezza: vedendola, pare enorme, ed ha veramente un aspetto imponente. Non ne saprei fare una descrizione: è una macchina complicata, di cui non si può dare un'idea senza scendere a molte particolarità. A un cenno, dato dal capo degli operai, vien data l'aria, le ruote si muovono, l'aria sibila, e la sbarra perforante s'immerge da centottanta a duecento volte in un minuto nella viva pietra, con un impeto prodigioso. Ad ogni colpo, l'aria si stende, e dopo aver dato la sua forza viva si rispande all'intorno con un soffio vigoroso. L'apparecchio produce uno strepito assordante; e questo strepito, e la rapidità del moto, e la rabbia, direi quasi, dei colpi, tutto il complesso, insomma, dello strumento e dell'azione ha qualche cosa di terribile; dà una scossa ai nervi ed al sangue, come se in qualche modo si partecipasse noi pure a quell'immane sforzo; il vigore, l'impeto della macchina diventa per un istante nostro; una parte di noi pare che si muova, si divincoli e frema in mezzo ai robusti ordigni del meraviglioso apparato. Gli operai spiano nel volto dei circostanti l'espressione della meraviglia, e guardano la macchina con occhio altero, e vi si appoggiano su con un atto di famigliarità rispettosa, come sopra una bella e superba fiera domata; e forse, in quel momento, molti degli uomini illustri che li contemplano, si senton piccini accanto a loro.

Verso le sette si ripartì per Torino.

Come nell'andare, così nel tornare, si vide a tutte le stazioni della strada ferrata una gran folla che sventolava bandiere e salutava il treno con fragorosi applausi.

Si arrivò a Torino poco dopo le otto. La stazione era illuminata con fuochi di bengala. Il grande atrio, dalla parte di via Nizza, era tutto fregiato di bandiere e di fiori. Le bande musicali suonavano. Le Società operaie ricevettero gli invitati con altissimi evviva, a cui fece eco una moltitudine immensa accalcata in piazza Carlo Felice. La grande facciata della stazione, presentava l'aspetto d'una parete continua di fuoco, a cui reggeva con fatica lo sguardo. Nel mezzo dell'arco centrale si vedeva un grandissimo quadro rappresentante l'Italia e la Francia, due figure gigantesche che si porgono la mano ai piedi delle Alpi. Il Corso del Re, illuminato a grandi archi successivi dalla piazza della stazione fino al Ponte di Ferro, con un apparato, all'imboccatura tra via Lagrange e via Nizza, rappresentante la facciata del Fréjus a Bardonecchia, offeriva l'immagine della galleria. Il giardino della piazza era anch'esso rischiarato da infiniti lumicini nascosti fra l'erba, lungo i sentieri, intorno al laghetto, da cui si alzava con altissimo zampillo la fontana. Era illuminata via Roma, piazza San Carlo, piazza Castello. Tutti gli archi dei portici che girano intorno a questa piazza, tutti gli spigoli dei pilastri, tutti i rilievi delle case scintillavano di fiammelle. Via di Po presentava un aspetto meraviglioso. Di due in due pilastri, a destra e a sinistra, si alzava un sottile tubo a gas, terminante in tre rami fiammeggianti, a forma di giglio. Più in alto pendeva una lunghissima fila di stelle luminose dal capo della strada fino a piazza Vittorio Emanuele. La folla era immensa; l'ordine, fino all'ora in cui scrivo, perfetto.

Così si chiuse questa giornata memorabile.

E ho bisogno di ripetere ancora io quelle parole che ho sentito dir tante volte dall'alba di questa mattina a quest'ora: - La barriera delle Alpi è caduta! - E pareva un disegno insensato! Paure di roccie ribelli ad ogni forza umana, timori di segrete scaturigini d'acqua, previsioni di calori eccessivi e di scarsezza di aria, incertezze, dubbi, sconforti, tutto è svanito; non è più che un ricordo, e un ricordo che par già molto lontano! Le due grandi imprese, il traforo delle Alpi e l'unificazione d'Italia, insieme iniziate e per lo spazio di dieci anni condotte insieme, si sono compiute a pochi giorni di distanza. L'esercito italiano entrava in Roma il 20 settembre del 1870, e il 25 dicembre dell'anno stesso scoppiava l'ultima mina nella galleria del colle di Fréjus! Quasi nel tempo istesso, l'Italia porgeva una mano alla sua antica madre e l'altra alla sua antica alleata; da un lato ella gridava: - Libertà! - dall'altro: - Pace! - E sarà veramente un tacito patto di pace fra i due popoli questa grandiosa vittoria comune, che oggi s'è celebrata; essi non si scambieranno per la nuova via che parole di fratellanza e utili commerci e disegni di nuove opere gloriose; non si comunicheranno che ciò che innalza, ingrandisce e purifica!

CERTE LETTERE.

Qualche anno fa, un giovanotto di vent'anni che scriveva articoli di letteratura amena e n'aveva lode e incoraggiamenti, ricevette una lettera senza nome (mi pare da Bergamo, dov'egli era vissuto parecchi mesi), nella quale, fra gli altri complimenti dello stesso genere, gli si faceva questo, ch'era la chiusa: ?Invece d'imbrattare le colonne del giornale con quelle sciocche tiritère a cui ella ha posto nome di etc., farebbe meglio a pubblicare qualche pagina di storia, che darebbe anche una miglior idea di noi agli stranieri.?

Non è mutata una sillaba. Quel tale serba ancora la lettera, e la serberà sempre, non per il valore ch'ella possa avere in sè stessa, ma perchè gli ricorda una delle più forti impressioni della sua età giovanile. Chi la scrisse - se mai gli cadranno sott'occhio queste pagine - ne riderà; e chi la ricevette - se si dovessero un giorno incontrare - ne riderebbe con lui; l'uno è stato un po' troppo duro, l'altro un po' troppo sensitivo, ecco tutto; in fondo fu una scioccheria. Ma l'impressione, ripeto, fu tanto forte, che il povero imbrattatore di colonne non l'ha più dimenticata.

La lettera gli arrivò una mattina nel punto ch'egli si disponeva a scrivere una delle sue solite tiritère. L'aperse, la lesse e la buttò in un canto. A un tratto un suo collega che lavorava allo stesso tavolino gli disse: - Ti senti male? - Egli si provò a sorridere; ma fu un sorriso così sforzato e sfuggevole, che l'amico gli ridomandò con una certa inquietudine: - Hai ricevuto qualche cattiva notizia? - Egli era diventato pallido come un moribondo.

Quante volte abbia riletto poi quella malaugurata lettera, se lo dicesse, non lo crederebbe nessuno. A momenti s'accostava alla stufa per bruciarla, e la rimetteva in tasca; poi voleva riderne, e rideva forte infatti, ma il riso non andava giù, ed egli si rifaceva più serio di prima. Ora diceva: - è uno stupido, un invidioso, un codardo, - e chiamava a raccolta tutte le belle ragioni di Massimo D'Azeglio, per persuadersi che delle lettere anonime non bisogna darsi pensiero. Ora, sconfortato e umiliato, diceva: - Ha ragione, sono un imbrattacarte, non riescirò mai a nulla, non scriverò mai più. - E di fatto, per parecchi mesi, dall'aprile del 1867 fino al gennaio dell'anno seguente, il povero scrittorello, sempre coll'amaro in cuore di quella lettera, non iscrisse una riga; non già per dispetto, timore, o pigrizia; ma veramente perchè s'era convinto che la letteratura non fosse fatto suo. E tanto se n'era convinto, che non di rado, a ricordargli quelle poche coserelle che aveva rabescato altre volte, arrossiva.

Forse non avrebbe scritto mai più (tanto è vero che il più lieve accidente può aver effetto alle volte sull'intera vita) se uno scrittore da lui venerato ed amato fin dall'infanzia, uno di quegli uomini, come diceva il Giusti, che per vederli bisogna guardare in su, e ai quali non pare possibile che si sia mai potuto dire o scrivere, da nessuno e per nessuna cagione, una parola dura e irriverente; se quest'uomo, dico, senza volerlo, senza saperlo, ricordando, come suole, casi e persone di molti anni addietro, non l'avesse fortificato per sempre contro le lettere di quella natura, con un esempio meraviglioso della vanità e della impudenza umana.

Ma ho da scriverlo quest'esempio?

Sono in dubbio, porche da un lato mi trattiene il timore di peccare d'indelicatezza pubblicando cose dette da quell'uomo in un colloquio privato; tanto più che so che gli spiace, e che dall'indiscrezione di altri ebbe già in parecchie occasioni dei sopraccapi. E dall'altro lato, la certezza di giovare con quell'esempio a qualcuno, specialmente ai giovani che scrivono con grande ardore e si scoraggiano con grande facilità, mi stimola a propalarlo.... E farò così: non dirò il nome della persona, per riparare in parte all'indiscrezione.

Il giovane della lettera, dunque, ebbe la fortuna di parlare con quell'uomo uno degli ultimi giorni dell'anno 1867. Non lo vedeva allora per la prima volta; ma entrò nullameno in casa sua con viva trepidazione, come segue a tutti, vecchi o giovani, illustri od oscuri, che si presentino a lui. Nel momento in cui egli entrò, il grande scrittore s'accostava al camminetto con due pezzi di legna in mano; il giovane salutandolo rispettosamente, glieli tolse di mano e si chinò per metterli sul fuoco. Ma siccome il metter bene due pezzi di legna sul fuoco, quando ce n'è già un mucchio che minaccia di scomporsi e di spandersi, non è un'impresa facile, specialmente per chi sia un po' confuso dalla presenza d'un uomo illustre, e tanto più se debba far quel lavoro sotto i suoi occhi, così il povero giovane gingillò un pezzo colle mani, provò e riprovò, si scottò le dita, s'insudiciò di cenere, e finì col lasciar cadere i due pezzi di legna a caso, in modo che tutti gli altri si ruppero sotto il colpo, ne uscì un nuvolo di scintille, la brace si sparpagliò sul pavimento e il fuoco si spense. Egli si rialzò col viso rosso come una ciliegia, facendo un atto che voleva dire: - Perdoni! - e un altro che significava: - Sono un tanghero! - e Dio sa se in quel punto non si sarebbe andato a rimpiattare per la vergogna! Ma il venerando vecchio fece un sorriso così allegro, così benevolo, in cui si leggeva così chiaramente ch'egli aveva capito la cagione prima di quel sottosopra, - la commozione prodotta dalla sua presenza, - che il giovane si rincorò a un tratto, sorrise alla sua volta, e dato di piglio alle molle riaccomodò ogni cosa in un batter d'occhio. Ma quel sorriso, ripeto, era stato così caro, aveva espresso così ingenuamente l'anima buona e gentile di quell'uomo, aveva rivelato così appieno il suo finissimo acume d'osservatore, che il giovane, d'allora in poi, l'ha sempre avuto dinanzi agli occhi come l'espressione abituale della sua fisonomia; e ogni volta che ci pensa riprova un senso di dolcezza vivissima, e benedice quei due pezzi di legna, quel suo imbarazzo, quel suo rossore, e n'è assai più lieto che se avesse riportato il difficile trionfo d'una grande e repentina fiammata.

O dove divago?

Vengo all'esempio.... Ma prima un'altra cosa. Quante curiosità vi assalgono nella stanza di un grande scrittore, specialmente se sapete ch'egli ha un'opera manoscritta in pronto per la stampa, finita, corretta, e che quest'opera è lì sopra un tavolino accanto a voi, un mucchio di fogli, tutti in un carattere nitido e grande, da poterne leggere qualche parola di sfuggita! E quanto più viva è la vostra curiosità quando sappiate che quest'opera è il frutto degli studi e delle meditazioni di trent'anni, che fu cominciata e proseguita in segreto fino a due o tre anni addietro, che forse non sarà pubblicata che dopo la morte (lontana, Dio voglia) dell'autore, e che tratta una delle più feconde e solenni quistioni della storia moderna! E poi la curiosità di vedere sullo scrittoio di quell'uomo quali sono i libri ch'egli legge usualmente, quali, tra questi, i più logori, e le pagine piegate, e le postille sul margine; e di tutti i libricciatoli della giornata quali sono penetrati sin là; e fra le innumerevoli lettere che gli si scrivono, quali quelle ch'egli ha messo in disparte per la risposta, e di chi! Che folla di curiosità! Ebbene, a un dato momento, lui uscì dalla stanza, e il giovane rimase qualche minuto solo! Sulle prime stette immobile, guardava intorno titubante, tremava. Poi si slanciò al tavolino, e cominciò a leggere in fretta e in furia il manoscritto, ansando e guardando all'uscio a ogni parola; avrebbe voluto divorarlo in un istante, scolpirselo nella memoria, portarselo via tutto; e leggeva sempre più a precipizio, e le parole e le righe, gli tremolavano e gli si confondevano allo sguardo come i tratti d'un volto riflesso dall'acqua agitata; e la mente non afferrava nulla, e cresceva la smania, e incalzava la paura.... Dio eterno! L'illustre ospite apparve sull'uscio prima che quel disgraziato giovane si allontanasse dal tavolino! Questa volta diventò pallido e abbassò il capo senza fiatare. Ma rialzando gli occhi poco dopo con grande ansietà, ebbe un palpito di gioia infantile: l'ospite illustre sorrideva, ed era daccapo quel sorriso allegro, benevolo, fine, che diceva: - Ho capito, ho capito, leggi pure.

Oh benedetta la curiosità!

Ma l'esempio?

Ora ci vengo.... Ancora una parola. Lui - l'innominato - era uscito dalla stanza per andare a prendere un libro, che, appena tornato, posò sul tavolino, sotto gli occhi del giovane, dicendo: - Se lo tenga. - Era un grosso libro, la più celebrata delle sue opere, ornata di molte incisioni che il giovane non aveva mai viste. Questi cominciò a guardare le prime pagine, e l'impressione che gli fecero quei disegni, rappresentanti personaggi, luoghi e fatti famigliari e carissimi a lui fin dalle prime letture della fanciullezza, fu così schietta e viva, che ad ogni voltar di pagina, prorompeva in esclamazioni e voci di sorpresa e di contentezza, come al rivedere amici antichi, ridendo, battendo la mano sulla tavola, sobbalzando sulla seggiola, dimenticando affatto che c'era là presente quell'uomo. - Oh guarda chi vedo! - esclamava - Così proprio me l'immaginavo! - E quest'altro! - Ti riconosco! - Oh! eccolo qui quel tale! - Oh bello! la casa, la chiesa, il sagrato.... - A un tratto si ricordò di lui che era presente, tacque, si vergognò di quella vivacità smodata, e pensando d'aver fatto la figura d'un ragazzaccio senza garbo nè grazia, e che forse il viso del suo ospite glielo avrebbe fatto capire con quell'espressione incerta tra la stizza e la pietà che si assume in simili casi, alzò gli occhi timidamente.... Un altro sorriso! Un sorriso più amorevole e più caro del primo! Un sorriso che rifletteva tutta la compiacenza segreta del giovane lettore, un sorriso che ringraziava e animava, e diceva: - Capisco, capisco, ridi pure.

Ma l'esempio!

Eccomi. Si venne a parlare della smania che hanno certuni di aver lettere dagli uomini di grido, dell'insistenza con cui le domandano, dell'abuso che ne fanno poi quando le ottengono, menandone vanto, non già come di favore ottenuto a furia d'istanze, e accordato per puro debito di cortesia, ma come omaggio particolare e spontaneo reso a loro, senza che essi se l'aspettassero, senza che ci avessero mai neanco pensato. Il giovane diceva appunto d'aver visto una lettera d'un tale al poeta R., colla quale, senza una ragione al mondo, lo pregava per quello che aveva di più caro e di più sacro a scrivergli, a mandargli almeno una carta di visita con qualche riga, una parola, il suo nome, quello che volesse, purchè scritto da lui. Il poeta tocco da così calda preghiera, gli mandò una sua carta di visita con un verso qualunque. Due o tre giorni dopo, codesto tale entrava frettolosamente in un caffè e avvicinandosi a un crocchio di giovanotti dell'età sua, studenti e professori, esclamava con grand'enfasi: - Io cado dalle nuvole! Sapete che cosa ho ricevuto stamani? ecc. - La verità fu scoperta in seguito e se ne fece un gran chiasso: quel tale aveva fatto passare il poeta come un suo ammiratore; il poeta lo seppe, andò in bestia, e non scrisse più un rigo ad anima viva.

Quest'aneddoto fece sorridere il grande scrittore, e gli richiamò alla memoria parecchi casi somiglianti, seguiti a lui, e ch'egli forse aveva dimenticati da un pezzo.

L'esempio?

Ci si verrà a poco a poco. "Una volta," egli disse "ricevetti una lettera d'un tale che mi pregava di esprimergli il mio parere su certi suoi versi. Io non risposi perchè... se si avesse da rispondere sempre, bisognerebbe non aver da far altro, e se si risponde a uno, bisogna rispondere a tutti. Dopo un certo tempo ricevetti un'altra lettera in cui quello stesso signore diceva che non sapeva capire perchè non rispondessi, e fra le altre frasi scriveva questa: - Disprezzo? non crederei. - E poi: - Mancanza di tempo? nemmeno. E via così una serie di supposizioni, e a ciascuna supposizione la sua buona ragione per provare che non si poteva ammettere. - Dunque perchè? - La lettera era abbastanza strana per dispensare anche la seconda volta dal rispondere, e non risposi. Ricevetti finalmente una terza lettera di poche righe, in cui mi si ricordava che - fra le altre virtù cristiane ve n'è una che si chiama l'Umiltà." -

Qui il venerando uomo guardò il giovane sorridendo, quasi con aria di dimandargli: - Le pare? - E il giovane, rimasto un istante a bocca aperta, domandò alla sua volta con un movimento d'indignazione: "Ma è possibile?"

"Un'altra lettera," proseguì il vecchio illustre sorridendo piacevolmente.... "e questa non aveva nome, ed era molto più dura. Mi pare di ricordarmela testualmente." - "Ho letto," diceva questo tale, "tutte le vostre opere, e mi sono molto seccato, perchè voi lavorate per la bottega, e tutti coloro che lavorano per la bottega, sono portati da quelli della bottega. Io vi auguro una lunga vita, non per il piacere di vedervi vivo, ma perchè hanno da tornare per voi e pei vostri pari i tempi della ghigliottina, e mi preme che arriviate in tempo a vederli."

Il giovane diede un balzo sulla seggiola e guardò lui col viso dipinto di stupore, di dolore e di sdegno.

"E un'altra ancora;" riprese a dire lo scrittore col suo consueto sorriso e con una voce che si faceva più benevola e più allegra a misura che s'inaspriva il senso del linguaggio ch'ei riferiva; "una lettera d'un uomo che occupava una carica abbastanza importante (e la disse) mi mandò un suo manoscritto chiedendo consiglio. Era un lungo manoscritto, e non ebbi il tempo di leggerlo subito. Egli me lo ridomandò poco tempo dopo con una lettera asciutta, ed io glielo restituii. Allora mi scrisse una terza lettera in questi termini." Stette un minuto pensando, e riprese: "Signore! Se voi non volevate leggere il mio lavoro dovevate scrivermi che non potevate; ma non cavarvela col modo villano di non rispondere. Conosco altri letterati in *** i quali, senz'essere poeti e romanzieri, non sono da meno di voi, e m'hanno risposto. Si dice che voi avete l'uso di non rispondere perchè vi spiace che altri possegga i vostri autografi. Ebbene, non abbiate timore per questo: io vi assicuro che se mi scriverete, farò del vostro scritto un siffatto uso che tolga a chiunque lo abbia poi nelle mani, la volontà di conservarlo. Finisco raccomandandovi due autori di cui avete molto bisogno: Monsignor Della Casa e Melchiorre Gioia."

Parrà incredibile, ma è vero! Queste lettere furono scritte, con queste parole, a quell'uomo, da persone che coltivavano le lettere, e che forse, nei loro libri e nei loro discorsi, allora e poi, si facevano un merito di lodarlo, di onorarlo, di levarlo a cielo, per carpire almeno quel cencino di gloria che si concede facilmente a chi celebra i grandi che ammiriamo ed amiamo, comunque li celebri, almeno in ricompensa del buon volere! Queste lettere furono scritte a lui, grande, semplice, buono; a lui, il nostro amico più intimo, il nostro maestro più caro, la nostra gloria più pura! A lui, che quando siamo tristi e scorati, andremmo a picchiare alla sua porta come poveri, per pregarlo che ci metta la mano sul capo e ci dica: - Figliuoli!

Del resto, per tornare sulla terra, non è a dirsi che effetto abbiano fatto sul nostro giovane quelle lettere; come si sia vergognato della sua vanità, del suo orgoglio, della sua pochezza d'animo, ricordando quella ricevuta da lui, e le conseguenze che gli aveva portate; come abbia pensato e sentito che quando a un uomo pari a quello che gli stava dinanzi, si erano scritte delle lettere di quella fatta, a lui si avrebbe quasi avuto il diritto di scrivergliene delle peggio, e di pretendere che se ne tenesse; come in fine si sia proposto di ricominciare a studiare, a scrivere, a lavorare, a fare quello che poteva, senza badare a lettere con nome o senza nome, da qualunque parte venissero, qualunque cosa dicessero, dal consigliare il Della Casa ad augurare la mannaia, con tutte le sfumature intermedie.

Ah! s'io fossi pittore come vorrei ritrarre il viso di quell'uomo mentre diceva di quelle lettere! Qualche volta corrugava la fronte e socchiudeva gli occhi, come per imitare il cipiglio che dovevano fare gli autori scrivendo; a momenti non si ricordava più della frase, la cercava, e trovatala, sorrideva per la compiacenza di non averla dimenticata dopo tanti anni; di tratto in tratto rinforzava l'accento col gesto, come fanno i ragazzi quando si lamentano, che dicono: - E tu mi hai fatto questo, e questo, e questo! - con una ingenuità, con una serenità, con una bonomia, che se non fosse stata una domanda sciocca e villana gli si sarebbe detto! - Mi faccia la grazia di dirmene dell'altre! -

Il giovane, uscendo da quella casa, come segue a tutti, col cuore un po' stretto, e in special modo lui, che sapeva di non poterci ritornar prima d'un'altr'anno, ripeteva tra sè: - E tu avevi avuto una stoccata al cuore da quella lettera! T'avevano ferito nell'amor proprio! Non credevi possibile che ci fosse un uomo al mondo a cui dovessi parere uno sciocco! Eri deluso, sfiduciato, prostrato! Specchiati lì, e vergognati, pusillo!

Fu una lezione salutare.

E come dicevo, mi pare che non sia inutile neanche per gli altri. Ma per carità, chi ha indovinato il nome, zitto! è il babbo di tutti, ma anche col babbo ci vuol discrezione.

IL CIRCOLO FILOLOGICO DI TORINO.

Lettera.

Torino, 11 ottobre 1871.

Ho pensato più volte che in Firenze si dovrebbe istituire un Circolo filologico come quello di Torino.

Poche sere fa, passando per via dei Mercanti, fui invitato a visitar le sale del Circolo da un mio amico, che fu tra i primi a promuoverne l'istituzione. Entrai di mala voglia; ma subito mi rallegrai di esser entrato. Quel luogo mi ha fatto un'impressione curiosa. Così alla prima, se non avessi saputo dov'ero, mi sarei trovato imbarazzato a indovinarlo. Non vi si vede, e non vi si sente quel non so che di tutti i luoghi dove si studia, quel raccoglimento, quella tetraggine quasi, che contrasta spiacevolmente alla vivacità del curioso che vi entra per la prima volta, come se gli dicesse: - O zitto, o fuori. - è un luogo allegro e signorile, che presenta a volta a volta l'aspetto di una sala da ballo, di una biblioteca, di un ufficio di giornale, di un casino. Vi sono delle stanzine geniali, dipinte a colori vivi e svariati, con quadri, specchi e tende ampie che strascicano; qua e là, sulle pareti, iscrizioni circondate di rami di alloro; sopra una porta: Primo corso d'inglese; sur un'altra: Secondo corso di tedesco; sur una terza: Primo corso di spagnuolo, e via via; in una sala una bella biblioteca; in un'altra una gran tavola coperta di giornali; in una terza una fila di poltrone, disposte in giro come per sedervi a consiglio; poi un grazioso caffè, un vasto terrazzo, finestre spaziose, aria, fiori, lumi. Oh! qui si deve studiare colla fronte spianata e col sorriso sulle labbra! Sia lodato il cielo... ed il Circolo, che mi riconcilia colle grammatiche e coi vocabolari!

"Veda" mi diceva il mio amico, congedando due custodi che ci avevano accompagnato fino allora con assai più garbo che gli uscieri dei Ministeri; "qui, pagando cinque lire al mese, uno studente, un impiegato, un commerciante possono venir a prendere tre lezioni la settimana di francese, di tedesco, d'arabo, d'inglese, di spagnuolo, d'ungherese, di greco moderno, di russo; possono servirsi dei libri della biblioteca; possono venir la sera, d'inverno, a leggere giornali accanto al fuoco, a lavorare, a parlar la lingua che studiano; in una parola, possono passare il tempo con piacere, con utilità e con risparmio dal primo all'ultimo giorno del mese, non spendendo più di quel che ci vuole per andar due volte all'opera o dieci volte al caffè."

Domandai chi fossero i professori.

"I professori" mi rispose, "sono i più distinti della città; basta dire che vi è il Müller, il Gras, il Segalla, il Giuliani, il De Bender, dodici in tutti. Si sono profferti a gara, rinunciando anche a quel più di guadagno che ricaverebbero dall'insegnare in altri istituti; fanno il loro dovere con amore, intervengono nelle sale di conversazione, si occupano di tutti gli allievi."

"E chi paga?"

"Pagano i soci; sono quasi cinquecento; le poche lire mensili date da ciascuno bastano a far le spese di ogni cosa; gli allievi sono numerosissimi e appartengono a tutte le classi della società: negozianti, impiegati, avvocati, ingegneri, medici, ufficiali, preti, studenti; le scuole riboccano di scolari; v'è chi studia due lingue insieme, chi persino tre, tutte sono studiate, anco l'arabo; vi sono delle famiglie intiere che vengono: padre, figliuoli, figliuole."

"Anche le figliuole?"

"Certo: vi è una sezione femminile separata; le allieve sono quasi duecento; parecchie sono delle prime famiglie di Torino. Quest'anno, si fece l'inaugurazione solenne; il corso è diretto da una signora; i professori sono aiutati da tre signorine incaricate ciascuna dell'insegnamento di una lingua; le lezioni per gli uomini si danno la sera, quelle per le donne lungo la giornata; e le donne studiano con più ardore, con più costanza e più successo degli uomini."

"E a pagare tanti maestri, e un quartiere così vasto, e una illuminazione così splendida, bastano le cinque lire dei soci?"

"Ce n'è d'avanzo; l'entrata supera l'uscita. Oltre a questo, vi sono dei proventi straordinari. Il municipio, quando vide che l'istituzione portava buoni frutti, le accordò un sussidio; gliene accordò un altro il Ministero dell'istruzione pubblica; un terzo la Camera d'agricoltura e commercio; s'incassano oltre a ventimila lire l'anno. V'è un consiglio d'amministrazione, un presidente, un vice-presidente, un segretario, un cassiere, un economo, un esattore, un bibliotecario, un censore, un consigliere, e tutti fanno il loro dovere e nessuno è pagato."

"Ma bene!"

"E abbiamo anche le nostre piccole glorie. Il Circolo ebbe una medaglia dal Congresso pedagogico del 1869; ebbe incoraggiamenti e consigli dal Baruffi, dal Peyron, dal Flecchia, dal Vallauri; in una città del Belgio, Verviers, s'istituì un Circolo come questo, e il presidente scrisse qui ringraziando dell'esempio che gli si era dato; venne a Torino la deputazione spagnuola per l'offerta della Corona al principe Amedeo, e parecchi dei suoi più cospicui personaggi si recarono a visitare il Circolo, assistettero alla lezione di spagnuolo, conversarono cogli allievi, recitarono versi, promisero e mandarono poi dalla Spagna libri e giornali, e s'adoperarono a far sorgere là un'istituzione simile alla nostra. Infine, il Governo pensa al modo d'introdurre nel Circolo l'insegnamento della filologia comparata, perchè ha veduto che qui si studia e si lavora di proposito, e l'istituzione è fondata sopra una base che vale più di tutti i sussidi e di tutti i favori: - la buona volontà e il buon accordo di tutti."

Domandai chi avesse avuto la prima idea dell'istituzione.

"Un giovanotto di 24 anni" mi rispose l'amico; "un semplice applicato alla cancelleria civile del Tribunale di Torino, un certo Luigi Salesse."

Salesse! - io ripetei tra me. - Ecco uno di quei nomi che chi ha occasione di scrivere per la stampa deve raccogliere e pubblicare, per debito di cittadino e di scrittore, come farebbe del nome dell'inventore d'una buona macchina o dell'autore d'un buon libro; che certo egli non ha fatto un'opera meno utile, nè durato una fatica minore. Chi ci s'è provato, in queste cose, lo può dire. Egli si sarà levato una mattina con quell'idea in capo, venutagli forse in sogno, chi sa? se ne sarà subito acceso, e senza pensare a difficoltà, senza dubitare della riuscita, si sarà detto allegramente: all'opera! E lo stesso giorno avrà cominciato a parlarne cogli amici, a sollecitare, a progettare, a scrivere... Ma ohimè! Qualcheduno lo avrà deriso, altri avrà fatto spalluccie, altri non gli avrà dato che delle buone parole; non sarà mancato forse chi dietro le spalle l'accusasse di vanità, di secondi fini, di raggiro; ed egli si sarà scoraggito e sarà tornato a casa col cuore pieno di melanconia. Ma la mattina dopo, affacciandosi alla finestra della sua cameretta, e sentendosi soffiare nel viso l'aria vigorosa di Torino, si sarà riconfortato, avrà sperato di nuovo, avrà deciso di ritentare la prova: s'ha tanta forza a 24 anni! E poi bisogna tener alta la bandiera della volontà piemontese! E allora daccapo a cercare, a proporre, a discutere, a pregare, finchè sarà riuscito a raccogliere una dozzina d'amici concordi, e li avrà radunati in casa sua... Appunto, le prime riunioni furon fatte in una stanzina al quarto piano in via Roma, al lume d'una candela; non ci sarà stato fuoco, di certo; ma che importa del buio e del freddo a un giovane di 24 anni, che ha una idea luminosa nel capo e una passione ardente nel cuore? Ora, in queste sale, ci sono stufe e lampade e tappeti: questo gli premeva, ci riuscì, non voleva nulla per sè, non è nemmeno membro del Consiglio, ha ottenuto il suo scopo, è contento.[3] -

"Sicuramente," dissi poi al mio amico, "io sarò allievo del Circolo filologico; fa' conto come se fossi già iscritto, voglio tornar a sedere su quei banchi." E apersi la porta di una delle scuole. "Non so quale affetto melanconico mi ci spinga. Sento come un bisogno di rinfrescarmi l'anima in codesto lavorìo di quaderni, di temi, di appunti, che ho smesso ieri, si può dire, e che mi par già tanto lontano, che mi spavento a pensarci. Deve parere di tornare un po' addietro a sedersi là. Ci voglio tornare, e studiare, e fare i miei lavori con impegno e tirarmi gli sguardi compiacenti del maestro. E quando il maestro ripeta qualcosa ch'io abbia già inteso, far delle figure sulle copertine dei libri, stuzzicare il vicino, o pensare che la domenica non c'è scuola e che mi potrò divertire. E quando finisca la lezione, esser uno dei primi a saltar fuori e a fare strepito giù per le scale e a mescolarmi allegramente a quella svariata scolaresca di giovanotti, di uomini maturi, di negozianti, di dottori. Oh mi piace, sento che mi farà bene, e scommetto che fa bene a tutti. Vi sono due cose che è utile guardare di tanto in tanto, e pensarci su, che dicono sempre qualcosa di nuovo e di buono, un bel cielo stellato e una stanza con una cattedra e tre o quattro file di banchi."

Diedi poi un'occhiata alle iscrizioni, e lessi un proverbio arabo che dice: ?Ciascuna lingua vale un uomo.?

Un detto del Baretti: ?Il progresso cresce gigante là dove si ciba di giornali esteri; dove no, resta nano.?

Uno del Napione: ?Le traduzioni producono presso a poco lo stesso effetto che i viaggi per l'ingegno.?

Uno di Carlo Quinto: ?Un hombre que conozca cinco lenguas es igual à cinco hombres.?

E avanti, in ogni stanza, in ogni andito, sopra ogni porta c'è una sentenza o un consiglio o un eccitamento allo studio.

Sopra un tavolino, accanto alla porta d'uscita, trovai un regolamento e gli diedi una scorsa. Vi sono delle buonissime cose; i fondatori del Circolo hanno veramente saputo ricavare dall'istituzione tutti i vantaggi che poteva dare. Per esempio, sul finire di ogni corso si apre un esame per chi lo vuole, e a coloro che lo superano vien data una patente di conoscenza pratica della lingua, della quale il municipio e le amministrazioni private tengon conto fra gli altri titoli prodotti per ottenere un impiego. Ogni anno sono ammessi gratuitamente al Circolo dieci giovani sprovveduti di mezzi propri per frequentare le scuole private. V'è un ispettorato per ogni lingua, composto di due soci nominati dal Consiglio, che sopraintendono alla esatta osservanza dei programmi e dei regolamenti. Ogni professore è obbligato a stendere una relazione bimestrale intorno all'andamento della sua scuola. Ogni socio può fare qualunque proposta gli paia opportuna, scrivendola sopra un registro che è nella sala di lettura, e la direzione è tenuta a rispondergli nello spazio di tre giorni. è permessa una rivendita di bibite e di gelati accanto alla sala di conversazione per rinfrescare un po' le labbra novizie alla pronuncia faticosa delle dure frasi tedesche. Ah! lo dimenticavo: è proibito severamente a qualunque allievo di passare per la via dei Mercanti e di alzare gli occhi alle finestre mentre sono in iscuola le ragazze.....

Oh peccato! Io non avrei mica la pretensione d'andarmi a cacciare fra le scolare e il professore; io rinuncierei anche a guardare per il buco della serratura i bei visi, e le ricche capigliature, e le file dei piedini che spuntano sotto i banchi; prometterei anche di non aspirare, come dice il Musset, il profumo dei vestiti delle signore, che egli afferma che si sente, e che è un profumo misterioso: no. Io confesso il mio debole, volerei alla porta della scuola di spagnuolo, starei coll'orecchio allo spiraglio, vorrei afferrare qualcuna almeno di quelle parole larghe, maestose e sonore, in cui pare che l'anima di chi parla si espanda e si riposi, con una sorta di compiacenza altera; qualcuna di quelle altre gentili e carezzevoli, che ci ricordano tanto le nostre, che ci toccano dentro subito come le nostre, che rispondono quasi a un suono che avevamo già nella mente prima d'intenderle, che ci paiono veramente parole della nostra cara lingua dimenticate, voci nostre ripetute da un'eco che ce le alteri, saluti di gente amica che per lunga dimora in paesi stranieri abbia frammisto ad altri gli accenti di un linguaggio che c'era comune..... bizzarrie. Almeno il verbo querer vorrei sentire, farlo ripetere, l'indicativo presente, prima persona, col te, più piano, così.... Ma non si potrà, e pazienza! Ci basterà il pensare la sera che lungo il giorno, in quelle scuole risonanti delle nostre rozze voci virili, si sono intese delle voci argentine e soavi, e moduleremo il nostro accento sull'onda sonora che ci tremerà nella mente desiderosa. E lo dicevo che a riveder dei banchi di scuola si ritorna un po' addietro! Vedete che arcadicherie!

Mi cadde ancora sott'occhio, prima di uscire, un quadro statistico che dà la divisione degli allievi secondo le lingue. è notevole che la inglese, la quale ebbe il numero maggiore di studenti nel primo anno, ne perdette nel secondo e nel terzo una gran parte, che si dedicarono al tedesco: centoquarantotto furono i frequentatori di quest'ultima scuola nell'anno 1871. Il francese è sempre al di sotto dell'inglese e del tedesco; quest'anno poi, dopo la guerra (è facile che ne sia stata questa la cagione) perdette la metà circa degli inscritti, i quali di 254 che erano nel secondo anno, si ridussero ultimamente a 127. Per lo spagnuolo vi fu sulle prime un vero entusiasmo; la sola sezione femminile diede più di quaranta scolare. La elezione del principe Amedeo a re di Spagna, l'arrivo della deputazione, la visita fatta da quei personaggi al Circolo, furono la cagione della voga in cui venne improvvisamente quella lingua; ed anco un po' la sua altrettanto diffusa, quanto mal fondata reputazione di facilità. Ma quel primo entusiasmo sbollì presto, e lo spagnuolo non conta più che ventidue iscritti. Otto ne ha il portoghese, sei l'arabo, l'ungherese quattro.

è pure a notarsi la divisione degli allievi secondo le professioni. Per me un fatto che prova la reale utilità di questa istituzione è che la classe più largamente rappresentata nella scolaresca è quella dei negozianti. Si potrebbe dubitare infatti, che una parte degli studenti, degli ufficiali, dei possidenti vadano là per ozio per curiosità; ma non i negozianti, giovani i più che sono occupati l'intero giorno, e sacrificano le poche ore di svago e di riposo che potrebbero goder la sera. Nel secondo anno, oltre al gran numero di negozianti e di studenti, vi furono 67 impiegati, 44 avvocati, 38 militari, 34 ingegneri, 18 procuratori, 15 medici, 2 ecclesiastici, ed altri molti di professioni diverse. L'età media degli iscritti è dai venti ai trent'anni. Pochissimi quelli che superano i quaranta.

E mi parve con questo di saperne abbastanza per scrivere una lettera intorno al Circolo, ed uscii. Ed uscendo ripetevo tra me quello che ho scritto di sopra: - Mi pare che in Firenze si dovrebbe istituire un Circolo filologico come quello di Torino.

Ci ripensai, e mi confermai nell'opinione che nessuna città meglio che Firenze potrebbe dar vita e incremento a un'istituzione di questa fatta; Firenze dove il grande concorso di stranieri d'ogni paese è stimolo, occasione e mezzo ad un tempo d'imparar lingue; Firenze che ha da essere di nuovo la città quieta e serena degli studi, e che agli studi appunto dovrà rivolgere una parte dell'attività nuova che la vita di città capitale le sviluppò nel seno; Firenze infine, - e questo ve lo dico nell'orecchio, - dove si può con minor rimorso che altrove consacrarsi allo studio d'una lingua qualunque che non sia l'italiana.

Se poi in un Circolo filologico di Firenze si instituisse l'insegnamento della lingua italiana, io credo che il concorso degli stranieri della classe artistica, industriale e operaia, sarebbe considerevole, (che tre lezioni d'italiano la settimana per cinque lire al mese farebbero comodo a tutti); e il concorso di questi stranieri riuscirebbe di grande agevolamento per gl'Italiani che studiassero le lingue loro. Questo agevolamento in Torino non c'è, o non può esserci che in misura assai scarsa; e se pure si ricava già tanto utile da questa istituzione, che non se ne potrebbe ricavare in Firenze?

Io conobbi costì uno studente del liceo, un giovanetto di diciassett'anni, pieno d'ingegno e d'energia, il quale, pure coltivando con grande zelo i suoi studi scolastici, s'era dato alla lingua inglese e alla tedesca con tanto ardore, che passava le notti sulle grammatiche e sui vocabolari come le avrebbe passate al ballo o al teatro. Ma studiar da sè non gli bastava, e d'altra parte egli era troppo corto a quattrini per dare un venti trenta lire al mese a un maestro. Come fare? A furia di pensarci, trovò il mezzo di supplire o bene o male alle lezioni, almeno per imparare la pronuncia. La sera, finito appena di desinare, correva nella chiesa dei protestanti, si cacciava nel coro, e mentre i suoi vicini tedeschi o inglesi cantavano le loro preghiere, egli se ne stava là tutto raccolto e intento ad afferrare ed imprimersi nella memoria quei suoni, quegli accenti, quelle cadenze; poi cominciò a cantare anche lui; poi, uscendo, prese a fermarsi accanto a qualche crocchio, a dir qualche parola, ad appiccare un po' di discorso; insomma tirò innanzi così per parecchi mesi ed imparò qualche cosa. - Ma è lunga! - esclamava sovente; - è lunga e dura! Povero giovane, quanto sarebbe stato felice se un giorno gli avessero detto: - Puoi risparmiarti tutti questi sacrifizi, si sta per aprire una scuola così e così, avrai modo di studiare quante lingue vuoi, con tutto comodo, e con cinque lire al mese! - Io pensai a codesto giovane girando per le sale del Circolo di Torino, e avrei voluto averlo un momento con me, per vedere il suo viso usualmente atteggiato ad una serietà e ad una tristezza precoce, rasserenarsi e sorridere, come quando gli vien fatto di cogliere alla prima il senso d'un intricato periodo tedesco. Torna a Firenze - io gli avrei detto; - e fa' istituire il Circolo tu stesso; qui l'ha fatto un impiegato di ventiquattr'anni; tu fa' vedere che ci può riuscire anche uno studente di diciassette. E chi sa che se gli cadranno sott'occhio queste linee non gliene venga l'idea?

LE "IMMAGINI BIANCHE."

A MA E GA E.

Quando ho studiato una gran parte della giornata, mi piace passar la sera in una stanzina modesta, con pochi visini ridenti, intorno a una tavola su cui tra i libri e le carte si veggano panierini da lavoro e telai da ricamo e forbici e refe e mani in moto. E che il lume batta bene su quei visi, per vedere se è gente che sente quello che dice.

Io m'immagino che in questo crocchio vi siano due signorine dai quindici ai diciassette anni, sorelle, simpatiche, nelle quali un'educazione prudente e sagace sia riuscita a mantenere il difficile accordo dell'ingegno colla modestia, della coltura colla semplicità; ragazze in cui sia stato sciolto il problema dell'istruzione della donna sovra il dato: ?Nè idiota, nè letterata;? ragazze che faccian dire a chi odia ugualmente i due estremi: ?Così basta e sta bene.?

Sediamoci e sentiamo: il caso è raro, e val la pena di badarci.

Si parla di letteratura fin dalle prime parole; non di articoli, di casi, di tempi; ma di libri. E, cosa singolare! è difficile ricordarsi del come si sia entrati in questo discorso. Forse perchè gli autori non si sono afferrati l'un dopo l'altro, levati su di peso e lasciati cadere sulla tavola, dicendo: ?Attenti! Ora si ragiona di costui.? Ma perchè il discorso li chiama e li conduce, ed essi son là prima che si sia pensato a evocarli, saltan su all'improvviso dietro un'idea gentile; vengono, scompaiono, riappariscono, leggeri e rapidi, senza farsi sentire. Non sono ombre, come nelle conversazioni dei pedanti, lunghe e lente; ma bagliori che tremolano un istante, e via. Non c'è tempo a trattenerli perchè si lavora e si ride; s'inchinano e si salutano e si congedano; e così tutto procede sollecito e allegro: le parole, il ricamo, il tempo.

"Che cosa facevano, signorine, prima ch'io venissi?"

Aspettatevi una risposta diversa perchè hanno la giornata diversamente divisa.

"Io ho studiato un canto di Dante."

"Io ho rimendato panni vecchi."

Accennate loro di volo un passo d'un autore, interrogandole collo sguardo per sapere se ne ricordano. L'una guarderà l'altra, starà un po' pensando, e poi, volgendosi verso di voi, con un'aria umile e una voce sommessa, come di chi confessa un peccato, vi dirà:

?Non lo so.?

E l'altra subito: ?Non lo so.?

All'una o all'altra, nel discorrere, si presenterà opportuna la citazione del passo d'un libro, d'una sentenza, d'un verso. Non è mica facile il farla bene. O ci si mette, senz'addarsene, un po' di tono di pretensione; o il timore che altri ce lo senta, questo tono, ci fa esitare e confondere; o il buttar là le parole alla libera può parere una pretensione più accorta. Ma esse, senza tanti rigiri, vi dicono ingenuamente: ?Aspetti!? e volgendo gli occhi in su, cercano di ridursi alla mente la frase esatta; l'una guarda l'altra, s'aiutano, sorridono, e la citazione vien fuori, fresca, modesta e cara, come se fosse uscita alla prima.

Voi esprimete il vostro parere sur un libro che hanno letto, e questo parere sarà uguale al loro. Allora esse acconsentono collo sguardo, col sorriso, coi gesti, con tutta la persona ad ogni vostra parola; si guardano, dicendosi l'una all'altra: ?Ma sì!? e precorrono coll'espressione del viso il vostro discorso; e se vi manca l'ultima parola d'una frase, ve la dicono, è quella; e se v'interrompono con un'osservazione, completano il vostro pensiero; ed esclamano poi ad una voce, con un accento pieno di vigore e di grazia: ?Come è vero!? Ma se di quel libro non avranno lo stesso concetto, non v'aspettate finzioni o silenzi; esse vi diranno con un'aria di rincrescimento sincero: ?Non ci piace;? e si guarderanno di nuovo nell'atto di dirsi: ?Peccato!?

Ah! le avete toccate nel vivo, avete nominato uno dei loro libri prediletti, un amico della loro infanzia, ora lasciate che s'aprano e si sfoghino. Ecco, da un moto della loro fronte s'indovina che quel nome ha destato una folla di ricordi cari e gentili, e ravvivata tutta la gioia delle prime letture. Non sanno come cominciare, ma è impossibile che tacciano. Ebbene, diranno le parole solite: ?Ho provato questo, ho sentito quest'altro, mi pareva, pensavo, l'anima, il cuore, la vita;? ma ve le diranno in modo che vi parranno nuove, come tutte le parole in cui si versa l'affetto nel suo imperioso prorompere. L'una ricorderà concitatamente una scena, l'altra, impaziente, coglierà un'istantanea sospensione della prima, per tagliare il discorso e ricordare la sua; le voci si confonderanno: ?è così, non è così, aspetta, senti;? tratto tratto usciranno in una esclamazione impetuosa e sonora: ?Bello!? e dall'accento, dall'occhio, dai gesti, da tutto quello che in una creatura umana si muove ed esprime, trasparirà la loro anima, bella innocente e buona; finchè all'improvviso taceranno tutt'e due insieme, e chineranno il viso sul lavoro, per rialzarlo dopo un istante soffuso di rossore, e dirvi con un timido sorriso:

- Che furia, eh? -

Fatele ancora parlare, interrogatele, forzatele ad esprimere i loro pensieri e i loro sentimenti più famigliari e più occulti. Voi vedrete che in quelle loro menti limpide, ogni libro letto o discorso udito ha lasciato un'impronta netta e spiccata come una mano nella neve. E vi son pur rimasti i modi e le forme pellegrine delle scritture forbite, onde qualche volta, parlando, vestono in gala, senza addarsene, un pensiero comune e dimesso, e ne riesce un contrasto graziosissimo tra la cosa e la parola; senonchè l'intimo senso, educato alla semplicità e all'armonia, ne le avverte subito, e si ripigliano con una sollecitudine e un turbamento più grazioso ancora del contrasto. E ogni titolo di libro richiama alla loro memoria immagini varie e gradite, un'amica del collegio, una gita in campagna; ed hanno per ogni ricordo una parola che lo colora e lo illumina. E vorrebbero dir tutto in fretta, tutt'e due; ma se il bisogno di aprirsi le spinge, il timore di dir troppo le frena; onde, parlando, s'interrogano, s'interrompono a un tratto, ricominciano; e le parole ora si svolgono lente e peritose; ora si affollano e si espandono con libera foga. Da ultimo libere e continue, e allora i visi si fanno più rosei, la voce prorompe più tremola, le mani stropicciano il ricamo; e segue una vicenda rapidissima di aneddoti, di scherzi, di nomi d'autori, di versi, di vezzi, di rossori, di risa; e voi restate là come un fanciullo sotto una pioggia di fiori, di dolci e di ninnoli, che vorrebbe afferrarli tutti, e non può, e stende e ritira le mani, e poi finisce col giungerle esclamando: - Che piacere!

Così veramente hanno da essere congiunti in una donna la coltura e la grazia, il cuore e l'ingegno! Allora la sua immagine vi resterà nella mente come dovrebbe sempre restarvi, o sia una madre, o un'amante, o un'amica: ella vi resterà splendida e bianca.

Grande è la potenza di queste immagini bianche nella vita dell'uomo!

Io vi pongo innanzi queste due, e vi dico che vi fanno del bene.

Quando voi, che avete il bisogno e l'uso di scrivere, state nella vostra stanza, a tavolino, scrivendo; e tutto ad un tratto, per una cagione ignota, inesplicabile, ma non rara nelle anime giovanili, i libri, l'arte, l'avvenire, ogni cosa impallidisce e s'agghiaccia dinanzi a voi e dentro di voi; e una folla di gente che voi travedevate col desiderio muta ed ansiosa intorno al vostro tavolino, prorompe in una risata sonora; e le pareti della stanza pare che s'accostino e s'abbassino per soffocarvi, e la penna vi scivola di mano, e la testa vi cade sul petto; in quel momento in cui vi sembra di misurare per la prima volta, con un sentimento di mestizia infinita, lo spazio solitario ed oscuro che vi separa dal mondo degli svaghi, degli amori e delle ebbrezze, a cui avete dato un addio, stolti! per gli studi e la gloria; - in quel momento, forse, quelle due immagini bianche vi torneranno dinanzi, e vi domanderanno con un sorriso amorevole: - E noi? - Ah sì! - voi esclamerete allora, ripigliando la penna rasserenati e animosi: - non foss'altro che per voi, io lavoro!

E quando voi, mettendovi a scrivere colla impressione viva di letture, di persone o di spettacoli che abbiano risvegliata ad un tratto la parte meno degna dell'anima vostra, ripeterete a voi stessi quella frase d'uno scrittore che io conosco: - Non voglio imbrattar carta pei bambini o per le femminuccie; - e una folla fantastica di cortigiane, di giocatori, di libertini, di adultere vi verranno intorno coi volti accesi e convulsi, e vi diranno: - Scrivi per gli uomini; noi siamo la vita: ritrai; - e voi, forzando vigliaccamente la vostra natura per non parer semplici e sciocchi, comincierete a ritrarre; - allora vi ricompariranno dinanzi quelle due immagini bianche, e accennando la carta che avrete nascosta arrossendo, vi domanderanno con un viso turbato e severo: - Che scrivi? - Ah no! - voi esclamerete allora lacerando lo scritto: - Mai! non foss'altro che per rispetto vostro, mai!

E quando, scrivendo con un'ispirazione serena ed onesta, vi tremolerà alla mente, or sì or no, un concetto alto e bello, e starete là immobili, intenti, coll'arco dell'intelletto teso, per colpirlo nel punto in cui vi balena; e dopo molto sforzo riuscirete a coglierne un raggio, e vi fallirà il vigore per prolungar la prova, e direte a voi stessi: - Basta, forse c'è già un'evidenza ch'io non ci scorgo, forse il lettore afferrerà il concetto intero alla prima; - (artificiose illusioni di artisti sfibrati) allora, forse, vedrete qualcosa agitarsi sul vostro capo, ed alzando gli occhi vi appariranno le due immagini bianche, su, molto in su, sorridenti e serene, le quali vi accenneranno: - Qui, bisogna salir fin qui, ancora uno sforzo, fino a noi! - E allora voi vi riporrete intorno al vostro concetto, lo afferrerete forse subito, forse lo avrete già afferrato.

Ah, voi, immagini bianche, non credete di poter tanto, voi, innocenti e modeste? E se vi dicessi che v'è qualcuno che, parlando con voi, sente e si rimprovera altamente e amaramente le lacune che ha nel capo; - che, uscendo da casa vostra, rinnova ogni giorno il proposito di mettersi a studiar molto, molte cose, ed in furia, per ridursi presto in grado di rispondere a tutte le vostre domande e soddisfare tutte le vostre curiosità; - che la sera tardi, forse mentre a voi, prese dal sonno, sfugge il libro di mano, egli apre i suoi, ne apre uno, lo smette, ne apre un altro, lo chiude, vorrebbe scorrerli tutti insieme, non lo può, s'inquieta e si rattrista, dicendo: - Dovevo studiar prima, - e si conforta: - Avrò tempo a studiar poi, - e si rallegra: - Mi faranno studiar loro!

Benedette le donne che fanno amare il lavoro!

Voi siete di queste, e avete diritto a un ringraziamento; e più che a un ringraziamento, a un augurio; e io ve lo faccio a mio modo.

Possa esser reso a chi verrà da voi, - e da tutte le immagini bianche come voi, - la serenità e l'ardore del lavoro e l'amore della vita raccolta e pura, che voi ispirate a tutti coloro che vi si avvicinano e v'ascoltano. Se avrete nella vita delle ore vuote o dolorose, vi possano venir dinanzi tutti quelli che da voi hanno attinto forza, ispirazioni gentili, e pace, e dirvi l'uno: - Ho scritto un romanzo, il più nobile personaggio è una donna, leggete, siete voi; - e un altro: - Ho fatto una statua che rappresenta un angelo; venite a vedere; ho colto l'espressione del vostro viso quando dite dei versi che vi fanno piangere; - e un terzo: - Ho scritto un'opera di matematica, ridete pure, non è cosa per voi; ma molte volte, quando mi cadeva la testa dalla stanchezza e dal sonno, mi ricordavo di voi e ripigliavo coraggio; vi porgo il libro per questo. - E... sentite ancora, vi dirò una bizzarria, ma la dico col cuore. Possa venire un giorno in cui ciascuna di voi, madre d'un uomo onesto, operoso ed insigne, stando la sera nella sua stanza a rileggere un libro che gli ricordi il collegio o le sue conversazioni di fanciulla, oda a un tratto nella via un gridìo confuso e un suono di banda; e giunga in quel punto, a passi concitati, un amico che le dica: - è il popolo che acclama vostro figlio! - e questo figlio sia presente, e afferrandovi per un braccio e accennandovi il balcone illuminato dal riflesso di cento fiaccole, le gridi: - Madre! il tuo posto è là!

E chi può affermare che non spunterà un tal giorno per voi? Oh! tremolatemi sempre dinanzi agli occhi, care immagini bianche.

Fine.

NOTE:

1. Stampato in un Album che presentarono i Veneziani al prefetto senatore Torelli.

2. Sono noverate solamente le forze che presero parte alla battaglia.

3. Mentre ristampiamo questo scritto, si dà opera in Firenze all'istituzione d'un Circolo filologico simile a quello di Torino. L'autore ricevette pure, pochi giorni sono, una lettera da Padova, nella quale gli si annunciava che un giovane studente dell'Università, dopo aver letto il suo scritto sul Circolo di Torino, s'era assunto l'impresa di promuovere una uguale istituzione in quella città, ed aveva incontrate numerose adesioni. Crediamo dunque che non sia inutile questa ristampa, se pure non dovesse portare altro frutto che quello d'indurre altri giovani a fare un nobile tentativo.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (luccichìo/luccichío, seguite/seguíte e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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