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   Chapter 13 [Dogali]

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 70037

Updated: 2017-12-04 00:03


Pur troppo è vero!

Il 26 Gennaio Ras Alula ha sorpreso la colonna De Cristoforis, spiccata da Monkullo per soccorrere il maggiore Boretti assediato in Saati, e l'ha distrutta sulle alture di Dogali. Tutti i giornali sono frementi della truce novella: la Camera ha tumultuato, il popolo si è scosso per le piazze all'odore del sangue. è parso come un vento infocato del deserto che passi per la frigida e grigia atmosfera del nostro inverno, sulle nostre coscienze, che dopo le vampe luminose della epopea garibaldina si erano adagiate nel crepuscolo secolare della nostra vita di servitù.

L'impresa d'Africa, se pur merita questo nome, nacque secretamente fra le file diradate del partito, che Cavour aveva con temerità pari alla destrezza condotto alla doppia vittoria sull'Austria e sulla rivoluzione. L'audace statista, che aveva arrischiato la spedizione di Crimea, non sospettò forse, morendo, che i suoi epigoni sarebbero costretti a ritentarne la caricatura sulle coste africane memori ancora del nome romano. Nessuno in paese e alla Camera dubitò sulle prime della cosa: si parlava di una striscia di lido comprata sul Mar Rosso, di una specie di rada, nella quale le future navi del nostro futuro commercio coll'Oriente avrebbero potuto riparare. Di sbarco, di guerra, di conquista neppure una parola; quella sabbia se valeva poco costava anche meno.

Poche capanne vi formavano un villaggio: selvaggi mendichi respinti da guerre interne, o indefinibili mercanti, o avventurieri abbandonati dalle navi di tutto il mondo, vi formavano una popolazione senza fisonomia e senza passato.

Quando si seppe che il Governo vi aveva spedito una brigata di carabinieri, fu per tutto uno scoppio di lazzi; le caricature fioccarono nei giornali, si rideva allegramente di una meschinità che avrebbe dovuto impensierire. Poi vi furono compromessi coll'Egitto, fortilizi abbandonati dalle sue truppe alle nostre: quindi Massaua di villaggio si mutò improvvisamente in capitale senza contrada nè popolo; si discusse di una diga che ne allacciasse l'isoletta al continente, di fortificazioni che dovevano proteggerla da nemici allora insupponibili.

E la gente rideva ancora.

Poscia si aperse l'Esposizione di Torino, mercato delle poche ricchezze dell'arte italiana, nella quale un villaggio medioevale costrutto colle leggi prospettiche di un scenario, col suo castello medioevale in fondo, improvvisato, falso, più meschino di un balocco, più ridicolo ancora dell'idea d'onde era nato, più labile forse dello stesso scopo cui era destinato, fu la sovrana meraviglia e il vanto più orgoglioso. Gli affreschi vi erano dipinti sulla tela, ma i camerieri vi portavano le assise degli antichi servi. Il castello, invece di sorgere sui monti armonizzando con essi la propria architettura, era nascosto nel fondo di una pianura oltre il Po; le case che vi conducevano non avevano che la facciata, ma in compenso nelle loro botteghe imitatamente vetuste artieri moderni abbigliati all'antica vi facevano per la curiosità dei passanti, addottrinati da appositi ciceroni, le stoviglie di un tempo. Era una mascherata nella quale arte e scienza, storia e patria facevano la più umiliante delle figure.

E parve alla stampa che giammai il genio italiano avesse avuto più nobile e meravigliosa fantasia.

A quel castello, nel quale alcuni illustri sedotti da tutte le amabilità della lode, dovevano tenere conferenze sulla vita spirituale e storica del quattrocento, capitarono non meno vilmente e ipocritamente mascherati alcuni indigeni di Massaua, una specie di regina con un paio di guerrieri. Era il Ministero, che imitando per profondi concetti politici la profondità concettosa del Comitato della Esposizione, il quale fabbricava in fondo ad un vicolo di Torino un castello alpigiano nelle proporzioni di un ninnolo per iniziare i borghesi del nostro secolo ai segreti del quattrocento, mandava in giro per le grosse città italiane tutta la dinastia e tutto il popolo della sua nuova compra massauina vestiti come i pagliacci che girano per le fiere nei carrettoni; ma dinastia e popolo non erano ancora abbastanza numerosi per riempirne uno solo.

Allora la gente non rise più, si compiacque. Si cominciò a credere che la costa comprata fosse più che una costa; nelle fantasie si accrebbe il numero degli armati speditivi dal Governo: l'antico orgoglio delle conquiste sopravissuto nella rettorica di tutti i nostri secoli, si levò nuovamente per affermare che il Ministero, malgrado le meschine apparenze da lui date all'impresa d'Africa, fosse composto di grandi uomini intorno ad una grande idea.

Intanto l'Africa aumentava di anno in anno il proprio fascino sulla coscienza italiana. Le sue notizie correvano attraverso quelle del resto del mondo, respingendole, per entrare prime nello spirito di tutti. L'ultimo dei Napoleonidi, fanciullo infelice ed imbecille, era andato a morire, coscritto inglese, all'estremo capo dell'Africa contro una popolazione superba e feroce che l'aveva trucidato. L'immensa epopea del primo impero, depravata in lurido dramma dal secondo imperatore, finiva in un meschino e sanguinoso aneddoto entro un lago d'erba nell'interno dell'Africa. Il primo Napoleone era morto alto sull'Oceano nel cospetto del mondo; l'ultimo soccombeva sotto le zagaglie di pochi selvaggi, perchè cavallerizzo timido ed inesperto non era riuscito ad inforcare la sella del proprio cavallo fuggente.

Poi Gambetta, il Dittatore che colla gloria delle proprie sconfitte aveva riparata l'infamia della resa di Sèdan, ritentava l'esperimento delle armi francesi contro i Crumiri oltre i confini dell'Algeria: la Spagna vegliava sul Marocco, l'Inghilterra stava fisa all'Egitto colla mano fremente sulla corda dei propri cannoni. L'Olanda minacciava di voler risottomettere i suoi Boeri, la Francia risaliva il Senegal, il Belgio con abilità di mercante e sapienza di scienziato si preparava alla conquista del Congo, accodando il proprio re al più intrepido dei viaggiatori del secolo, l'americano Stanley.

Mentre il Governo italiano comprava qualche chilometro di arene lungo il Mar Rosso e menava per le piazze le mascherate de' suoi nuovi cinque sudditi, ogni mattina i giornali italiani levavano l'inno augurale a giovani viaggiatori che partivano per l'Africa. Nessuno prima li conosceva e in un attimo diventavano celebri. Una gloria improvvisa e malinconica circondava il loro nome, un interesse tragico rendeva prontamente noti tutti i particolari della loro spedizione. Nessuno sapeva bene a che cosa intendessero, arrischiando così le loro floride vite, ma ognuno si sentiva lusingato dalla intrepidezza dei loro propositi, sperando non so che da questi viaggi senza ritorno nel cuore dell'Africa rimasto sempre chiuso a tutti gli sforzi della civiltà mondiale. E nullameno non erano nuovi nè l'idea nè il fatto di tali spedizioni. Anche trascurando quelle continue dei missionarii, che hanno tanto arricchito in questo secolo le scienze archeologiche, vi furono audaci in ogni tempo, che malati della nostalgia dell'ignoto esularono verso tutte le contrade inesplorate e vi soccombettero o ne ritornarono senza destare nell'anima della nazione la profonda emozione appresavi dall'addio dei nuovi viaggiatori.

Qualche cosa era dunque avvenuto fra l'anima europea e africana che, riavvicinandole, le predisponeva ad innamorarsi l'una dell'altra. La separazione storica dei continenti già vinta dalle religioni, dai commerci, dalle immigrazioni, dalla scienza aveva dunque cessato coll'apertura del canale di Suez. L'Africa, diventando un'isola, si riuniva all'Europa, giacchè dalle sponde del nuovo canale l'espansione europea si sarebbe allargata, oltre i suoi immensi deserti, fin sopra i suoi favolosi altipiani. Dopo aver tagliato il suo istmo l'Europa risalirebbe i suoi fiumi, e forse fra non molto congiungendo con un altro canale le fonti non troppo discoste dello Zambese e del Congo la spezzerebbe in due grandi isole per irradiarla della propria civiltà da tutto il littorale e dal centro. Un immenso progetto allaga già il deserto di Sahara e convertendolo in mare vi crea sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; le ferrovie cingono fin d'ora tutte le coste africane con un monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può ricusarne più i beneficii.

Ma l'Africa antica, quale appariva alla sbigottita fantasia europea di pochi secoli fa, non è ancora tutta vinta. Il suo clima è una vampa, il suo deserto un infinito, la sua aridità una maledizione: oltre i suoi deserti un baluardo d'inaccesse montagne, sulle quali echeggia il ruggito del leoni, ne fende il centro, che la vecchia geografia chiamava Nigrizia. Che cosa vi era dunque in questo centro? Le fantasie dell'arte e della scienza vi si sbizzarrirono nelle più orribili ipotesi, nei sogni più spaventevoli. La civiltà dell'Egitto non era stata africana ma mediterranea, fecondata dall'acqua, solcata dal Nilo e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, aveva sinistramente atteggiato la sua così spirituale religione. Ora si sa che oltre quei monti vi sono territorii incantevoli, sui quali vive la più feroce razza che forse il sole abbia annerito. Una feudalità selvaggia vi sminuzza l'impero in minime tirannie, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il supremo divertimento: i suoi monumenti sono ancora di teschi, le sue vie segnate da ossa. L'antica favola delle Amazzoni vi è ancora una verità nell'impero del Bahomey, che ha il proprio esercito composto di donne: i sacrifici di Moloch, nausea e spavento dell'antico mondo, vi si celebrano ancora ai funerali dei re, nei quali si trucidano migliaia di mogli e di servi.

L'Africa, che ha avuto una civiltà propria sulle coste oggi ancora efficace nella civiltà mondiale, giacchè senza Tebe ed Alessandria la storia è impossibile; che da molti secoli ospita l'Europa sui proprii lidi ripetendovi in molte città la gloria solitaria di Cartagine; che si è lasciata penetrare dai due massimi sforzi religiosi, cristianesimo e maomettanismo; difesa nel centro da monti e deserti egualmente inaccessibili, vive ancora nella più atroce preistoria. Per essa tutto quanto avvenne nella storia del mondo non è avvenuto: i nomi dei più vasti imperi, degli eroi più sublimi, tutte le glorie di tutti i popoli, tutte le creazioni di tutti i pensieri è come se non siano state. La sua vita è ancora nel suo sole che brucia il sangue e dissecca nell'anima tutti i sentimenti; il suo popolo vive nudo come i suoi deserti e con una coscienza arida del pari. Nascere, uccidere, morire, ecco tutta la sua vita. Cielo e terra non hanno poesia di misteri per lei: Dio è il sole, la terra eterna, che divora quanto produce, la sua religione. La forza è il diritto, il fatto la sola verità. Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato la preistoria africana, che immobile nelle proprie idee rudimentarie si ripete colla disperata monotonia di un vagito e di un rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che è ucciso?

Finchè la storia ignorava la preistoria, questa poteva durare fra le bellezze della natura e l'incendio del sole come uno dei tanti alberi mostruosi del suo clima o delle troppe fiere della sua fauna; ma quando la storia dilatandosi irresistibilmente verrebbe a battere colle proprie onde al suo confine, la preistoria incapace di aprirsi volontariamente, doveva essere sfondata e allagata. Storia e preistoria si batterono ovunque, sempre colla vittoria della prima. Le armi della storia erano infinite; quelle dell'altra solamente due, la freccia che vola e la mazza che schiaccia. La storia è un esercito e la preistoria una massa immobile e tempestosa nel medesimo tempo, senz'altra forza che il suo peso e il suo urto. Mentre quella si avanza per esploratori, poeti della redenzione che si inoltrano alla scoperta dei bruti umani, questi alla repentina presenza dei loro scopritori o li adorano o li scannano: ma dietro al missionario, che sperava convertirli, arrivano l'industria ed il commercio che li sopprimono. Il frate in cerca di anime pel cielo diventa così il segugio del colono, che ha bisogno di uccidere il selvaggio per fecondarne il terreno colla propria civiltà.

L'Europa, che quattro secoli or sono discendeva dalla vecchia caravella di Cristoforo Colombo all'America per costringerla ad entrare nell'orbita storica, decisa a distruggervi quanto il suo contatto non vi potrebbe rinnovare, assedia oggi l'Africa per tutte le coste, sulle quali ha già improvvisato miracolosamente molte città. Ma se una volta all'avanguardia del suo esercito non v'erano che missionarii anelanti a piantare la croce del loro Dio su tutte le terre, oggi la sua conoscenza storica più adulta manda viaggiatori egualmente intrepidi a scoprire nuovi paesi per le storie future.

L'attrazione è universale ed irresistibile. Tutto l'istinto poetico delle nuove generazioni si volge verso nuovi mondi. Mentre la scienza e l'arte ricostruiscono quello antico, la vita aspira ad un mondo futuro: l'Europa centro della storia è piccola agli europei. I popoli, che vi si sono costituiti e vi si stanno esaurendo nei loro periodi, sono spinti a cercare una rinnovazione sopra terre vergini; la preistoria deve cedere alla storia tutte le contrade, nelle quali la natura consenta a ricevere il quadro storico.

Oggi, che sono tracciati tutti i suoi confini e ritratte tutte le sue fisonomie, il mondo è troppo angusto perchè la preistoria possa ancora occuparne tanta parte: rispettarvela, suppunendola uguale alla storia, sarebbe un negare la legittimità dell'origine e dello sviluppo di questa.

L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa. L'antichissima civiltà egiziana non aveva avuto scopo africano, ma cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era una stazione, dalla quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del mondo; l'Egitto vi aveva mirato come l'India, come la Persia, come la Grecia. Roma ritornò dappertutto restituendo nella unità del proprio pensiero il concetto frammentario a lei venuto da ogni parte. Infatti il Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la durata della storia.

Roma distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a provincia romana attirando l'Africa nella storia universale. D'allora, l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il commercio africano fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi mandò crociate, vi si battè coll'Islamismo, e unito con lui penetrò nei deserti. L'Africa ebbe quindi due centri fuori di sè stessa, Roma e la Mecca; il suo Egitto risorse meno africano dell'antico; i suoi imperi litoranei fiorirono guardando oltre il mare all'Europa.

Dopo le antiche barche fenicie le prime flotte che cinsero l'Africa furono italiane: i pennoni di Amalfi e di Pisa, di Genova e di Venezia, di Roma e di Firenze si gonfiarono superbamente ai venti dei deserti. Primi i Veneziani nel secolo XV offersero ad un sultano di tagliare l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di scienza oggi e che senza forse si sarebbe avverato anche allora. Mentre Colombo e Vespucci scendono in America, Cadamosto, veneto, penetra nel Senegal e nella Gambia: la conquista saracena respinta dall'Europa è proseguita in Africa. Ma se l'Islamismo vi si immobilizza, il Cristianesimo vi si inoltra; la civiltà sorpassa il primo, urge il secondo, gli centuplica le forze, gli slarga il programma, gli concretizza l'ideale.

Poi il movimento italico s'arresta, mentre l'Europa prosegue. Inglesi, portoghesi, francesi passano pel solco segnato dagl'italiani; gli ultimi barbareschi sono distrutti, la tratta degli schiavi negata: il segreto del Nilo è rivelato, i viaggiatori s'incrociano nei deserti e si salutano con un grido di trionfo; prima di morire, l'uno affida all'altro le proprie scoperte. L'Africa è vinta, l'Europa ne ha la carta. Conoscere il campo del nemico non è già averlo preso? Napoleone, l'ultimo Cesare dell'Europa, all'indomani della grande rivoluzione francese che dilata la rivoluzione cristiana, discende in Egitto, mostra ai proprii soldati le Piramidi di Sesostri, e alla loro ombra sconfigge gli ultimi soldati dell'Islamismo, che incapace di più espandersi voleva mutarsi in barriera. L'Egitto passa dalla Turchia, ultima forma dell'oriente, all'occidente: l'Asia, che l'aveva difesa per migliaia d'anni, abbandona per sempre l'Africa all'Europa.

Una dinastia macedonica s'improvvisa un trono in Egitto con barbarica imitazione della monarchia napoleonica, ma non vi dura se non il tempo necessario all'Europa per la soluzione del grande problema dell'istmo, tagliato il quale soccombe nella più ignobile delle sconfitte.

Intanto l'Italia, che sta per sorgere, prosegue coll'Egitto l'antico commercio e le sapienti relazioni: Rosellini ne disegna forse le tavole migliori, Belzoni e Caviglia penetrano nelle Piramidi e scoprono le tombe degli antichi re: Servolini, un mio compatriota, succede a Champollion e tenta superarlo nella interpretazione dei geroglifici. Passalaqua riporta a Torino la prima mummia: ieri un altro italiano, l'illustre Maspero, disseppelliva quella del grande Sesostri, il conquistatore centenario, e ne leggeva nelle fascie l'iscrizione al mondo meravigliato. Ad Alessandria e al Cairo la colonia italiana se non la più numerosa è la più importante: oltre l'Egitto altri italiani s'inoltrano. Piaggia, Antinori, Gessi risalgono il Nilo e origliano e stringono le ciglia verso il centro dell'Africa. Ma la gloria di traversarla sarà divisa fra Stanley e Pellegrino Matteucci, il mio eroico e mite compagno di scuola.

Stanley ha raccontato con epica e superba sobrietà il proprio viaggio; Matteucci invece ne è morto a Londra, mentre si disponeva a ritornare trionfante in Italia, forse per scriverlo. Solo con un compagno, quasi senza aiuti, egli, intraprese questa spedizione, per la quale il suo avversario americano non aveva nulla risparmiato. Matteucci non aveva ancora trent'anni. Era stato prima verso la terra dei Gallas e il sole gli aveva annerito il viso, accendendogli così l'anima che in Europa si sentiva straniero.

Il deserto lo attirava, immenso, mobile, biondo, pieno di abbarbagli come il mare, ma senza la sua trasparenza che è un inganno e la sua schiuma che pare una malattia. Il silenzio del mare è un tumulto paragonato a quello del deserto. Mentre il cielo sotto le vampe del sole s'arroventa come il metallo e diviene quasi bianco, il deserto assume tutti i toni dell'oro, liquido e vaporante dove il vento agita lieve le sabbie lontane, unito e caldo nelle distese inerti, opaco nei seni delle ondulazioni, vecchio addirittura entro l'orma stampata dall'ambio del camello o dai salti del leone. Essere solo nel deserto, del quale non si conosce la carta e pel quale forse nessuno è ancora passato, neppure dai selvaggi che errano a' suoi confini! Essere il primo uomo per gli animali, che vi scorrazzano e che ignorano l'uomo come i selvaggi ignorano la civiltà!

Appena si entra nel deserto tutto il mondo della nostra memoria e del nostro sentimento dilegua. In alto mare il vascello, sul quale si naviga, è ancora quel mondo che abbiamo abbandonato: tutte le sue gerarchie, le sue scienze, le sue industrie, le sue miserie, le sue glorie vi si trovano condensate, e quindi più vive e vibranti. Per essere veramente soli in mare bisogna naufragarvi, altrimenti la barca è un compagno. Solamente nel deserto si è soli. Là bisogna camminare, vincere, esaurire l'immensità di quello spazio: si ritorna come al primo giorno della creazione, si procede inermi ed intrepidi: tutto è luce e fiamma, e il pensiero brilla e fiammeggia.

Matteucci, che aveva visto il deserto nel primo viaggio, n'era rimasto fatalmente innamorato.

Ripartì superbo e malinconico.

Qualche cosa forse lo avvertiva che quello era il viaggio della morte. Ne' suoi occhi, che all'abbarbaglio del sole africano avevano acquistato una vivezza per noi strana, passavano dei lampi; la sua fronte era minacciosa, il suo gesto aveva talvolta delle ampiezze, che a noi le nostre città e le nostre campagne egualmente rasserrate non consentono. Ci disse addio con uno squillo nella voce che a me parve un appello. Matteucci era un cristiano dei primi tempi, che aveva potuto traversare con noi l'università senza che la sua fede trepidasse un momento. Forse s'era innamorato del deserto perchè nella sua sfolgorante immensità sentiva meglio Dio.

Il deserto lo ha ucciso.

Un anno intero è durata la lotta del viaggiatore col deserto, dell'atomo coll'infinito. Non sappiamo nulla di questa epopea e non la sapremo mai, nè possiamo colla temeraria fantasia riprodurcela. Che cosa è un giorno nel deserto con quell'arena, con quel sole, con quel cielo, quando nessuno ci vede e nessuno ci ascolta, quando si può ridivenire vili senza avvilirsi ad alcun occhio; quando si può piangere ed è inutile, o si può essere ancora impassibili e quest'eroismo pel quale la gloria non esiste può rimanere sopraffatto istantaneamente dal primo leone che passa o dal primo insetto che vola? E la notte col terribile freddo della evaporazione quando le sabbie nelle quali si è coricato si assiderano e non si ha che lo stesso mantello che al meriggio ci riparava dal sole, e le stelle si affacciano nel cielo diventato di un sereno vitreo, e il deserto è ancora biondo ma percosso da urli di animali vaganti per la notte in caccia? Dove sarà l'Oasis? Dove ci coglieranno le febbri, giacchè la febbre sale il giorno dalle sabbie fra i baleni e vi ridiscende la notte colla rugiada!?

Un anno durò quella marcia, e il deserto si esaurì e le sue Oasis si perdettero in lontananza e apparvero fiumi, territori fertili, valli di paradiso. Tutta la preistoria fu attraversata e il deserto ricomparve, i monti si drizzarono vergini ed inaccessibili, i laghi si distesero immensi come mari non ancora solcati dall'uomo, tutte le fiere passavano fuggendo dinanzi agli occhi del viaggiatore. Uccelli strani dai colori incredibili e dalle immense ali si libravano attoniti sulla sua testa, le nuvole degli insetti urtavano nel suo volto, le serpi scivolavano sotto ai suoi piedi. E avanti avanti: la febbre entrata nel sangue dell'intrepido viaggiatore glielo bruciava la notte e glielo gelava il giorno. Ma la marcia proseguiva sempre. Le centinaia e le migliaia di chilometri restavano dietro a lui; il centro era oltrepassato, un'altra spiaggia e un altro oceano lo attendevano. L'Africa era vinta, la gloria conquistata, L'Italia aveva scoperto un nuovo mondo. Il viaggiatore, che si sentiva morire, voleva vivere; l'anima gli raddoppiava le forze. Le ultime tappe furono senza dubbio sublimi di eroismo. Lacero, sfinito, marciava sempre; adesso contava i giorni, e la distanza scemando sembrava aumentare alla sua impazienza. Morire allora sarebbe stata una indegnità da parte di Dio, ma il credente era sicuro e Dio non lo abbandonò.

Toccò la spiaggia, una nave francese raccolse lo sconosciuto e lo sbarcò a Londra. Quando il mondo seppe della sua traversata si alzò un urlo di ammirazione: l'indomani ne scoppiava un altro di dolore. Pellegrino Matteucci era morto delle febbri prese nel deserto.

L'Italia si scosse e fece un glorioso funerale alle spoglie del Pellegrino; ma Pellegrino Matteucci aveva avuto compagno nella traversata il tenente Massari, che l'Italia dimenticò presto avendolo prima scarsamente applaudito. Adesso il nome di Matteucci è scritto sopra una linea rossa che traversa il continente africano e si chiama via di Pellegrino Matteucci; tutta la sua gloria e la sua opera è in questa riga rossa, che i ragazzi guarderanno indifferenti nei loro atlanti, ma che resterà sull'Africa come la cintura onde è avvinta alla storia.

La morte di Pellegrino Matteucci non fu sola nè inutile. Altri si slanciarono sulle sue orme e quasi tutti perirono; Chiarini Giulietti, Bianchi, Porro furono trucidati. Cecchi più fortunato mutò l'epopea in romanzo cavalleresco e rimase cinque anni prigioniero amato dalla regina di Ghera, preparando pei poeti dell'avvenire uno di quegli ammirabili temi che ebbero nell'antichità i poeti della Persia e della Grecia.

Ma intanto che gli eroi morivano, il Parlamento e il Governo come inconsapevoli di questa tragica e storica attrazione dell'Africa sull'Italia sembravano persino dimentichi della loro compra massanina, o interpellati da qualche generoso negavano ogni solidarietà colla morte di quei precursori.

Quindi la nazione sembrò sollevarsi così sdegnosa che il Governo credette di passare dalla compra alla conquista.

La vendetta della strage di Bianchi ne fu il pretesto: non si ebbe, non si volle, non si osò avere alcuna idea. Eppure il momento era storicamente solenne. Dopo secoli e secoli la bandiera italiana tornava minacciando sui mari che sembravano averla dimenticata, e non era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che aveva annichiliti i Turchi a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che sventolando sull'asta delle antiche aquile romane riprendeva la loro via. Dacchè le aquile romane erano state uccise dallo stormo degli sparvieri nordici, il mondo non ne aveva viste altre, e nullameno eternamente memore del loro volo le aveva eternamente cercate sulla cima di tutti i pennoni e di tutti i vessilli, che lo percorrevano trionfando. Il nuovo stendardo italiano portava nell'iride dei più espressivi colori il simbolo redentore della croce.

Tutti gli sforzi millenari dell'Italia per costituirsi in nazione, il sangue de' suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto, veleggerebbe un'altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà.

Il popolo sentì, senza dubbio, la grande ora quando fremente d'inesprimibile emozione si accalcò sul porto salutando con epico orgoglio i soldati che tornavano in Africa. Sì, tornavano in Africa, perchè da tremill'anni durava la lotta fra l'Africa e l'Italia, e l'Italia vi aveva già vinto Annibale, imprigionato Giugurta, sottomessi i Tolomei, vinti i Saraceni, dissipati i Barbareschi; perchè l'Italia, altra volta sintetizzando tutta l'Europa e profetandone l'avvenire, vi si era battuta contro tutto lo sforzo dell'Oriente e aveva vinto. La guerra ricominciava. Poichè l'Europa stava per aprire tutta l'Africa, l'Italia risorta non poteva, non doveva mancare all'impresa. I suoi soldati avrebbero ancora ritrovato su quelle arene le orme degli antichi padri: l'Africa destinata alla civiltà era quindi votata alla sconfitta.

Ma Parlamento e Governo, l'uno più meschino dell'altro, non compresero nulla dell'immenso significato dell'impresa: il Governo intese a sminuirla dandole aspetto di rappresaglia contro pochi ladroni; l'opposizione non vi scorse che uno sperpero di pochi milioni, e guaì le solite doglianze sulle miserie del popolo. L'ingresso trionfante dell'Italia nella storia mondiale contemporanea si mutò in una entrata di soppiatto, senza coscienza di sè medesima e con troppa coscienza de' suoi più grossi vicini che la spiavano.

Il momento della gloria si cangiò in un momento di vergogna.

Garibaldi, Mazzini e tutte le coscienze eroiche della rivoluzione erano morti; una volgare democrazia snaturava la grandezza del loro genio e del loro carattere nelle più miserevoli interpretazioni; non si voleva nessuna guerra coll'Africa riconoscendole lo stesso diritto nazionale dell'Italia; si confondevano storia e preistoria, si pareggiavano le loro diverse epoche e le loro contradditorie personalità. Si dimenticava che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari, la civiltà non sarebbe mai cresciuta: che se Alessandro non avesse invaso l'Asia, la fusione fra Oriente e Occidente non sarebbe avvenuta: che se Roma non avesse assoggettato tutto il mondo, lo spirito greco non l'avrebbe penetrato e la sua unità non si sarebbe costituita: che se il Cristianesimo non avesse debellato tutte le idolatrie, non si sarebbe stabilito: che se i barbari non avessero invaso l'impero romano, il medioevo non si sarebbe avverato: che se le crociate non avessero assalito l'Islamismo, l'Europa feudale vi sarebbe soggiaciuta: che se la Spagna e l'Inghilterra avessero rispettata la nazionalità degli indigeni americani, adesso l'America non sarebbe quasi pari all'Europa e la scoperta di Colombo non le avrebbe giovato più che l'essere già stata tanti secoli prima scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagl'indiani. Nutrita del principio di eguaglianza morale e politica, la democrazia non comprendeva che tale alta verità diventava falsa applicata fuori del proprio periodo storico a popoli barbari: che il loro contatto cogli inciviliti, reso oggi inevitabile, doveva costringerli alla guerra come a un saggio della loro potenzialità. O resisterebbero all'urto, difendendo la loro nazionalità coll'assimilarsi rapidamente le nostre industrie e le nostre scienze, o perirebbero. La storia, anzichè consacrare l'intangibilità di nessun popolo, ha sempre distrutti tutti quelli, che non potevano entrare nel suo disegno.

La redenzione dell'Africa non è già quella degli africani attuali, ma la sostituzione di una più alta vita alla loro: che se essi non possono raggiungerla hanno vissuto fin troppo vivendo inutilmente.

Per penetrare nel centro dell'Africa bisogna quindi conquistare tutti i suoi imperi litoranei; l'Europa e più particolarmente le sue nazioni adagiate sul Mediterraneo non hanno altra missione. L'Europa, che non lo fu mai, non può essere oggi scopo a sè stessa. Se la terribilità di questo processo storico iniziantesi fatalmente colla guerra e colla distruzione irrita l'ammalata sensibilità di quei recenti cultori del diritto, che sognano la diffusione della civiltà con mezzi esclusivamente pacifici, giudicando popoli circoscritti da migliaia di anni nell'inferiorità della propria razza siccome capaci d'intenderli e di mutarvisi così da poter servire nei periodi storici che succederanno al nostro; questa terribilità è antica e fatale quanto la storia stessa. L'Europa che per tre secoli si è rovesciata sull'America creandola, ora preme sull'Africa e punta sull'Asia per aprirle. La razza bianca disputa il terreno alle razze inferiori chiamandole alla propria civiltà: quelle che non rispondono sono condannate, quelle che resistono saranno distrutte.

L'Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione, non può sottrarsi a quest'opera d'incivilimento universale, di cui le tragedie per essere inevitabili diventano incolpevoli. La storia segue la stessa morale e lo stesso diritto della natura nel trionfo della forma più perfetta e dell'idea più alta: e poichè vincitori e vinti saranno pareggiati dalla stessa morte, la disparità del loro trattamento scompare nella idealità conquistata.

L'odierna democrazia, che negando ogni impresa come quella d'Africa, vorrebbe che Francia, Inghilterra e Russia abbandonassero a sè medesimi i popoli conquistati, lasciandoli ricadere nella immobilità del loro stato storico, invece di ritenerli forzatamente nella mobile orbita della storia mondiale e costringendo quelli incapaci di mutarsi o troppo numerosi per essere prontamente distrutti a contribuire colle loro ricchezze allo sviluppo della civiltà europea, non si è certo chiesto il perchè della terza resurrezione italica. Evidentemente la storia non può averla consentita nel solo interesse degli Italiani dopo averla negata a tanti altri popoli che come noi soccombettero in altre epoche. Se l'Italia è ridivenuta nazione, il secreto di questo fenomeno storico sta nella necessità che la storia mondiale può avere della sua opera e nella facoltà del nostro popolo a prestarla.

Ma se la democrazia abbandonata dal grande spirito rivoluzionario non capì l'impresa d'Africa, impigliandosi nelle contraddizioni del diritto politico col diritto storico, non meno inetti si mostrarono coloro che accettandola le imposero i brevi calcoli dell'interesse industriale e, facendo pompa di scienza nell'analisi de' suoi possibili vantaggi, conclusero a rigettarla perchè nel nuovo libro mastro l'entrata non sarebbe stata pari all'uscita. E rifecero quindi la critica delle colonie provando come tutte costassero più di quanto rendessero, ma dimenticando di chiedersi come mai tutte le nazioni fossero potute tanto facilmente cadere in un errore di semplice aritmetica. Nessuno di loro sospettò nemmeno che l'interesse industriale e commerciale fosse una illusione necessaria nella storia per produrre il fatto delle colonie, le quali, come modo di propagazione civile avevano per iscopo non già lo sviluppo di una nazione ma la creazione di un'altra. Le colonie piantate ad immense distanze non furono mai e non sono ancora che stazioni e fari facilitanti alla storia la sua marcia pel mondo. Nemmeno i recenti luminosi esempi moderni parvero bastare. Quindi si affermò che le colonie non andavano fondate perchè appena grandi si emancipavano, come oramai ha fatto tutta l'America, quasi che la trasformazione trionfante di questa in popolo originale non fosse lo scopo recondito e il premio supremo delle sue prime colonie. Non si sa ancora abbastanza che la storia di ogni paese è non solo coordinata, ma soggetta alla storia universale, e che ogni impresa vi oltrepassa sempre l'interesse di chi la compie, lasciandogli per sola grandezza quella di adempierla bene.

L'impresa d'Africa per l'Italia era la prima conseguenza del suo risorgimento. Potenza storicamente e geograficamente mediterranea, uscendo di sè stessa non poteva agire che in Africa; alla politica de' suoi uomini di Stato scegliere il momento più opportuno, il lido più adatto a discendervi colla più sapiente preparazione.

Ma l'Italia, scivolata dopo la morte di Cavour nelle mani di uomini meschinamente parlamentari, dovette eseguire il proprio ingresso in Africa con Agostino Depretis, volgare rivoluzionario costituzionale, che aveva contrastato accanitamente nella Camera Subalpina la spedizione di Crimea al grande statista. Giammai il corso storico esercitò sopra un individuo più crudele ironia: colui che aveva negato al Piemonte di diventare Italia, associandosi colle maggiori nazioni nella guerra contro la Russia, dovette vecchio spingere l'Italia in Africa associandola alle grandi potenze mondiali.

La sua vita politica tutta circoscritta nel Parlamento aveva limitato fatalmente il suo ingegno, rendendogli più malleabile il carattere e instancabile il temperamento. Fra i capitani di Alessandro, come Giuseppe Ferrari chiamò con sdegnosa ironia i successori politici del conte di Cavour, egli non ebbe dapprima importanza. Il giacobinismo, che rimase sempre la parte p

iù nobile del suo spirito, lo rendeva sospetto e inadatto in quei momenti tanto difficili per la monarchia, nei quali bisognava esautorare la rivoluzione attirando con ogni favore nell'orbita costituzionale la grossa maggioranza retriva del paese. Il Cavour, che aveva iniziata l'opera con meravigliosa destrezza, era morto troppo presto, ma i suoi migliori scolari la perseguirono credendola meno un espediente necessario alla consolidazione del fatto rivoluzionario che una vera legittimità del principio monarchico più alto della rivoluzione medesima.

La tradizione politica e moderata, nella quale il Cavour aveva agito slargandola, era ancora viva nel nuovo partito costituzionale, che considerava come nemici i rivoluzionari. Depretis rimase dunque sospettato e subalterno: la sua indiscutibile abilità parlamentare non gli permise di stare a paro con Minghetti e con Ricasoli, il miglior borghese e il miglior aristocratico del nuovo governo, nè di abbinarsi col Rattazzi, che solo aveva potuto rivaleggiare col Cavour e in alcune qualità forse lo superava.

Ministro a più riprese, possibile in tutti i gabinetti di mezzo carattere, capace di disimpegnare qualunque funzione come a reggere ogni portafoglio, insinuante, indifferente sui mezzi politici e privatamente onesto, avido di attività più che di azione, ambizioso di potenza meglio che di gloria, si destreggiò per quindici anni fra i successori del Cavour, abili partigiani, che istintivamente retrivi avrebbero voluto immobilizzare la rivoluzione nei propri sentimenti. Ministro della Marina nel 1866 per una di quelle fantasie della nostra infanzia costituzionale, che prendendo i portafogli per balocchi se li distribuiva al di fuori di ogni tecnica capacità, subì se non preparò colla propria imperizia il disastro di Lissa; prima sconfitta che una flotta veramente italiana patisse dopo migliaia di anni. Inattivo durante la intrepida e profonda combinazione di Mentana tentata dal Rattazzi, arrivò a Roma lasciando a Quintino Sella, ultimo giunto nella fazione moderata e migliore di quanti v'erano rimasti, la gloria di spingere il Ministero reluttante su per la breccia di porta Pia. A Roma il partito costituzionale, che con Cavour aveva assunto di disciplinare la rivoluzione entro le forme parlamentari, italianizzando la monarchia piemontese coll'insediarla in Firenze e nazionalizzandola col sollevarla sino al Campidoglio, doveva esaurirsi.

La sua transazione storica, iniziata nel Parlamento piemontese e proseguita in quello nazionale, aveva raggiunto il proprio scopo logorando ogni varietà di uomini e d'ingegni. Del vecchio mondo italico nelle nuove generazioni non restava più nemmeno il ricordo; tutte quelle necessità di accomodamento e di concessioni, spesso trascorse oltre il ridicolo o discese troppo spesso fino sotto la viltà, erano non solo cessate, ma diventate inintelligibili alla nuova critica non giustificavano più nè la bassezza di certi metodi nè l'ignominia di parecchi risultati. La monarchia accettata dalla maggioranza come una forma ancora idonea alla vita nazionale, non era più venerata per tradizioni domestiche o considerata per pregiudizi di educazione come unico rifugio contro le ferocie ribalde della rivoluzione. Il nuovo re doveva conquistare personalmente l'adesione dei propri sudditi per regnare, o accontentarsi altrimenti di essere tollerato come una forma poco nociva per la nazione sino al momento opportuno per sostituirla.

Con Roma capitale l'Italia era organicamente e storicamente perfetta. Se qualche lembo de' suoi confini stava ancora fra le mani dell'Austria, secolare nemica, alla prima bufera che ne minacciasse l'impero eteroclito, l'Italia saprebbe abilmente e valorosamente riconquistarlo.

La lotta dello Stato colla Chiesa passava colla conquista di Roma dalla politica alla scienza, giacchè il diritto nazionale, ormai invincibile sul Campidoglio, avrebbe rispettato e imposto rispetto al diritto religioso.

La politica del Governo entrando in Roma doveva dunque murarsi, poichè la stessa rivoluzione dalla forma filosofica di Mazzini e epica di Garibaldi scendeva ad un'altra più precisamente politica ad impararvi i metodi parlamentari e a ricorreggervisi con studio più calmo nelle scienze. Tutti i rappresentanti del vecchio partito moderato erano caduti lungo la via, o caddero toccando Roma. La loro fine fu triste. Malgrado gli eminenti servigi resi e la gloria del tempo nel quale avevano operato, il paese li dimenticò vivi, non li curò moribondi, non li compianse morti. Il difetto della loro opera, maggiore nelle intenzioni che nei risultati, giustificò l'indifferenza della nazione; la quale sentiva come tutti quegl'illustri avessero meno lavorato per lei che per la monarchia, mentre lo spirito dell'avvenire stava ancora nella rivoluzione lasciatasi generosamente immolare alla gloria e all'utilità della monarchia. La morte di Garibaldi e di Mazzini lacerò tutte le coscienze, quella prematura di Cavour le aveva sbigottite: la morte de' suoi successori così varii di ingegno, alcuni così egregi di carattere, tutti così benemeriti di lavoro, non destò nè paure nè rimpianti. La nazione sicura di sè medesima non poteva turbarsi per la morte di uomini, che non avevano voluto fondersi con lei. Mentre la piazza rimaneva calma, forse la corte diventava pensosa.

Agostino Depretis, superstite di tutti quei morti, fu il loro erede universale.

Ma nel troppo lungo arringo parlamentare, il giacobinismo del suo spirito e della sua prima educazione si era logorato. L'immensa eredità della politica monarchica avviluppò il suo ingegno e schiacciò il suo carattere. Così iniziando la sua ultima carriera di statista con largo programma di riforme, alle quali venne gradatamente fallendo, non vi pose dentro alcun nuovo concetto, e non comprese quanto la monarchia di re Umberto fosse diversa da quella di Vittorio Emanuele. Eppure a nessuno dei successori di Cavour era toccata la fortuna di aprire un nuovo periodo nella storia italiana. La terza Roma entrava nel mondo con Agostino Depretis. L'epopea e la tragedia del risorgimento erano conchiuse, tutte le contraddizioni conciliate, tutte le differenze etnografiche e storiche fuse: un'altra Italia con nuova coscienza, con diverso aspetto, alzandosi sulle Alpi guardava l'Europa.

Mentre la Francia trascinata dall'ultima forma del cesarismo napoleonico a combattere l'unificazione della Germania per un falso ricordo della politica di Richelieu e di Luigi XIV, sostenendo il papato e rinnegando nella propria tradizione lo spirito rivoluzionario, era stata schiacciata dal maggiore dei disastri, e dibattendosi convulsamente fra le insidie degli ultimi legittimisti e le violenze dei recenti anarchici abbandonava la direzione della politica europea per costituire la propria repubblica; mentre la Germania, avendo d'uopo ancora per unificarsi della più arcaica forma imperiale, doveva tergiversare a ogni ora in ogni questione, smentendo ed usando tutti i principii al coordinamento politico del proprio fatto; mentre l'Austria minata dal germanesimo e dal panslavismo, povera, eterogenea, battuta, non aveva conservato altra unità che la dinastica e altra forza che la tradizione: mentre la Russia si educava nell'immenso duello fra nichilismo e assolutismo, e l'Inghilterra rientrata nella propria isola scemava la propria azione europea per accrescerne la propria attività cosmopolita; era il momento per l'Italia, giovane, forte, figlia ed erede della rivoluzione francese, di entrare in Europa capitanando i diritti e le aspirazioni dei popoli. Ella sola, non vincolata da tradizioni, con una storia più lunga e gloriosa di ogni altra, poteva mettersi al centro della rivoluzione francese maturandola in Europa.

L'Italia, necessaria per ragioni d'equilibrio, era invincibile: nessuno avrebbe potuto attaccarla senza suscitare una guerra europea. Appoggiata sulla Francia, colla Spagna di dietro, banditrice della rivoluzione, avrebbe avuto tutti i popoli con sè; la sua influenza, la sua potenza sarebbero miracolosamente cresciute. Bismark preso fra la Francia e la Russia, poco aiutato dall'Austria, non sarebbe più stato onnipotente; la sua immensa opera germanica, ancora poco compatta e troppo combattuta fra la tradizione imperiale e lo spirito rivoluzionario, fra il particolarismo dell'antica feudalità e l'antagonismo delle religioni cristiane, gli avrebbe impedito di occuparsi tanto dell'Europa.

Era il grande momento dell'Italia! Cavour lo avrebbe compreso,

Rattazzi l'avrebbe osato; Depretis non comprese e non osò.

La sua politica estera, ammalata di monarchismo, osteggiò la Francia perchè repubblicana, appoggiandosi a Bismark, mentre questi aveva bisogno d'appoggi; trascinò il re a Vienna per ottenergli lo sfregio di una visita non restituita. E questo insulto dovremo pur vendicarlo! Al congresso di Berlino si presentò come subalterno e mendico, e fu accettato per tale. All'interno tutta la sua politica mirò alla disorganizzazione suprema dei partiti, i quali naturalmente disorganizzati dal nuovo momento storico, nel quale avevano a ricomporsi mutando base e metodo, si disciolsero. Fu il regno della confusione e dell'atomismo. Maggioranze e minoranze si addensarono e si rarefecero non lasciando nuclei; le migliori tradizioni rivoluzionarie, i più alti sentimenti politici s'infransero: abilità suprema fu il trionfo nelle votazioni, ultimo scopo la durata del Ministero. E in esso, con triste novità d'esempio, passò e ripassò una folla di uomini mediocri che venivano ad annullarvisi, mentre Depretis solo durava, Proteo indefinibile ed inafferrabile, che tutti condannavano e nessuno poteva colpire; politicante monarchico, che comprometteva la monarchia opponendola alla rivoluzione e sacrificandole le glorie e gl'interessi della patria.

Nullameno l'Italia doveva agire. Questa necessità, facendosi a mano a mano più intensa, forzò la politica di Depretis: Bianchi era stato trucidato, la spedizione d'Africa fu risoluta. Ma se la Francia, insignorendosi di Tunisi, era stata rapida e sicura; l'Inghilterra, conquistando l'Egitto, violenta e superba: l'Italia fu depressa e timida. Non si osò parlare, si temette di provveder troppo, si lesinarono i denari più necessari, si negarono le truppe, si economizzarono i bastimenti. Non era l'Italia, non una grande nazione che agiva: parve si aspettassero permessi, si cercasse di non essere avvertiti, non si volesse essere giudicati.

A dirigere l'impresa Depretis con servile cinismo aveva chiamato il conte di Robilant, soldato mutilato e diplomatico peggio che impotente, il quale, ambasciatore a Vienna, aveva procurato al Re lo sfregio di visitare come un vassallo, al quale non si rendono le visite, l'imperatore d'Austria. Mentre occorreva un uomo di Stato forte ed abile, l'Italia non ebbe che un parlamentare logoro e un diplomatico monco.

Un immenso palpito di passione e di orgoglio sollevò tutti i cuori italiani, quando salparono i primi bastimenti. Il mare era bello, il cielo sereno; Napoli sublime, distesa sovra i suoi colli, salutava augurando i vascelli che s'allontanavano, fisa al fumo delle vaporiere come al fumo d'imminenti vittorie. Finalmente! L'Italia, che dopo le umilianti sconfitte di Custoza e di Lissa si era con immensi sforzi d'economia e d'ingegno ricostituita una marina e un esercito, li avventava sull'Africa.

Urràh! marinaio, tu porti la fortuna d'Italia! Urràh, marinaio! Le navi sparirono all'orizzonte e tutto ricadde nel silenzio.

Solo di quando in quando si avevano notizie di minimi fortilizi costrutti, di brevi acquedotti scavati, di capanne nelle quali i soldati basivano dal caldo. Erano pochi, stavano inerti. Il Governo, per sapiente economia, non aveva nemmeno allacciato il teatro della guerra con un cavo sottomarino a qualcuno delle grandi stazioni telegrafiche.

Intanto la democrazia riprendendo il cicaleccio femminile s'impietosiva sulla sorte dei soldati, o spropositava sul diritto dei selvaggi; il Governo inoperoso dimenticava l'impresa pel quotidiano dibattito parlamentare. Bande nomadi, racimolate dal più feroce e dal più abile dei generali abissini, scorazzavano minacciose sui confini del nostro campo, marcato da fortilizi sprovveduti, mal difeso da truppe così scarse, che non potevano nemmeno comunicare fra loro senza pericolo.

Invece di vendicare l'eccidio di Bianchi, il nostro piccolo esercito assisteva inerte alla nuova strage della spedizione del Porro, che il Ministero non osò considerare italiana, e alla cattura dell'ultima missione Piano e Salimbeni, mandata secretamente dal Governo stesso. Una immensa malinconia di una viltà nè voluta nè meritata si aggravava sulla nazione: le antiche diffidenze lasciate dai disastri di Custoza e di Lissa risorgevano nella coscienza popolare; si dubitava dell'esercito regio, s'invocava il nome di Garibaldi morto, ma più vivo e grande che mai nello spirito di tutti. Dov'erano adesso i suoi garibaldini di Montevideo e di S. Pancrazio, di Marsala e di Digione? Dov'era morto Nino Bixio, tigre fra i leoni, così violento che solo Garibaldi poteva frenarlo, e così intrepido che egli stesso lo guardava ammirando? Dov'era Alfonso Lamarmora, ultimo cavaliere del Conte Rosso, che con diecimila Piemontesi aveva resistito a ottantamila Russi, strappando eroici applausi ai primi soldati del mondo, i Francesi che avevano sempre vinto, e gl'Inglesi che non avevano mai perduto?

Depretis in quello stesso momento strangolava con pessimo contratto le ferrovie italiane, e Robilant mandava le navi dell'Italia risorta a minacciare la Grecia, che aveva dato un balzo sotto il calcagno del Sultano.

Poi, ieri, improvvisa come una bufera calda di sangue e di sole, arrivava la truce novella: la nazione agitata da funesti presentimenti, che la scipita e bugiarda parola del conte di Robilant aveva avvelenato tentando quetarli, si drizzò convulsamente come ferita al cuore, il Parlamento parve destarsi; il Ministero allibì. Un telegramma di sconfitta, che i giornali inglesi avevano già avuto, era giunto finalmente a Roma.

Depretis, pallido, lo lesse balbettando alla Camera.

Massaua, 23 Gennaio 1887.

Perin, 31 Gennaio 1887.

Il 24 Ras Alula lasciò Ghinda accampandosi a Sud-Est di Saati, che attaccò il 25, ma fu respinto dopo tre ore di combattimento. Nostre perdite, quattro feriti e cinque morti. Le perdite degli abissini sono sconosciute.

Il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari partiti da Monkullo per vettovagliare Saati, furono attaccate a mezza via. Dopo parecchie ore di combattimento, la colonna fu distrutta. Novanta feriti sono già ricoverati all'ospedale di Massaua. Mi riserbo spedire particolari esatti circa le perdite e i feriti.

Causa l'eccessiva estensione della nostra linea, ho richiamato i posti di Saati, Wuà e Arafali. Ras Alula sembra essere rientrato a Ghinda, causa le gravi perdite e i numerosi feriti, e probabilmente anche per attendere l'arrivo del Negus, che si dice essere in marcia.

Il Maggior Generale

GENè

Una battaglia era dunque scoppiata, nella quale tutti gli italiani erano periti. Un nugolo di abissini, impetuoso come il vento dei loro deserti, aveva sorvolato le aride montagne del nostro confine militare, travolgendo, rovesciando una delle nostre colonne, spiccata da Monkullo a difesa di Saati, avamposto assalito il giorno prima da Ras Alula.

La guidava il tenente colonnello De-Cristoforis, e si componeva di tre compagnie distaccate da varii reggimenti; in tutto forse un cinquecento uomini. Non avendo potuto trovare i cammelli necessarii al trasporto delle munizioni chieste dal comandante di Saati, non era potuta partire che alle 5 antimeridiane. Per unica artiglieria scortava due mitragliere. La marcia era rapida.

I soldati, consapevoli dell'attacco di Saati, camminavano fieri e guardinghi; erano tutti giovani di venti anni, usciti ieri dalle case paterne, che non avevano mai provato il fuoco. Il silenzio solenne del pericolo, la prima emozione dell'eroismo stringevano le loro coscienze. Avevano lasciato Monkullo; sarebbero giunti a Saati?

Le due compagnie rimaste a Monkullo attendevano: un eguale pericolo le minacciava. Ras Alula dov'era? Dove sarebbe piombato dopo la ritirata di Saati? Le sue forze erano relativamente immense, i suoi soldati feroci. Tutti sapevano che il maggiore generale Genè, da molti mesi chiedeva invano rinforzi al Ministero impigliato entro un ignobile dibattito parlamentare.

Alle 11 antimeridiane il capitano Tanturi riceveva due biglietti dal colonnello De-Cristoforis, il primo, datato ore 8,30, diceva: che giunto presso Dogali aveva cominciato il fuoco contro il nemico immensamente superiore di numero, e che le mitragliatrici si erano spezzate; il secondo, datato ore 9,30, dichiarava: che senza un aiuto di uomini e di cannoni non poteva più muoversi.

Dalle nove alle undici la tragedia doveva essersi compita.

Il capitano prese una mitragliatrice, una compagnia, e partì. A che scopo? Con quale idea? Se Ras Alula aveva attaccato la colonna De-Cristoforis, a quell'ora doveva già averla distrutta. Una compagnia e una mitragliatrice non potevano certo ristorare le sorti della battaglia. Partì: Mohamed Nur, che doveva seguirlo coi basci-buzuc, vi si ricusò naturalmente; otto soli fra essi s'accompagnarono coll'interprete Raduc.

Era una marcia verso la morte.

Lasciamola raccontare a lui.

?….. Poco dopo le tombe di Dogali vidi una cassa di mitraglia senza polvere e spolette, e quasi nel medesimo tempo i basci-buzuc, che erano in esplorazione, segnalavano la presenza del nemico. L'interprete, interrogati due indigeni, mi disse che tutti i nostri erano stati massacrati, e che gli abissini erano ancora numerosissimi ed in posizione.

?Ciò mi sembrò esagerato, come di fatto (essendo l'interprete poco dopo fuggito pieno di paura), e proseguii la marcia. Giunto là dove la valle si allarga di un poco, gli esploratori tornarono di corsa avvisandomi che si avanzavano cavalieri abissini. Presi immediatamente posizione facendo staccare la mitragliera e formando la compagnia in quadrato. Nello stesso tempo mandai tre soldati nella direzione ove era stato segnalato il nemico. In questo mentre l'interprete e parte dei basci-buzuc scomparvero. I soldati tornarono presto dicendomi che non avevano visto altro che tre o quattro cavalieri abissini correre velocemente verso Saati. Per essere più sicuro mandai il tenente Sartoro con una piccola pattuglia sulla mia destra, e questi ritornò riferendomi che non vi erano nemici, ma che aveva visto basti da cammello, un cammello morto, casse di cartuccie vuote, scatolette di carne, ecc. Nello stesso tempo feci arrestare un pastore Saortino che si trovava ivi presso nascosto.

?Questi, interrogato, alla meglio mi fece capire che gli abissini avevano attaccato i nostri, indicandomi anche la posizione da questi occupata. Immediatamente feci riattaccare la mitragliera e mi diressi a quella volta. Nessun segno lungo il cammino oltre quelli citati di uno scontro: solo cinque o sei tombe scavate di fresco indicatemi dal Saortino come quelle di abissini morti poche ore innanzi. Sul primo monticello, prima posizione occupata dai nostri, vidi un soldato ferito che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non credei alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!?

Capitano, questa frase resterà immortale come la battaglia.

Tutti giacevano in ordine, allineati, morti sulla grigia altura, dalla quale avevano resistito tre ore senza volgersi indietro. Erano vestiti di bianco, insanguinati. Il sole alto sull'angusta vallata dardeggiava impassibile infiammando i loro cadaveri col calore e col colore della vita, ma nessuna voce turbava il superbo silenzio della loro morte. La storia Italiana doveva trovarli là, allineati sulla soglia dell'Africa, nell'eroismo di un atteggiamento che il nemico stesso non aveva osato scomporre fuggendo dopo la strage; e così resteranno eternamente nella gloria della poesia! Il primo capitolo della nuova storia mondiale d'Italia doveva essere un canto epico.

L'Africa è vinta. La Persia invadendo la Grecia trovò alle Termopili Leonida coi trecento Spartani, li schiacciò, ma fu respinta: il coraggio è di tutti i popoli, ma l'eroismo è solo di quelli che debbono vincere; l'eroismo di De-Cristoforis assicura la vittoria all'Italia, Non si muore così, quando non si è che un soldato e la bandiera, intorno alla quale si è raccolti, può indietreggiare o essere strappata senza lacerare la coscienza nazionale. L'eroismo è una rivelazione improvvisa, che illumina le anime nell'ora della morte e ne toglie ogni paura, ogni desiderio mondano.

Urrah, colonnello! Lo ha raccontato qualcuno dei feriti, che voi, ultimo a cadere, credeste già morto. La battaglia, nella quale Dio solo vi guardava, è già passata nella storia: tutto è noto; la vostra estrema parola, il vostro saluto prima di morire ai fratelli morti è stato raccolto da tutto il mondo.

Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano da ogni banda, volanti su cavalli sfrenati. Le loro urla sembravano venire dai deserti; erano confusi come il turbine. Un abbarbaglio di fiamme bianche vampeggiava sulle pelli dei loro scudi e sul ferro delle loro armi. Non era possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per non sopraffarvi. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che sitibonda di sangue uccide quando perde, uccide quando trionfa, perchè la morte è il suo solo pensiero e la sua unica sensazione. Il suo ruggito, circondandovi, era come quello de' suoi leoni, quando sentendosi sicuri della preda drizzano la bruna criniera coll'occhio metallico scintillante al raggio del sole.

Bisognava morire! La battaglia era impossibile, altrimenti la vittoria sarebbe stata sicura.

Alto sul colle, col vostro drappello allineato come i gladiatori sotto il palco del Cesare romano e salutanti prima di trucidarsi, voi guardaste oltre il nemico, attraverso l'Africa, al di là delle sue montagne e de' suoi deserti, che i viaggiatori italiani avevano bagnato di sangue, ma pei quali un giorno passeranno fischiando le vaporiere.

L'Africa, prigioniera delle proprie coste, si difendeva invano assalendovi.

I soldati sono pallidi, l'ombra della morte è passata sotto quel sole che da molti mesi non conosce le nubi e ha scolorato i loro volti.

Nessun testimonio, nessuna speranza. La morte sola, orribile come l'aspetto di quella moltitudine turbitante, che si solleva da ogni parte e armata di pochi fucili rapiti in altre carneficine avventa già le prime palle. Sul drappello bianco il silenzio si stende come una tenebra.

Morire! L'Italia lontana non sa nulla di questo momento, l'Africa presente non lo comprende: solo la storia, che lo ha voluto, dovrà raccoglierlo; ma essa pure, divina memoria della vita, non potrà narrarne lo schianto del supremo ed improvviso dolore, mentre nessuno sopravviverà per confessarlo. Quel colle, arido e grigio, non è che un immenso altare, sul quale il sole africano chi sa da quanti secoli aspettava immobile ì vapori dell'imminente olocausto. Una reminiscenza indistinta dei più grandi sacrifici della storia si alza da tutte le coscienze, vacillando come le ombre di un crepuscolo oltre il quale fiammeggia la luce insolita di un altro giorno; uno spasimo di minime ed irresistibili contrazioni stringe i cuori che stanno per perdere tutti gli affetti e le memorie della vita.

Urrah! colonnello, fuoco!

Il drappello alto, allineato tuona: non è una battaglia, ma una tragedia. Gli eroi sono pallidi, bianchi come le statue e fermi del pari; il fumo della moschetteria che li avvolge sventola sulle loro teste come un'immensa bandiera, attraverso la quale il sole accende capricciosamente le iridi di tutti i vessilli del mondo. I loro movimenti sono ritmici, giacchè nella loro impassibilità l'orgoglio è succeduto alla speranza. Siccome non possono arrendersi, resistono con quel forte sentimento della morte che scoppia in ogni uomo, quando sente che la sua vita è già conchiusa e non difende più che la propria personalità.

E il fiotto nero dell'Africa si addensa, discende da tutti i colli, ondeggia e rugge. I cavalli vi nuotano furiosamente nitrendo, o vi scorrazzano invasati dinanzi come sulla ripa di un torrente che dilaghi. Un orribile tumulto vi copre il gemito supremo dei morenti e le strida dei feriti. Infatti, da tutti i suoi lembi si veggono uomini fuggire con altri uomini morti o moribondi sulle spalle, come naufraghi strappati ai suoi vortici, entro i quali terribili figure di donne infuriano confusamente tra il lampeggiamento delle armi e lo scintillio dei colori sventolanti su tutto quel nero. Non vi si distingue nè ordine nè forma: non è un esercito, non è un'orda, ma una moltitudine in una caccia, che l'agguato ha preparato e la strage deve compire. Hanno poche armi da fuoco e si avanzano carponi, balzando come le tigri, strisciando come i serpenti dietro ogni asperità del terreno, evitando il fuoco della moschetteria, che cade sovra di essi come una grandine regolare ma sempre più rada. Colla destrezza meravigliosa dei selvaggi, senza guida di capitani hanno largamente circuito quel colle e attendono che l'eroico manipolo abbia finito le cartuccie per slanciarsi all'assalto. Sarà come un soffio del Simoun, uno schianto d'uragano. La sicurezza della vittoria centuplica la ferocia della loro attesa, guardando quel drappello ancora allineato, bianco sul colle grigio, immobile sotto il sole e davanti alla morte.

Ma il fumo della moschetteria, giacchè le mitragliatrici si sono infrante ai primi tiri, non è più che un velo leggero sulla loro fronte rotto qua e là e macchiato di sangue.

Il terribile momento passa entro tutte le anime come un freddo di un altro mondo: sono inermi. I pochi che bruciano ancora le ultime cartuccie, sembrano con esse gettare un appello disperato ai compagni abbandonati come essi nei radi fortilizi di quel confine, o inerti a Massaua spiando sul mare il sorriso di una vela o di una bandiera italiana. Ma l'Italia è troppo lontana, oltre due mari, nell'incanto della sua eterna bellezza che le fa dimenticare persino i soldati morenti per lei sul primo lembo del deserto africano.

-Italia, Italia! è la loro suprema invocazione fu il grido supremo di sfida, col quale risposero all'immenso ruggito abissinio.

E disparvero.

Quel turbine nero li urtò aggravandosi sopra di loro come una nuvola, entro la quale non si distinse più nulla, ma nella quale l'ultimo gruppo che difendeva il colonnello, udì ancora il suo ultimo comando di salutare quelli che erano già morti:

-Presentate le armi!

Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.

Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come fossero allineati.

Era tempo.

L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31, battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno; che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan, da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare; l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco, accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare; cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma; sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito, proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.

Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero, Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli. Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.

Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani valesse un solo soldato d'Italia.

L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa nell'anima di un popolo.

Si sentirono grandi, e lo furono.

Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando avrebbero compreso.

-Presentate le armi!

e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.

La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del mondo, per la civiltà del quale moriva.

E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia, perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il rogo al suo cadavere.

Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati, il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale, più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria immortale.

Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la protezione dell'onore italiano.

E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha liberato che due.

Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia, gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto, Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:

-Presentate le armi,

crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.

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