MoboReader> Literature > Fino a Dogali

   Chapter 11 No.11

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 28963

Updated: 2017-12-04 00:03


La battaglia di Pavia richiamò sulla scena politica Macchiavelli.

Clemente VII, che gli aveva commesso le Storie, era succeduto ad Adriano VI sul trono di Leone X, del quale era stato segretario così accorto e stimato che pareva, secondo il giudizio del Guicciardini, piuttosto guidare il papa che servirlo. La politica era allora intricatissima per opera del papato, che mirando alla propria ricostituzione si mutava di guelfo in ghibellino, tenendo dalla Francia e dall'imperatore, imbrogliando sè medesimo colle pretese dinastiche dei varii papi, ma in fondo seguendo la politica che la sua Storia e il suo istinto gl'imponevano.

Macchiavelli in quel giuoco non aveva compreso nulla. Pieno di tutti gli istinti del risorgimento, che tendeva alla costituzione delle nazionalità esaurendo le forme feudali colla unità delle monarchie e dell'impero, fuorviato dal sogno di un'Italia libera, non intese la posizione che le faceva la grande contesa della Francia coll'impero e del papato con ambedue. Nè guelfo nè ghibellino non penetrò entro la logica di nessuno dei due partiti. Il movimento del Savonarola, insurrezione guelfa contro il pontefice aiutata dai sentimenti repubblicani del Comune e dal nuovo spirito religioso latente in tutti gli spiriti non gl'inspira che una lettera mezzo satirica, nella quale Savonarola è un furbo impostore che tira a comandare. La seconda calata francese di Luigi XII, che annulla per sempre tutte le speranze del risorgimento italiano mutando Milano e Napoli in una parentesi di forze straniere che soffocano l'Italia, non gl'ispira un lamento, non gli svela il secreto della politica italiana: più tardi nel 1502 a Rouen parlando col cardinale d'Amboise, primo ministro di Luigi XII, per impegnarlo ad estendersi in Italia combattendo il papa, consiglia di piantarvi colonie in Lombardia tramutandone gli abitanti: consiglio di storia antica e di odiosa impossibilità politica. Anche questa volta non s'avvede che il movimento guelfo è favorevole alla Francia, la quale deve secondarlo per poter conquistare. Col permesso di Luigi XII i Borgia opprimono i feudatari della Chiesa per costituirsi uno stato; Machiavelli inviato da Firenze presso il Valentino, lo vede all'opera, s'entusiasma d'ammirazione, dimentica l'impossibilità della sua impresa che alla morte di Alessandro VI doveva urtare nella politica impersonale del papato, inverte la propria posizione di legato fiorentino per proporre alla Signoria di aiutare il Valentino in una conquista che già la minaccia. E quando Giulio II detronizza, imprigiona Cesare Borgia, Macchiavelli non comprendendo che la Chiesa trionfa sola fra gli Stati italiani del risorgimento attribuisce la catastrofe del duca alla fortuna.

Giulio II prosegue la politica del papato e dei Borgia risuscitando tutti i vecchi diritti della Chiesa; e Macchiavelli non vede in lui che un prete prepotente ed armato, che ogni principe italiano potrebbe rattenere e che il signor Baglioni ha fatto male a non pugnalare immortalandosi. Giulio II stringe la lega di Cambray e prostra Venezia per strapparle l'esarcato di Ravenna; avutolo, si volta con Venezia contro la Francia per conquistare Ferrara, Parma e Piacenza: mutatosi in ghibellino favorisce i Medici contro i guelfi a Firenze, gli Sforza contro i guelfi a Milano e ingannando tutti, forse sè stesso, urla: fuori i barbari!

Macchiavelli non prevede il ritorno dei Medici come non aveva previsto il trionfo di Giulio II in quella politica prettamente papale. Salito al pontificato Leone X, il primo consiglio ch'egli dà in una lettera al Vettori è di richiamare Luigi XII alla conquista di Milano, ricadendo così fra le due occupazioni spagnuola a Napoli e francese a Milano distruggendo tutta l'opera di Giulio II; e questo per premunirsi contro il pericolo immaginario di una conquista svizzera. Non suppone nemmeno che Leone X debba seguire la politica del suo antecessore complicandola colle aspirazioni regali della propria casa.

Perfino il tentativo del concilio di Pisa contro Giulio II, che in quell'epoca fra Savonarola e Lutero poteva pure ad un pensatore politico ispirare qualche riflessione, non ne suggerisce alcuna degna di un grande ingegno al Macchiavelli; il quale rituffato dalla sua buona sorte nella vita privata, potè scrivendo i Discorsi, il Principe, le Storie, la Mandragola acquistare nella letteratura quella gloria che la politica gli contendeva giustamente. Nessuno ha colto con maggiore profondità e finezza di Giuseppe Ferrari tutti questi errori politici del Macchiavelli.

La battaglia di Pavia dando a Carlo V una supremazia incontestata su tutta l'Europa gli subordinava pure la politica del papato.

Perciò Clemente VII alleatosi per abbassare la Spagna con Francesco I, dopo la prigionia di questo, rimase solo contro il vincitore irritato. La posizione era terribile; se i pericoli della Riforma non avessero costretto papato ed impero ad allearsi, tutta l'opera di Giulio II andava forse perduta. Il problema politico si avviluppò allora così stranamente che Guicciardini, la miglior testa del secolo, vi si sgomentò. Per resistere all'imperatore si pensò ad una Lega italica contro di lui, aiutata dalla Francia. Clemente VII ne pareva invasato, tutti aderivano, la Francia prometteva; ma l'uno non si fidava dell'altro, nessuno aveva fede in nessuno, tutti trattando fra loro della Lega, per tenersi aperta una porta, ne avvisarono Carlo V. Quindi ebbe luogo la congiura rimasta nella storia col nome del Moroni, che ne fu il mestatore e che consisteva nell'offrire al Marchese di Pescara la corona di Napoli e il grado di generalissimo della Lega. Il Moroni, finissimo diplomatico meglio che grande politico, non ne conchiuse altro che perdervi provvisoriamente la libertà per opera dello stesso Marchese di Pescara, che glie la ridonò morendo. Congiura e lega concepiti come espedienti finirono naturalmente in un aborto.

Il Guicciardini allora Presidente della Romagna coll'incarico di pacificarla, fra le cure del nuovo difficilissimo governo, nel quale mostrò le più eminenti qualità politiche, non solo non perdeva di vista gli avvenimenti, ma preveduto mirabilmente l'esito della battaglia di Pavia, ne aveva anticipatamente dedotte tutte le conseguenze con tanta singolare nettezza di visione da far prendere i proprii giudizi per profezie.

A lui venne mandato dal papa il Macchiavelli, che recatosi a Roma per ottenere qualche altro sussidio alle storie s'era fatto riprendere dalla smania di azione politica e dalla vecchia utopia della Ordinanza. Sognava già di sollevare il popolo e di lanciarlo armato ed invincibile contro gli eserciti di Carlo V. Il Guicciardini naturalmente ne sorrise: opporre Giovanni dalle Bande Nere con un esercito raccogliticcio, e come raccoglierlo? a Carlo V; un condottiero al padrone della Spagna, dell'Impero, delle Fiandre, di Milano, di Napoli, dell'America, vincitore esasperato della Francia, ecco quanto seppe concepire l'ingegno politico del Macchiavelli. Così discutendo col Guicciardini sulla prigionia di Francesco I, egli sostenne che Carlo V o non l'avrebbe liberato mai, o che Francesco I, sarebbe poi stato fedele alla propria parola e avrebbe rinunziato al ducato di Milano: Guicciardini affermava precisamente il contrario, e la storia gli dette prontamente ragione.

Macchiavelli partì desolato da Faenza, giacchè l'assicurazione datagli dal Guicciardini, che la Romagna, guerriera d'istinti, era meno che atta per le proprie divisioni di guelfi e ghibellini a dare un esercito, recideva l'ultima ala al suo ultimo sogno. A Firenze si distrasse ancora occupandosi della rappresentazione delle proprie commedie, tenne corrispondenza col Guicciardini, e tanto fece che fallito il disegno dell'Ordinanza e l'altro su Giovanni dalle Bande Nere, ottenne di essere cancelliere e procuratore della commissione nominata dal Consiglio dei Cento per la fortificazione delle mura. Ma anche questa volta, sebbene l'aiutasse Pietro Navarro, il primo ingegnere militare d'allora, la sua febbrile attività non potè vincere il disaccordo degl'ingegneri, nè ottenere danari all'opera. Era destinato che Firenze non riuscirebbe a difendersi se non nell'entusiasmo della libertà e sotto lo scudiscio della disperazione, e che un ingegnere ben altrimenti grande del Macchiavelli, Michelangelo Buonarotti, fortificherebbe le sue mura.

I tempi ingrossavano, Carlo V per impadronirsi dell'Italia doveva inoltrarsi coll'esercito, ma difettava di danaro: Francesco I uscito di prigione contro le supposizioni del Macchiavelli armava; il cardinale Colonna, nimicissimo di Clemente VII, alla testa di 800 cavalieri e di 3000 fanti irrompeva nella città eterna per imprigionarvi il papa, che potè a stento riparare in Castel S. Angelo, e furioso della fallita impresa saccheggiava chiese e palazzi cardinalizi. Il papa scese a patti, il cardinale abbandonato da Carlo V si ritirò a Grotta Ferrata, chiamandosi tradito. Intanto i soldati di Clemente fuggivano sotto Siena, Frundesberg nel Tirolo alla testa dei lanzichenecchi giurava di venire a Roma per impiccarvi il papa, e il Guicciardini luogotenente generale pontificio non riusciva a persuadere il duca d'Urbino, generale di Clemente VII, a più risoluta azione in tanto frangente. Il papa irresoluto non si decideva nè alla pace nè alla guerra.

Macchiavelli andò due volte al campo della Lega per conto della Signoria, e ne tornò sconfortato: tutto andava a rifascio. Firenze esposta ai primi colpi poteva essere da un giorno all'altro presa e saccheggiata. Intanto gli imperiali comandati dal Borbone, congiuntisi ai lanzichenecchi avanzavano su Bologna: il duca di Ferrara, il grande artigliere d'allora, sempre minacciato dalla politica assorbente del papato li spalleggiava. Firenze abbandonata dal papa, che trattava coll'imperatore, mandava di nuovo Macchiavelli al Guicciardini; il quale non riuscendo a smovere il duca d'Urbino dal proposito timido o traditore di non attaccare gl'imperiali, promise di accorrere al primo pericolo della patria colle genti del papa, anche malgrado la volontà del duca generale. Ma gl'imperiali presero tumultuando la via di Roma. Allora il papa concluse una tregua col Lannoy, vicerè di Napoli, impegnandosi a reintegrare i Colonna e a ritirare le armi dal Napoletano, lasciando il reame a Carlo V, Milano allo Sforza e pagando 60000 ducati al Borbone, il quale si sarebbe ritirato. Il popolo romano indignato si ribellò: il Borbone, che aveva ordini secreti di procedere, dichiarò insufficienti per il suo esercito i 60000 ducati, e passò il Reno presso Bologna.

Nessuno ci capiva più nulla. Il povero Macchiavelli, vecchio e ammalato, ritornò a Firenze, nella quale il terrore di un assalto e lo sdegno contro il cardinale Passerini, reggente pel papa, erano al colmo. Bastò l'occasione di un tumulto provocato da un soldato perchè tutti si levassero al grido di popolo e libertà. Si dichiararono decaduti i Medici e ripristinata la repubblica. Ma il cardinale Passerini accorse alla riscossa con pochi archibugieri e colle guardie medicee assediando il palazzo; si temeva una strage e non ne fu nulla: tutto parve finito con una promessa di perdono generale e l'elezione di nuova Signoria. Poco dopo arrivò la notizia del sacco di Roma e del papa prigioniero in Castello: allora il tumulto mutandosi in vera rivolta, il cardinale dovette andarsene coi due pupilli, Ippolito e Alessandro dei Medici, mentre si proclamava la repubblica.

Questa fu per Macchiavelli l'ultima e la maggiore disgrazia. Già repubblicano col Soderini, quindi piaggiatore dei Medici cui dedicava il Principe e le Storie, loro servo fino allora senza prevedere la nuova e suprema rivoluzione repubblicana, fu sospetto a tutti; la sua vita, il suo carattere, la mutabilità delle sue opinioni, tutto lo accusava. Invano oggi il Villari e molti altri vorrebbero difenderlo ripiegandosi sul patriottismo delle sue vaghe aspirazioni a uno stato nazionale, e sulla fatalità che lo aveva costretto a servire casa Medici; il patriottismo necessario d'allora non poteva essere compensato da un patriottismo immaginoso e immaginario come quello del Macchiavelli, che non fece mai nulla nemmeno per esso e lo disdisse troppe volte e non arrivò a dargli mai i contorni di una vera utopia. Firenze non era e non poteva essere l'Italia; l'infedeltà alla repubblica fiorentina non era scusabile con un'aspirazione a una repubblica o a una monarchia italiana. Poi nulla giustificava la servilità del Macchiavelli verso i Medici così nelle Storie, come nel Principe; solo l'egoismo e i bisogni domestici di un letterato di molto ingegno e di poca coscienza potevano spiegarla. E a quei tempi, nei quali fazioni e partiti si combattevano e si esiliavano ancora a vicenda, la fede alla propria parte era tuttavia abbastanza sentita in tutti. Macchiavelli servì fedelmente tutti i padroni, ma non serbò fede a nessun principio. La mollezza del suo carattere e lo scetticismo del suo spirito come gli scemarono il valore politico nell'azione, così gli tolsero quello morale nella vita. I repubblicani di quest'ultima repubblica, nata in tanto difficile ora per morire tragicamente, dovettero guardare con disprezzo questa figura di vecchio impiegato e letterato, che credendosi un gran politico aveva sempre dato a tutti consigli non mai seguiti da alcuno e che nelle crisi dolorose della patria aveva sempre separato il proprio dal suo interesse. La congiura del Boscoli, nella quale egli aveva fatto così magra figura, non poteva essere dimenticata: il rifiuto opposto alla congiura Soderini doveva essere noto.

I duecento fiorini delle Storie a lui commesse dal Medici e nelle quali i Medici erano falsati ed elogiati, saranno sembrati a più d'uno di coloro, che si disponevano a morire per Firenze repubblicana, come il prezzo di un tradimento, il danaro di Giuda.

E la coscienza del proprio torto oppresse il Macchiavelli. Scartato dalla nuova commissione per la difesa delle mura, dimenticato nella nomina del nuovo segretario dei Dieci della Guerra e che fu certo Tarugi, un ignoto rimasto ignoto, mentre egli si era illustrato nel medesimo ufficio, non protestò. Egli, lo scrittore più eloquente del secolo, il letterato che avrebbe bastato alla sua gloria, non scrisse su ciò una sola pagina, grido sublime di dolore e di amore di patria. Il suo patriottismo soccombette. Era quello il grande momento per una grande anima. La tragedia che minaccia ogni uomo nella vita lo av

eva finalmente colto: la patria risorta per morire diffidava di lui, non voleva morire con lui. Nessun'offesa, nessun maggior dolore per una coscienza di cittadino e di poeta. Respinto dalle cariche, isolato dalla diffidenza, colpito dai dispregi, vecchio, povero, solo con se stesso, col suo ingegno, col suo cuore, colla sua anima, Macchiavelli avrebbe potuto, sentendosi grande e calunniato, scrivere il proprio testamento politico e dettare così l'epitaffio per la tomba che aspettava la repubblica fiorentina.

Non lo fece, non lo poteva fare. Egli era una piccola anima in un grande ingegno.

Quando, morta la repubblica, Buonarotti si trovò costretto a servire i Medici, si nascose per lungo tempo a tutti nella loro cappella e scolpì sulle loro tombe le più tragiche figure, che vanti ancora la storia dell'arte: così sfogò il proprio dolore, e interrogato lo spiegò in una quartina, che Dante invidierebbe e vale sola tutta l'opera letteraria del Macchiavelli.

Ma Buonarotti era un genio, e il genio deve avere l'intelletto pari al cuore.

Dopo quest'ultimo sfregio, sciaguratamente meritato, Macchiavelli ammalò e morì con tutti i conforti della religione. Fu suprema ipocrisia, suprema indifferenza, che consente nel costume universale, o una vera conversione? Forse un po' di tutto, perchè le opinioni del suo ingegno non bastarono forse alla debolezza del suo carattere nell'ora estrema.

Sepolto in Santa Croce nella sua cappella gentilizia, non ebbe pompa di funerali nè rimpianto di popolo. La sua famiglia si estinse presto; la cappella, passata in altre mani, cadde in tale abbandono che non si potè più indicare il luogo preciso della sua sepoltura. Quasi tre secoli dopo per opera di lord Cowper, auspice Leopoldo, si fece la prima grande edizione delle sue opere, e gli si eresse nella stessa cappella un piccolo monumento, sul quale il dottor Ferroni pose l'ampollosa iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM.

E Dante e Buonarotti e Galileo, che gli dormono accanto, dottor

Ferroni?!

Poichè di ogni uomo, per quanto grande, una parte muore, quale è dunque nell'opera del Macchiavelli quella che rimane? I suoi Discorsi hanno davvero fondato la scienza storica, il suo Principe stabilito la scienza politica, le sue Storie iniziato il metodo storico? Lo si è affermato molte volte, ma nessuno de' suoi più ferventi ammiratori è riuscito a provarlo.

Come reazione al medioevale concetto mistico della vita i suoi Discorsi non sono che una negazione; all'ipotesi della legge divina Macchiavelli sostituisce come verità suprema la realtà effimera del fenomeno. La sua teoria è quindi più angusta e più falsa della precedente. La sua storia non ha perciò altra legge che la gravità di un fatto, il quale ne sposta o ne schiaccia un altro. La sua legislazione prescinde dal diritto, il suo Principe è la soppressione di ogni governo nella unificazione personale di tutti i poteri. La sola idea che in esso valga è la negazione della moralità privata nell'azione storica ma negazione impotente che non si converte in affermazione trovando quale possa essere la moralità della storia. Macchiavelli non sente che l'umanità non può essere diversa dall'uomo; se l'individuo ha una morale, l'umanità deve averne un'altra, e ambedue sono egualmente vere. Il loro antagonismo apparente nella vita dovrà conciliarsi nella storia.

Macchiavelli sacrificò egli le proprie teorie all'ideale della patria? La sua utopia, se pure può chiamarsi così, fu in lui coscienza di filosofo o di uomo? Come coscienza filosofica sarebbe stata sistematica, come coscienza umana sarebbe stata operosa; Macchiavelli la contradisse in tutte le opere e la dimenticò sempre nell'azione. Una utopia e un disegno, la sua fu un'aspirazione. Desiderare uno stato nazionale non è concepirlo; concepirlo allora sarebbe stato trovare una combinazione inattuabile ma organica, nella quale tutti gli Stati di allora o si fondessero o si confederassero in un corpo, mettendo in questo corpo una coscienza, tracciando una legislazione, coordinando le varietà nell'unità, le differenze nelle funzioni, le funzioni nei poteri. Macchiavelli espresse l'aspirazione che era in tutti gli spiriti colti di allora, potè appassionarvisi meditando o fantasticando, ma non passò mai dal sogno al disegno, dal disegno allo studio dei mezzi.

Le sue Storie non afferrarono nè il concetto del medio-evo nè quello del rinascimento. Il medio-evo per raccontarlo bisognava intenderlo, e Macchiavelli lo sopprime. Il medio-evo è il mondo delle invasioni sul mondo romano, col cristianesimo sul paganesimo, colla scolastica sopra Aristotile, col papato sopra la chiesa, coll'impero sopra la feudalità, colla nuova individualità sopra l'antica, con un'altra unità nella storia, un altro principio e un altro fine in entrambe. Il mondo antico ebbe la città, il mondo nuovo ha il comune: il mondo antico si basava sulla servitù, il mondo nuovo sulla libertà; in questo l'uguaglianza spirituale preparava tutte le altre, in quello le differenze storiche distrussero tutte le forme nelle quali si erano realizzate. Il mondo barbaro si riunisce nelle invasioni, il mondo cristiano nelle crociate. Macchiavelli, che cita una volta sola Dante, non sospettò il medio-evo. Le sue Storie sono una successione di drammi, nei quali la politica è al tempo stesso anima e decorazione.

Il risorgimento è un fiore che spunta sopra un albero che muore.

Il mondo di S. Tommaso e di Dante, di Gregorio VII e di Barbarossa, delle crociate e delle invasioni, della fede e delle barbarie, dei santi e dei vassalli, dei signori e dei comuni, dell'imperatore e del papa scompare; l'uomo moderno libero nella coscienza, nella vita e nella storia s'inoltra. Tutto rovina intorno a lui; Copernico gli dà il cielo, Colombo l'America, Lutero la libertà, Guttemberg la cultura universale colla stampa, Cesalpino il moto nel sangue, frate Bacone l'uguaglianza militare colla polvere, gli artisti il senso della vita, gli eruditi i secreti della tradizione, gli scienziati la padronanza della natura, i filosofi la sovranità del pensiero. Nel risorgimento la prima tendenza politica è la nazionalità, conseguenza della individualità: si costituiscono i regni sulla base delle razze, nell'orbita del possesso storico. Per arrivare all'unità bisogna quindi passare per l'unificazione, che avrà un processo dispotico. Ecco la necessità che uccide i comuni. Il dispotismo per sopprimere tutti gli antagonismi deve divorare tutte le Signorie: la sua livellazione produrrà l'eguaglianza, e la sua pressione fortificherà la coscienza. L'Italia, che ha troppe e troppo antiche differenze, non potrà costituirsi in uno Stato solo: le piccole Signorie si fonderanno in reami e ducati; lo straniero è necessario a quest'opera. La contesa fra papato ed impero è esaurita, il papato dovrà battersi colla Riforma, più tardi unito ad essa contro la scienza.

L'Italia nel risorgimento non è conquistata come credette il Macchiavelli; non è lo straniero che la soggioga, ma italiani che combattono contro italiani. I minimi governi scompaiono, e siamo allo stato col sovrano e col suddito.

L'Italia allora non era guerriera ma artistica, commerciale, industriale, erudita; la sua coscienza era fiorentina, veneziana, milanese, genovese, napoletana, non italiana; il suo ideale non poteva essere diverso. Solo nell'orbita di un maggiore Stato, nell'uguaglianza sotto un re potevano fondersi queste diverse coscienze in una sola. Le ultime passioni d'allora erano medioevali, libertà di comune, odio di fazione. L'Italia, i cui eserciti si battevano così male, aveva dei partigiani che si battevano fin troppo bene; tutta piena di eccellenti capitani, aveva dei venturieri e non una milizia.

Il risorgimento sfuggì al Macchiavelli. Predilesse la repubblica quando diventava impossibile, credè al Valentino che era l'ultima espressione del principe fuso col condottiero, sognò la milizia quando cessava la patria, lo Stato mentre mancava ancora la nazione, offrì ai Governi futuri la politica dei Governi passati, non s'accorse che la religione stava per rinnovarsi, il diritto per prodursi, la libertà per regnare. E il suo regno dovendo essere nella coscienza, la libertà religiosa era la prima.

Come i suoi Discorsi sono senza l'idea del progresso, così il suo Principe è senza quella della morale, e le sue Storie senza l'altra del diritto, e la sua arte senza passione.

Macchiavelli nel proprio secolo è uno straniero; se ne ha i vizi, non ne ha le idee e non ne sente le passioni. Ha l'istinto del nuovo, ma non lo afferra e si avviluppa in contraddizioni insolubili; chiarissimo nella visione dei fatti, l'intorbida appena ne cerca la ragione: realista, è un sognatore. Non comprende e nessuno lo comprende, vuole agire e non può, insegnare e non gli si bada; consiglia il dispotismo ed è un democratico, adora il proprio comune e vorrebbe una patria italiana, odia Roma e non si volge verso Lutero: è un artista e non parla mai d'arte, è un indipendente sempre in cerca d'un padrone, un libero che ignora la libertà.

Così diventa a sè stesso e agli altri inesplicabile, ma la sua spiegazione sta nel suo secolo, nel quale muore tutto il medioevo e nasce il mondo moderno. Egli vi è il vertice di tutte le contraddizioni, la vittima di tutti gli antagonismi. La sua coscienza era solo nell'intelletto, la sua infallibilità nell'istinto; vuole l'impossibile e l'impossibile diventa la verità del futuro; si stima un politico e rimane un letterato. A Boccaccio, a Petrarca non era succeduto altrimenti; divennero celebri per le opere cui davano meno importanza, il Canzoniere e il Decamerone. Del resto questa incoscienza è la caratteristica del tempo. Uno solo, il più grande fra i grandi d'allora, sente il vuoto e la morte intorno a sè: la sua anima è tragica, Michelangelo Buonarotti. La diversità delle sue attitudini e la varietà delle sue opere non lo distraggono come Leonardo, la bellezza non lo appaga come Raffaello, la ricchezza non lo soddisfa, la gloria non lo consola. In un secolo dissoluto è casto, in un'epoca irreligiosa sente sopratutto la religione; ha tutte le fierezze di un cittadino nella dignità dell'uomo. Rimane scapolo, non lascia figli.

Come Dante, il suo grande antecessore, sovrasta al medio-evo, Michelangelo domina il risorgimento; entrambi tragici ma sereni, riassumendo il loro tempo, sono universali.

Il cinquecento, che pare tutto corruzione, ha pure una grande sanità nel popolo, che Michelangelo rappresenta: ecco l'avvenire.

La generazione che sta per sorgere avrà tutta la coscienza che manca a quella che tramonta; Campanella, Telesio, Bruno, Tasso, Sarpi, Galileo, filosofi, scienziati, storici, poeti, tutti diventeranno martiri nella coscienza e per la coscienza. Tragedia e carnevale sono finiti, comincia il dramma. La vita diventa una conquista del mondo interiore ed esteriore. La Mandragola e il Principe non si capiscono più; alla delicatezza della forma è succeduta quella del sentimento.

L'indagine si sostituisce alla ipotesi, la prova alla autorità; il papato, che aveva accettato la dedica dei libri di Copernico e di Macchiavelli, processa Galileo, pugnala Sarpi, imprigiona Campanella, brucia Bruno. Le corti respingono Tasso, il grande poeta che muta l'eroe classico e il cavaliere romanzesco nel gentiluomo moderno.

Ma nessuno di questi grandi scrittori, nemmeno il Galileo, supera il Macchiavelli nella prosa. Quasi sempre più fluido, spesso più limpido del Macchiavelli non ne ha l'eloquenza, il rilievo, la sicurezza dei moti bruschi ed improvvisi. La prosa del segretario fiorentino considerata nel suo tempo è un miracolo di potenza e di originalità. Non vi si sentono influssi latini nè contorsioni scolastiche, tutto vi è vero, tutto vi è fuso; ha la bellezza greca alla quale non occorre la grazia e che ignora gli ornamenti. Pensiero e parola, frase e periodo, tutto è colato in un solo getto: l'argomento, che vi si svolge, l'avviluppa, la conduce seco, l'anima e n'è animato. Il colore viene alle parole dalle cose, la sonorità vi è ritmata sul sentimento senza che una volontà straniera o un gusto posteriore l'àlteri per abbellirla.

Macchiavelli, che non era un letterato nel senso attribuito allora a questa parola, e che credendosi un politico non scriveva per scrivere ma per esprimere il proprio pensiero reso lucido dall'evidenza della percezione artistica e dalla sicurezza di una dialettica che nessun dubbio filosofico inceppava, trova senza cercarla, come doveva fatalmente accadere, la prosa italiana. Se fosse stato più artista, forse non avrebbe saputo sottrarsi al gusto dell'epoca; se fosse stato un filosofo o un vero politico, le difficoltà della materia gli avrebbero disturbata l'armonia della forma. L'entusiasmo col quale si obliava nelle proprie teorie e la passione che metteva nei fatti loro favorevoli, erano la sua coscienza e la sua verità di scrittore, giacchè senza l'una e senza l'altra non si può esserlo.

Macchiavelli si è contradetto spesso, ma non ha mentito mai a sè medesimo; nessuno fu meno macchiavellico di lui.

La sua prosa è uno specchio, il quale riflette tutto il suo pensiero con tale nettezza che a nessuno può venir in testa di credere che fra quella e questo l'ipocrisia abbia calato i proprii veli.

Che se questa gloria di aver fondato e perfezionato nel medesimo tempo la prosa italiana paresse troppo scarsa agli ammiratori del Macchiavelli, la gloria di Dante fondatore della poesia non dovrebbe sembrar loro molto maggiore, giacchè fra prosa e poesia la differenza non è poi grande quanto il volgo immagina, essendo entrambe egualmente necessarie alla vita del pensiero nazionale. E alla prosa solo Macchiavelli deve la popolarità delle sue sentenze, che luoghi comuni al suo tempo la coscienza non potè poi ratificare e nullameno lette una volta non uscirono più dalla memoria nemmeno di coloro che le respingevano dall'intelletto. Questa immortalità della bellezza se non vale quella della verità, non è seconda a nessun'altra, e Macchiavelli smentito dalla storia, abbattuto dalla scienza, misurato dalla critica, non più temuto o vagheggiato dalla coscienza moderna, può rimaner calmo nella sicurezza dalla propria gloria, poichè fino a quando in Italia si pensi e si scriva la mente di tutti ricorrerà involontariamente alle sue opere, invidiandone quella bellezza d'espressione, nella quale sola il pensiero trova la coscienza di sè medesimo e l'immortalità.

Free to Download MoboReader
(← Keyboard shortcut) Previous Contents (Keyboard shortcut →)
 Novels To Read Online Free

Scan the QR code to download MoboReader app.

Back to Top

shares