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   Chapter 9 No.9

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 47717

Updated: 2017-12-04 00:03


Si è affermato, e il Villari è uno degli ultimi e più autorevoli in tale opinione, che con Macchiavelli comincia davvero la scienza politica, tanto meravigliosamente cresciuta in questo secolo. Se ciò fosse vero la gloria del Macchiavelli varrebbe quella del Galileo, giacchè le leggi della storia sono più difficili e non meno importanti di quelle dell'astronomia; ma se il Macchiavelli fu un osservatore solamente secondo al Guicciardini nello studio dei fatti politici e diverso in ciò da lui tentò ordinarli nel Principe entro una specie di sistema, non solo non ebbe nè coscienza nè potenza di una vera costruzione scientifica, ma le sue stesse osservazioni più spesso psicologiche che sociali gli riuscirono monche e insufficienti all'argomento.

Il medio-evo aveva avuto due scuole politiche: l'una guelfa e l'altra ghibellina. San Tomaso ed Egidio Colonna dominarono nella prima, Dante Alighieri e Marsilio da Padova brillarono nella seconda. Per San Tomaso la Chiesa era la sola vera unità della vita che cominciata sulla terra si compieva in cielo: il Papa riassumeva nella propria autorità questa unità e doveva dirigere la storia verso il fine che la trascendeva. Per Dante il fondamento della società è nel diritto, che divino anch'esso, essendo la giustizia voluta da Dio, à nullameno indipendente dalla religione e costituisce la base dell'impero. L'Imperatore sintetizza in sè l'Impero come il Papa la Chiesa: debbono armonizzarsi non sovverchiarsi; entrambi universali ed indiscutibili, non dipendono che da Dio, del quale hanno in deposito sacro l'autorità e la verità. Malgrado parecchie buone osservazioni storiche sul mondo romano e le inconscie ma innegabili tendenze alla emancipazione della società laica dalla ecclesiastica, Dante non ebbe e non avrebbe voluto avere il concetto dello stato laico, che molti apologisti si ostinano ancora ad attribuirgli. Il suo dissidio con San Tomaso rimane entro la cerchia incantata della scolastica, e il suo impero è piuttosto un riflesso che un avversario della Chiesa.

Con Marsilio da Padova, che la Germania sembra aver scoperto all'Italia, appare invece e sfolgoreggia il concetto dello stato moderno. Nel suo Defensor Pacis, il libro più meraviglioso del medio-evo, la polemica lo porta così alto da volere addirittura sottomessa la Chiesa allo Stato; quindi esamina i vari ordini dell'attività umana, determina molte funzioni sociali, separa il potere esecutivo dal legislativo emancipandosi primo dall'autorità tirannica di Aristotile. La monarchia di Marsilio è quasi una repubblica rappresentativa colla sovranità assoluta del popolo: la Chiesa risiedente nella universalità dei credenti e nelle Sacre Scritture non ha alcun potere coercitivo nemmeno sugli eretici. Se Dante nella sua Monarchia secondo la bella frase di James Bryce dettò l'epitaffio dell'impero, Marsilio nel Defensor Pacis scrisse la prefazione della riforma evocando dal futuro lo stato moderno. Certo egli non poteva dir tutto, nè tutto bene come il Villari vorrebbe, ma nessuno, il Macchiavelli compreso e venuto tanto tempo dopo, disse di più. Dopo questa grande vittoria di Marsilio sulla Scolastica, ottenuta con uno sforzo allora incompreso e oggi ancora quasi incomprensibile, non vi furono altri grandi tentativi. Fra l'Impero e la Chiesa non più così compatti avversari, avendo involontariamente colle loro discordie cooperato alla trasformazione dei Comuni in piccoli Stati entro i quali l'equilibrio degli sforzi e la moltitudine delle minime differenze favorivano in fatto la libertà, il grande dissidio teoretico parve sopito. Quindi l'erudizione dissuggellò il mondo classico traendone concetti e ragioni politiche prima ignote o trascurate. L'antico Stato pagano, già rievocato da Dante, abbacinò tutte le menti nel confronto involontario coi piccoli Stati del tempo; la sua virtù politica signoreggiò come ideale di grandezza storica la virtù cristiana.

Ma i molti eruditi, che scrissero allora trattati politici, fecero misture di massime cristiane e pagane piuttosto per esercitazione rettorica e con intendimenti di sermone che con vero scopo di battaglia politica o intenzioni di scienza. La quale doveva tardare ancora troppi secoli a nascere. In quella lotta di minimi Stati, che inermi e padroneggiati dai condottieri preferivano naturalmente la guerra degli imbrogli a quella delle armi, era sorta intanto una diplomazia ribalda ed astuta, nella quale lo studio degli uomini e il conflitto degli interessi menavano inconsciamente all'esame delle realtà storiche. Ma poichè mancava lo Stato italiano e la coltura intellettuale non si appoggiava sulla base solida di una coscienza nazionale, non era possibile trovare le vere leggi sociali e la media dei singoli interessi, o dalla morale puramente precettiva delta religione risalire al diritto per determinare di qualche guisa i rapporti dell'individuo collo Stato. Poi la storia avviluppata in quella molteplice tragedia di tutte le forme medioevali dissolventisi non mostrava indirizzo; il Comune era moribondo, lo Stato non nato, la Federazione impossibile, l'unità inconcepibile, l'indipendenza dallo straniero un desiderio mutevole negli interessi d'ognuno, la libertà libera, secondo la bella frase di Macchiavelli sugli Svizzeri, un mistero che solo l'unità dello Stato e l'eguaglianza politica degl'individui potevano rivelare.

Macchiavelli e Guicciardini capitarono in questo mondo e lo scrutarono.

Se San Tomaso ed Egidio Colonna avevano formulato nella loro teorica il concetto dell'universale politico del medio-evo, Macchiavelli e Guicciardini esposero in vari scritti le idee del particolarismo che era la caratteristica del loro secolo. Nessuno di loro due fu filosofo, ma cresciuti piuttosto nel disprezzo della filosofia che il neo-platonismo del Ficino aveva finito di screditare presso gli spiriti pratici, tendevano alla giurisprudenza senza raggiungerla, come alla migliore scienza del particolare e alla vivente tradizione di quella Roma nella quale tutti più o meno cercavano un modello.

E da Roma s'inspirò la maggior opera politica del Macchiavelli.

Ritiratosi, per evitare forse nuovi sospetti, nell'anno 1513 alla sua piccola villa in Percussina e disperato dell'aspettarvi sempre un ufficio non mai promessogli, si pose con più ardore allo studio. La politica che aveva amato come una donna, e dalla quale era stato respinto, lo perseguitava ancora con fantasmi e problemi. Non essendo mai stato abbastanza forte per dominarla imponendole le proprie idee, gli si acuiva ora naturalmente il desiderio di penetrare il segreto delle sue, scoprendo i reconditi motori delle sue così strane mutazioni e come si sviluppassero le sue forme; perchè si vincessero l'una l'altra con perpetua vicenda, in qual modo gli uomini cangiassero entro di esse e sopratutto come vi si potessero mantenere. Era come una rivincita della sua passione, l'estremo sforzo di un amante che cacciato dalla bella la decompone analizzandola e si rialza vittorioso dell'averla finalmente capita. Comprendere non è forse più che volere? Il pensiero non è sempre maggiore dell'azione?

Il fondo artistico della sua natura fermentava. Tutte le osservazioni e le esperienze di quei quindici anni d'esercizio politico gli si risvegliarono tumultuando nel pensiero. Era una ressa nella quale nessun fatto andava perduto, nessuna idea restava nascosta. Una luce bianca e fredda gli rischiarava la memoria, come il sole fa a certi giorni limpidi d'inverno quando la terra è tutta coperta di neve. Pensiero, anima, tutto gli si assorbiva nella memoria. Firenze col suo interessante esperimento del nuovo governo mediceo, e l'Italia stessa con tutta la sua tragedia di dolori e di pericoli, non esistevano più; in lui la curiosità del grande problema politico soffocava persino lo spasimo della sconfitta. Non gl'importava più nulla di essere un vinto. Voleva scoprire e sapere. Non era un filosofo e non si alzava troppo smarrendosi nell'astrazione, come più tardi doveva fare Vico cercando le massime leggi della storia; la sua era l'astrazione artistica che non oltrepassa la psicologia e non dissecca mai i fatti che analizza e non dissolve mai le forme che scruta.

Studiava la stessa politica, che aveva vissuto, fatta solamente di passioni, di bisogni, di idee individuali. Tutto quanto trascendeva l'individuo rimaneva inutile all'individuo stesso ed al problema. La vita era una realtà. Lo Stato non essendo composto che di individui, questi dovevano fatalmente contenere il secreto della sua vita, giacchè ogni società è basata sulla natura dell'uomo che pensa, sente, opera unicamente per sè. I più forti s'impongono, i più deboli subiscono. Ma come possono i forti imporsi? Studiando come e perchè i deboli subiscano.

Così la storia diventa un immenso dramma di cui la sola unità è nelle scene. Le parti non essendovi prestabilite, ogni attore può impossessarsi di quella che più gli talenta, salvo ad averne la forza. Una fantasmagoria sanguinosa si apre dinanzi al pensiero, ma così incessante ed immensa che il cuore non può sopportarla se non concentrandosi in qualcuno de' suoi quadri, mentre l'intelletto, cercando il nodo che stringe scena a scena, spia già quella che finisce per indovinare la fine di un'altra che incomincia.

è come un'altra visione ariostea trasportata dal sogno della cavalleria medioevale alla storia del mondo. I vari gruppi delle scene e dei personaggi vi rappresentano gl'imperi e le repubbliche dell'antichità. Le decorazioni contigue rimangono nullameno distinte, formando ciascuna un mondo a parte. Ma in questo caleidoscopio, che pare così vario e nullameno è così uniforme, ancora un'altra somiglianza con quello dell'Ariosto, giacchè la scena che vi si eseguisce è sempre politica ed è sempre un uomo che vuol comandare ad un altro che non vuol obbedire, solo l'eroismo di chi vince o di chi perde, tanto più bello se di un capitano che si sacrifichi per il proprio esercito o di un re che muoia per il proprio popolo, può apprendere all'intelletto qualche entusiasmo. L'eroismo allora sale oltre la virtù, la morte si complica di un olocausto che esaltando l'esercito o il popolo pel quale è compito gli assicura nuove vittorie. Ecco lo stato creato dall'eroismo del tiranno e mantenuto dalla sua grand'anima.

Ma veniamo ai Discorsi e al Principe.

Alcuni critici hanno voluto crederle due opere senza relazione, ma l'esame più superficiale di esse persuade subito che i Discorsi furono la preparazione, dalla quale si formò il Principe, per quanto premuto da un esterno bisogno, questo uscisse prima di quelli. I Discorsi non sono un trattato e non hanno costruzione scientifica: di essa il Macchiavelli non ha la più piccola preoccupazione. Dovevano essere nel suo pensiero un commento a Tito Livio, ma non gli riuscirono che divagazioni sparse di riflessioni, interrotte da raffronti, da quadri storici, da mezze biografie. Nessuna critica presiede al commento; Macchiavelli accetta il racconto di Tito Livio come verità accertata e indiscutibile. Sono divisi in tre libri, il primo dei quali discute come si fondino e si ordinino gli Stati, il secondo come s'ingrandiscano e si conquistino, il terzo come crescano e decadino. La distribuzione della materia è confusa, il richiamo da un libro all'altro, e l'inversione dello sviluppo quasi continua.

Il futuro storico fiorentino nel grande storico romano, attraverso la pompa magnifica dello stile, non cerca il critico o il filosofo, ma l'espositore: tutto è uguale per lui, il racconto di una magia e quello di una battaglia. La favola della fondazione di Roma non lo mette in sospetto, la simbolica delle prime forme giuridiche e politiche non nasconde nulla per lui quasi contemporaneo del Sigonio, che stava per aprire all'erudizione la grande via della critica. Macchiavelli non è nè un erudito nè un giurista. Il segreto della storia romana starà per lui nella vicenda delle guerre, nel gioco meccanico del governo. Dedicando questi Discorsi al Buondelmonti, dice di mettersi per una via non battuta da alcuno; ma questa originalità consiste per lui nell'insegnare l'imitazione degli antichi anche nella politica, mentre era già usata nella giurisprudenza, nella medicina e nell'arte. Per progredire retrocede, anzi il progresso per lui non esiste. La sua base essendo la psicologia nella quale l'uomo risulta sempre uguale a sè stesso, il progresso è impossibile. Non esamina la civiltà delle varie epoche, non ne interroga le religioni, le arti, il diritto, l'economia: per lui la storia è già perfetta come si trova in Tito Livio e gli basterà per risolvere i problemi che si propone o gli vengono a mano a mano suggeriti dalla lettura e dai ricordi.

Così l'origine, lo sviluppo, la morte d'uno Stato non può essere che quella d'un Governo, nel quale i mutamenti riusciranno inesplicabili separati dalla ragione della vita sociale. Per Macchiavelli l'anima di un popolo non esiste, nel Governo solo che lo regge sta il segreto della sua vitalità: se il Governo non decadesse, il popolo sarebbe immortale.

Il concetto scientifico informatore di questi Discorsi, così evidente per il Villari che nullameno ha dimenticato di dichiararlo, non si vede. Se il Macchiavelli avesse avuto un vero temperamento di scienziato, si sarebbe anzitutto preoccupato della forma e del metodo del suo libro: se il suo ingegno avesse posseduto un'idea originale, avrebbe intorno ad esso raggruppati tutti i fatti e li avrebbe con essa interpretati. Ora l'idea originale gli manca come storico, critico e politico. Dopo l'immenso monumento della Politica di Aristotile, nella quale lo Stato è concepito ed esaminato nella molteplice unità delle sue funzioni, il concetto angusto del Macchiavelli che lo scambia pel Governo, non è una originalità ma un errore.

L'uomo concepito dal Macchiavelli, indifferente ad ogni attività che non sia politica o militare, pensa solo a difendersi o ad aumentare la propria forza, cosicchè la difesa, mezzo alla vita, ne diventa lo scopo e la formula finale. Macchiavelli non imita Aristotile, lo ignora o non lo comprende. Questi, fondando il metodo induttivo nelle scienze naturali e il metodo storico nelle politiche, aveva affermato che i fenomeni della natura e i fatti della storia andavano egualmente trattati. Macchiavelli sembra non conoscere questo metodo che Leonardo da Vinci aveva già usato e Galileo doveva fra poco perfezionare; la sua induzione e la sua deduzione operano in un cerchio così stretto che i fatti debbono snaturarsi per capirvi. Il Villari trova ancora un'immensa differenza tra Macchiavelli e Aristotile, e quindi un merito di originalità nel primo, perchè mentre Aristotile già in possesso dell'idea concreta dello Stato mette a scopo della sua Politica la ricerca del migliore fra i governi, il Macchiavelli dichiara inutile questa ricerca e vuole invece indagare quali essi sieno o possano essere; ma per questo gli occorrerebbe l'idea dello Stato, e non avendola nemmeno quale la possedeva Aristotile, non solo tale indagine gli rimane impossibile, ma lo condurrà a maggiori errori. Aristotile trovò lo Stato greco quasi immedesimato colla religione e l'emancipò, esaminandolo, come un fatto naturale e dichiarando l'uomo un essere essenzialmente politico; il Macchiavelli prescinde anch'egli dalla religione, ma invece di svincolare lo Stato lo isola, lo amputa, ne fa un meccanismo governativo, che muove sè stesso senza ricevere e quindi senza poter comunicare ad altri il proprio moto.

La Politica di Aristotile è una delle tappe più gloriose nella storia del pensiero umano, forse il monumento più grande delle scienze storiche; i Discorsi del Macchiavelli non furono e non saranno mai che discorsi di un grande ingegno vagante nella storia colla penetrazione dell'arte politica e di una varia esperienza personale.

I Discorsi cominciando dal ragionare delle origini delle varie forme di governo s'appropriano, traducendolo, tutto un brano del settimo libro delle Storie di Polibio: le applicazioni che il Macchiavelli ne fa alla storia romana concludono a questo, che Romolo avrebbe potuto fondare diversamente Roma e diversamente informarne la storia, ma che i Romani risultarono così da lui costituiti e così durarono per gli scopi che dovevano realizzare. Secondo Macchiavelli la religione fu causa precipua della grandezza dei Romani, non per il suo contenuto, ma per avere conservato buono il costume; così la corruzione della religione cristiana organizzando la Chiesa a Stato diventò invece la vera cagione per la quale l'Italia non si potè mai riunire in nazione. E questo è un doppio errore del Macchiavelli, poichè i Romani furono un popolo pochissimo religioso e l'Italia non fu mai nazione nemmeno sotto di loro, durante la repubblica perchè non ancora unificata, nella monarchia perchè spezzata poi in provincie.

Quindi Macchiavelli arriva presto alla sua teorica prediletta, che suggeritagli dalla politica vissuta e verificata secondo lui dai racconti di tutte le storie, finisce non solo per sembrargli giusta, ma decisiva.-Ove si deliberi della salute della patria non vi è più nè giusto nè ingiusto.-L'uomo di Stato è al di sopra della morale. Ma questa verità essenziale nello Stato, che retto dalle leggi storiche non può soggiacere alla moralità delle leggi private, egli l'applica ai governi e ai tiranni senza accorgersi di scemarne il valore e di mutarne i risultati nell'applicazione. Poscia le tendenze democratiche gli si intromettono nel ragionamento guastandolo ancora: fra Catilina e Cesare per lui la differenza è solamente nel successo. La grandezza di Cesare gli sfugge perchè uccisore di una repubblica.

Strana contraddizione nell'autore del Principe che ammirava il

Valentino!

Prosegue quindi ad esaminare la condotta dell'uomo di Stato, quando governi un popolo universalmente corrotto e intenda mutare la forma del governo passando dalla tirannia alla libertà o viceversa; e i suoi consigli e le sue osservazioni sono sempre della stessa maniera: atterrire o corrompere. Il governo dello Stato si muta in governo delle passioni o dei vizi dei governati. Talvolta le sue frasi sono terse ed acute come un pugnale, ma l'argomentazione non gli si consolida; la causa della mancanza di nazionalità dell'Italia è sempre per lui la corruzione, alla quale non vede altra speranza o rimedio che la tirannia di un grand'uomo. Coglie a volo il guasto prodotto dalla putrefazione del feudalismo nella vita italiana e scorgendone immune Venezia crede che ciò dipenda solo dalla diversa forma della sua aristocrazia.

Quando si tratti di fondare un Regno, secondo lui bisogna disfare e rifare tutto, abbattere città e fabbricarne, tramutare da provincia a provincia i popoli come praticava Filippo di Macedonia: mai vie di mezzo. Per governare una città sottomessa vi sono tre soli modi: ammazzare i capi dei tumulti, rimuoverli, far fare loro la pace: l'ultimo è il più pericoloso, il primo il più sicuro. Questa è la sua scienza politica buona in tutti i secoli e con tutti i popoli. Quando la forza non basti, bisogna aiutarla colla frode, che da sola può vincere spesso mentre la forza da sola non vince mai; ma qui pare lo colga qualche scrupolo e cerca di spiegare il significato di questa frode, diminuendo il valore di quanto aveva prima affermato. Il capitolo delle congiure è uno dei più belli perchè schiettamente psicologico: quindi ritorna al problema della fondazione o dell'ampliamento dello Stato, affermando pessimo quello tenuto dalle repubbliche del medioevo che imponevano una servitù peggiore di quella stessa delle monarchie. Ma questa profonda osservazione, già fatta dal Guicciardini, non gli si slarga e non gli rivela la necessità che condannava tutte le repubbliche di allora, alle quali invece propone tre vie d'ampliare lo Stato: imitare gli Svizzeri e gli Etruschi, i Romani, gli Spartani e gli Ateniesi. Ottimo dei tre il modo romano.

Al principio del terzo libro si ferma per dire che i governi e le istituzioni per vivere lungamente debbano essere ordinati così da poterli spesso richiamare ai loro princip?; frase mal capita e peggio combattuta da Gino Capponi, e di poco valore giacchè è ancora un accenno all'ipotesi iniziale del grand'uomo che fonda profeticamente lo Stato per la storia avvenire, e peggio ancora perchè misconosce una volta di più l'azione fatale della vita dello Stato sul governo. Ma il richiamo al principio informatore dello Stato il Macchiavelli lo afferma più facile sul popolo che sopra un principe, facendo così contro tutti e con accento e entusiasmo democratico l'apoteosi del popolo, nel quale solo riconosce la capacità di mantenere le leggi, che il principe è più atto a dettare. In var? altri capitoli sparsi per l'opera si occupa già della milizia stabilendo le idee, che svilupperà poi nell'Arte della Guerra, e condannando anzitutto le compagnie di ventura, peste e rovina d'Italia; ma non si propone e non si spiega il problema della loro esistenza. Ha una fede illimitata nella costituzione e nella bontà delle milizie cittadine malgrado le crudeli e quotidiane smentite dei fatti, che provavano l'impossibilità di costituirle e la loro nullaggine in faccia alle bande di ventura: disprezza assolutamente le armi da fuoco e le fortezze che dovevano di lì a poco creare la nuova tattica e la nuova strategìa.

Da questa preparazione uscì il Principe: questi fu la figura, i Discorsi rimasero il fondo del quadro.

Evidentemente la cosa non poteva andare diversa nello spirito del Macchiavelli. Quelle scorrerie attraverso la storia di Tito Livio prodotte dalla sua passione per la politica del tempo nella quale era stato battuto, dovevano conchiudere a un'impresa. La sua critica senza metodo scientifico non era che una riflessione circoscritta nei fatti storici e animata dai loro sentimenti. Macchiavelli osservatore artistico della politica e da essa trascinato a diventarvi attore subalterno aveva dovuto naturalmente prendere la propria facoltà di osservare per la potenza di agire, e battuto duramente nella lotta invece di ricredersi rientrando in sè stesso, alzare piuttosto la propria singolare capacità di analisi fino alle pretese di farne una scienza. Ma di questa non aveva nè il temperamento nè la conoscenza dei limiti nè la coscienza del metodo.

Quei Discorsi così slegati, soliloquio più atto a persuadere sè stesso che a convincere gli altri, non potevano bastare all'energia del suo spirito: bisognava condensarli in un sistema o in una figura. Macchiavelli era artista e scrisse il Principe. Un personaggio fra i molti conosciuti nella pratica del suo ufficio gli si era imposto tiranneggiandolo e lo tiranneggiava ancora-il duca Valentino, eroe e genio di quella politica, della quale egli credendo di essere il maestro doveva restare il letterato. Il duca Valentino era l'uomo più complesso del suo secolo, e teneva alla Chiesa e al Principato, alla milizia e alla aristocrazia, alla politica e alle battaglie. Ultimo nella storia dei piccoli principi medioevali, slargava l'ambizione fino al sogno d'un Regno italico, riflesso dei grandi Stati nazionali che si costituivano allora in Europa, sulla coscienza italiana. Il Valentino aveva sentito il bisogno di schiacciare e di dissolvere le ultime forme feudali attaccando Principati e Comuni, disciplinando colla propria forza, che diventava quasi virtù, tutte le loro forze disgregate.

La sua figura ritta dinanzi allo spirito del Macchiavelli illuminava le sue osservazioni, coordinando le riflessioni confuse che gli si sarebbero forse imbrogliate nella meditazione. Il Valentino aveva la chiarezza dell'azione; era il sistema fatto uomo, il secolo individualizzato.

La fantasia del Macchiavelli, così facile ad accendersi pel fuoco dell'interna passione, s'infiammò: in poco tempo come sotto gli occhi del duca interruppe i Dis

corsi e scrisse il Principe. Nemmeno questo è un trattato, ma una biografia di lui, spesso sottintesa, frequentemente raccontata a brani, richiamata con esempi, narrata e costrutta con osservazioni e massime riassunte dalla sua opera e dalla sua vita. Lo stile di una trasparenza di cristallo è squillante e tagliente. I due sogni di Macchiavelli, il grand'uomo e il grande Stato si fondono nel Principe, ma egli vi coopera, ne è la mente che spiega l'opera fatale del temperamento. Il duca Valentino è l'inconscio, Macchiavelli la coscienza. Nessun dubbio lo turba, è sicuro di sè stesso: agisce nella realtà; il cinquecento era così. Ma egli e il duca sono sulla soglia di un mondo futuro, alla vigilia di costituire l'Italia: il duca Valentino ne sarà il nuovo Cesare, più fortunato dell'antico costretto ad uccidere la repubblica romana; quanto a Macchiavelli non vi è nome cui paragonarlo nella storia e resterà Macchiavelli. La gloria splende di già.

Nei Discorsi il suo ingegno non sempre sicuro divagava richiamato ogni istante alla realtà della storia presente; nel Principe la realtà lo fortifica fino a renderlo invincibile e a fargli quasi dimenticare la storia antica. Guicciardini aveva potuto contestargli trionfalmente le sue osservazioni sui romani e sui greci, ma nell'analisi di quel mondo moderno, nelle affermazioni tratte dalla vita del duca Valentino e di tutti coloro che gli avevano somigliato, nessuno lo contraddirà. Il suo Principe è il duca Valentino ingigantito, trasfigurato da tutti i principi italiani vissuti nella politica, della quale questi era stato la maggiore figura.

L'arte non ha moralità propria, poichè deve entro sè stessa lasciar libera la manifestazione di quella dei fatti raffigurati; così il Principe non ha morale. Macchiavelli inconscio e sereno come tutti i grandi artisti muove la propria figura nelle massime e colle massime dell'ambiente nel quale gli si è presentata.

Il libro è piccino e compatto come un getto. Originale sino a non essere paragonabile a nessun altro anteriore e posteriore, ha tutto il fuoco e l'improvvisazione inconsapevole di un capolavoro. Il Principe è un ritratto in cui ogni massima è un lineamento: il cinquecento politico posa davanti al suo pittore. Macchiavelli senza saperlo lotta con Leonardo, con Raffaello e con Tiziano, i tre grandi ritrattisti d'allora, e il realismo della sua ideale figura è più sicuro che non nei ritratti del duca di Ferrara, della Gioconda e di Leone X. L'entusiasmo di una idealità trascendente sostiene il nuovo pittore e gli comunica nell'opera quella magica poesia, che tutti i grandi pittori di quel tempo avevano. La figura del suo Principe terribilmente sinistra, impassibile e serena, ha sulla fronte i vapori luminosi di un sogno-costituire uno Stato nazionale, rifare l'Italia.-

Questo desiderio vago di tutte le coscienze d'allora, acuito dalle sofferenze della politica interna e dal risveglio della coltura classica, diventa in Macchiavelli passione. Artista della politica, porta la propria anima in una politica che fatalmente non poteva avere coscienza: pare la fusione dell'assurdo e invece è la fusione della vita. Il suo libro che dovrà essere tanto discusso non è discutibile perchè i ritratti non si discutono; prendetelo per un trattato e non varrà che ben poco e non sarà più intelligibile.

Così fu preso.

Certo il Macchiavelli intendeva di fare un trattato o di riunire un codice, e qui sta la grande contraddizione della sua natura, l'inconscio della sua arte. Petrarca disprezzava i propri sonetti e si stimava un epico: Macchiavelli si crede prima un politico, poi uno scienziato della politica e non ne è che l'artista. L'ammirabile chiaroveggenza, la sicurezza d'analisi sugli uomini non gli hanno giovato nella pratica. L'arte invece è una seconda vista: può fallare un individuo, ma coglie il tipo e ricostruendolo nella idealità di un ritratto sorpassa coloro che meglio avevano conosciuto e trattato l'uomo reale. Balzac il più grande psicologo dei tempi moderni, il più fino pittore di tutte le furfanterie sociali, fu sempre vittima di tutti i furfanti. Quella insufficienza del Macchiavelli nell'azione che gli faceva spesso sbagliare gli uomini e le cose così ben maneggiate dal Guicciardini, è adesso abbondantemente compensata dall'inimitabile rilievo, col quale disegna i caratteri del suo secolo e trascendendolo nelle tendenze e nei sogni lo inizia al futuro.

La prosa non esisteva ancora e Macchiavelli la crea e la perfeziona nel medesimo tempo; ma il miracolo è così grande che passa inosservato. La coscienza nazionale mancava ed egli nel Principe le offre il quadro di sè stessa insinuandole nelle più intime latebre il ferro rovente della nazionalità. è un sogno! non importa: il sogno è la prima forma dei fatti storici e ne rimane l'ultima.

Il Principe non si può analizzarlo, bisogna leggerlo; per decomporlo come molti hanno fatto, bisogna crederlo un trattato secondo l'illusione del Macchiavelli, e allora non è più che una congerie di massime monche, tronche, superficiali ed immorali! Come trattato, benchè più serrato nelle parti e solido nella struttura, ha tutti i difetti dei Discorsi; come opera scientifica è senza metodo. Siamo ancora alla confusione fra Governo e Stato, all'oblìo di tutte le attività sociali, al concetto del popolo senz'anima collettiva: nessuna vera intuizione dei tempi moderni, nessun profondo esame dello stato d'Italia, non un accenno alla Riforma tedesca, alla scoperta d'America, a quella di Copernico, della stampa, della polvere. Col formulario del Principe non solo non si fonda uno Stato italiano, ma non si governa nessuno Stato; colla pretesa di massime capaci per tutti i casi non se ne risolve alcuno. Nel Principe il processo è sempre quello di un piccolo tiranno esercitato da congiure di trivio o di palazzo, intento a conquistare qualche terra vicina, pronto ad ogni efferatezza per vincere e per vivere. Il fondo di esso è la barbarie feudale, il suo ambiente il feudalismo in dissoluzione fra i Comuni, Roma e l'Impero.

La scienza della politica non ha molto da imparare nel Principe di Macchiavelli, la storia del cinquecento non può farne a meno: il libro rivela il secolo nel quale vi è posto per ogni meraviglia. Macchiavelli e Ariosto vi si ignorano, Michelangelo e Raffaello non vi si comprendono: l'uno è l'ultima grand'anima italiana e assomiglia a Dante, l'altro non somiglia a nessuno, è ingenuo, fa tutto, imita e trasforma tutti, trova la varietà e la perfezione della bellezza in un secolo che non sente e non crede più nulla. De' suoi letterati nessuno vivrà tranne i due che lo sono meno, Macchiavelli e Guicciardini nella prosa: nella poesia i due meno applauditi, Ariosto e Tasso. Nessuno s'accorge ancora della rivoluzione già incominciata, Lutero fa sorridere, Venezia non teme dell'America, Roma di Copernico, i letterati abbominano la stampa, i soldati non credono alla polvere. Giulio II grida: fuori i barbari, Massimiliano vuole farsi papa, San Pietro è costrutto colle indulgenze, le statue antiche valgono più dei santi, il progresso della coscienza storica deriva dal guardare indietro al mondo romano, le Corti sono accademie di letterati e antri di assassini, il Vaticano è un teatro di buffoni, la filosofia una rugumazione di Aristotile divenuto indigeribile, la letteratura una imitazione che solo il lazzo della satira e la lezia della pedanteria animano. Il Principe di Macchiavelli, apoteosi del tiranno, codice dell'assassinio, finisce colla più generosa apostrofe alla libertà rimasta nella letteratura nazionale e con quattro versi della più eroica fra le canzoni del Petrarca.

Ma appena finita l'opera quel mirabile accordo della fusione dei contrarii nello spirito dell'artista finisce, e riappare l'uomo che credendosi sempre un maestro della politica si muta in subalterno. Quindi Macchiavelli pensa di dedicare il libro a Giuliano dei Medici, pel quale Leone X stava intrigando un principato. A questo modo Macchiavelli sperava di poter diventare il Mentore del nuovo Telemaco. Ma procrastina tanto che Giuliano muore. Allora risolvendo di dedicarlo a Lorenzo vi antepone una lettera e forse non manda mai nè l'uno nè l'altro, giacchè non si è mai saputo se Lorenzo accettasse la dedicatoria o prendesse conoscenza della scrittura.

L'uomo nel Macchiavelli è sempre al di sotto dello scrittore.

Sebbene il Macchiavelli avesse nel Principe la più trasparente chiarezza, il libro, appena stampato lui morto, diede luogo alle più disparate e direi quasi alle più disperate interpretazioni. Il Mohl ne ha compiuto il migliore elenco fino al 1858, il Villari lo ha proseguito sino ai nostri giorni, ma finchè visse il Macchiavelli, le poche copie che girarono manoscritte del libro non destarono scandalo: le opinioni e le massime del Principe erano quelle medesime del tempo. Il secolo non aveva una coscienza morale che potesse offendersene, mentre la sua coscienza storica vi si vedeva mirabilmente ritratta. Guicciardini, che aveva combattuti i Discorsi non protestò contro il Principe, Leone X consultò poco dopo Macchiavelli sulla politica generale e sulle condizioni di Firenze; Clemente VII più tardi gli commise le storie. Nifo di Sessa, volgare filosofo, tradusse in latino il Principe, alterandolo per dedicarlo come scrittura propria a Carlo V, finchè il Blado nel 1531, cum gratia et privilegio, di Clemente VII e d'altri principi, stampò Discorsi e Principe.

Ma quando Firenze cadde, dopo l'eroica resistenza, per l'ultima volta sotto i Medici, lo spirito politico cominciò ad osteggiare il Principe, prendendolo per un codice vero della tirannide, e l'evidente intenzione consigliatrice e scientifica del Macchiavelli parve infame. Il secolo cominciava a mutare: la morte politica aveva messo nell'anima di Firenze qualche reazione di vita morale. Del resto la pretesa del libro di essere un trattato, la sua stessa forma, la contraddizione che nello spirito del Macchiavelli l'aveva prodotto, dovevano essere un problema insolubile fino a quando la critica moderna ricostruendo il cinquecento e comprendendone il carattere per mezzo della prospettiva e del raffronto cogli altri secoli, potesse assegnare all'arte ciò che vi si oppugnava come scienza, spiegando nel Macchiavelli le antitesi della sua natura amalgamate colle contraddizioni del suo tempo. Certo per la gente volgare, che divide gli spiriti in categorie, riuscirà piuttosto difficile non riconoscere nel Macchiavelli che un grande ed incompiuto artista, mentre il titolo e la materia delle sue opere sembrano tanti argomenti per negarlo; ma la storia è tutta piena di quest'ingegni che congiungono le più disparate attitudini, di queste indoli meravigliose che agiscono nelle zone più opposte del pensiero. E poichè lo spirito è uno e la divisione fra scienza, arte, filosofia, religione è in gran parte formale, ognuna di esse ha uomini insigni che nella forma dell'una inconsciamente lavorano la materia dell'altra. Di tutte le classificazioni degli uomini la migliore resterà sempre quella del temperamento spirituale, che aiutato dalla interpretazione della loro vita spiegherà meglio di ogn'altra le loro opere.

Ora il Macchiavelli nella sua vita fin qui analizzata non fu nè un politico nè uno scienziato: nel resto che doveva vivere vedremo che non si mutò. Discorsi e Principe non sono produzioni di un vero spirito scientifico, giacchè in tal caso l'intenzione e la tessitura mostrerebbero il tentativo logico per stabilire veri principii generali, le angoscie del metodo, l'impersonalità voluta se non raggiunta dell'opera. Discorsi e Principe hanno invece caratteri essenzialmente opposti. La materia loro certo è scientifica, ma la materia non è l'opera, nè la scienza nè lo scienziato.

Che il Macchiavelli avesse vere attitudini di scienziato sarebbe insensatezza negarlo e furono appunto quelle che gl'impedirono di svilupparsi grande artista, ma aveva troppe attitudini artistiche che gli contrastavano l'equilibrio e l'astrazione necessaria alla scienza. Fra una legazione e l'altra scriveva i Decennali, cronaca sua e degli avvenimenti in versi mediocri; in ogni ritaglio di tempo tentava un Capitolo, in prigione nella peggior crisi della sua vita scriveva sonetti, nell'esilio alla campagna, dalla quale dovevano uscire le sue due opere maggiori, s'abbandonava a una corrispondenza la più artistica del secolo per la forma dei racconti e delle cose. Le sue qualità politiche essendo le più duramente negate dai fatti e dalla poca stima dei contemporanei, egli vi condensa tutto lo sforzo dell'ingegno; crea uno stile, una lingua, ammonticchia ritratti, osservazioni, formule, apostrofi, ironie, eloquenze; sa essere breve come Tacito, largo come Livio, mentre l'istinto realista della sua natura e la sua poca educazione classica in quella necessità di vivere nella vita politica lo rendono il letterato più vivo e moderno del tempo. Ma appunto perchè troppo fuso col proprio secolo, che i secoli immediatamente posteriori non comprenderanno animati di un'altra coscienza, Macchiavelli e il Principe vengono mal giudicati. La ribalderia di questo diventa ribalderia di quello; il problema morale che per Macchiavelli nell'opera non esisteva, ne rimane il solo, gl'altri essendo tutti dileguati coll'ambiente che li aveva prodotti.

Se Macchiavelli avesse veramente fatto opera di scienza, il problema morale nel Principe avrebbe esistito anche per lui; egli doveva distinguere la moralità pubblica dalla privata, quella della storia da quella della vita, e poichè quest'ultima non può farne a meno e la politica è parte di essa, cercare quale potesse essere la sua morale. Il Principe in un vero trattato scientifico non avrebbe potuto avere la personalità assorbente che ha nell'opera del Macchiavelli, quella unità che in lui fa sparire potere legislativo ed esecutivo, polizia e diplomazia, diritto, guerra, tutto. Nel fuoco della sua creazione artistica il Macchiavelli era così poco scienziato che non se ne accorse nemmeno. Domandargli se il Principe dovesse essere morale sarebbe stato come domandare a Cellini se le sue modelle erano oneste. Infatti allora nessuno glielo domandò fra i tanti amici che lo lessero. Mutati i tempi gl'esuli fiorentini non gli perdonarono nè i favori nè i consigli dei Medici; i nuovi cortigiani si adontarono de' suoi sentimenti democratici, i protestanti gli rinfacciarono l'irreligione, il cattolicismo si offese de' suoi attacchi alla chiesa.

Ma la battaglia durata intorno al Principe, inutile per l'arte e per la scienza, giovò alla morale. A traverso le infinite stravaganze delle interpretazioni e le bizzarrie delle accuse e delle difese tutti riconobbero che nella politica vi è fatalmente una morale. Quale?

Primi all'attacco furono i gesuiti che fecero bruciare in effigie il Macchiavelli ad Ingolstadt e ottennero da Paolo V di mettere le sue opere all'indice: Carlo V e Caterina de' Medici lessero il Principe, Enrico III e Enrico IV si disse lo avessero indosso quando furono uccisi; Richielieu lo meditò, Sisto V ne fece di sua mano un sunto. Quindi entrarono in lizza i protestanti, pei quali Macchiavelli, che non s'era mai occupato della Riforma e non aveva nemmeno presentito il problema della libertà di coscienza, era diventato l'oracolo del dispotismo. Al Gentillet troppo superficiale nel criticarlo succede il Bodino quasi profondo, ma Bacone da Verulamio e Giusto Lipsio lo difendono; il Campanella, bizzarra mistura di misticismo e di realismo, stravagante sino ai confini del genio ed eroico fino all'olocausto, lo maledice. Cristina di Svezia, stramba e violenta figlia di un eroe del quale aveva in parte ereditato l'ingegno, annota di propria mano il Principe; Federico II di Prussia gli contrappone l'Antimacchiavello facendo il ritratto del vero e virtuoso sovrano, senz'avere per questo compreso il ritratto del Macchiavelli; Napoleone I che si trova personalmente nella condizione del duca Valentino, se si moltiplichi la Romagna per l'Europa, invece lo ammira pur sentendone l'angustia. Prima di Rousseau che nel Principe vede un tiro giuocato dal Macchiavelli ai tiranni esponendo i principii fatali della loro condotta, Alberico Gentile aveva già trovata questa interpretazione, che Foscolo appoggiato sull'Alfieri doveva cantare in versi immortali: e questa interpretazione, una delle più false, dilaga quando il patriottismo italiano s'impossessa della figura del Macchiavelli. Poi in Germania col Bollmann comincia una critica più seria: il Raumer e lo Schlegel credono di trovare la sorgente degli errori di Macchiavelli nel concetto pagano che egli aveva dello Stato, ma il Principe così spiegato non è meno impossibile nel paganesimo che nel cristianesimo.

Ranke, il grande storico, è il primo a comprendere che il Principe, ispirato dai tempi, senza di essi diventa inintelligibile: s'accorge che non è un trattato e che il modello ne fu Cesare Borgia, ma finisce col credere che il Macchiavelli scrivendolo davvero per Lorenzo dei Medici, nella disperazione di rianimare l'Italia osasse così propinarle il veleno. E non è vero che il libro fosse scritto per Lorenzo dei Medici, nè che il Macchiavelli perfettamente conscio e quindi in disaccordo colle massime del Principe, si buttasse a questo eroismo. Due anni dopo il Leo notò benissimo che il Principe era più che altro una pittura storica dei tempi, e limitando a più giuste proporzioni il patriottismo del Macchiavelli il quale non poteva davvero credere alla immediata costituzione di uno Stato nazionale, stimò falsamente che il libro, invece di sorgere spontaneamente dal suo spirito, gli venisse suggerito dal calcolo basso di ottenere un impiego giustificando i Medici.

Il primo saggio compiuto sul Macchiavelli fu quello del Macaulay, che pubblicato nella Rivista di Edimburgo suscitò entusiasmi. Scrittore splendido e fine il Macaulay era nullameno troppo poco filosofo per l'argomento: buon giudice letterario esagerò affermando la Mandragola un capolavoro shakspeariano e giudicò invece assai bene la superiorità dello stile del Macchiavelli su quello del Montesquieu; descrisse il carattere italiano, come usavano e usano ancora gli stranieri, per conchiudere che la corruzione del popolo italiano e del Macchiavelli era la chiave dell'enigma del Principe. Secondo il Macaulay le massime generali sono senza valore e il solo merito di quelle del Macchiavelli sta nell'essere più applicabili delle altre; ma via di questo passo non si accorse di annullare l'opera che intendeva spiegare e con essa tutta l'importanza delle scienze morali. Il Gervinus in largo e minuto studio storico anatomizzò invece tutte le opere del Macchiavelli, per ripetere nella spiegazione del Principe quello già detto dal Ranke, illustrando col proprio patriottismo germanico il supposto eroico patriottismo del Macchiavelli. Lo Zambelli nelle sue Considerazioni del Principe sembra riprendere con maggiore sicurezza la tesi del Macaulay, provando contro di lui la corruzione europea pari se non maggiore di quella dell'Italia, ma poi tira a scemare l'odiosità del Valentino colla solita necessità pratica e collo scopo patriottico, spiegando come il Macchiavelli, morto il Valentino, disperato del proprio sogno tornasse a fantasticare la repubblica. E repubblicano lo dipinse il Guerrazzi nell'Asino e nel primo capitolo dell'Assedio di Firenze mettendogli in bocca un discorso che il Macchiavelli per primo non avrebbe compreso. Il Desanctis critico più famoso che forte, nella sua storia della letteratura italiana girò per un lungo capitolo intorno al Macchiavelli e al Guicciardini senza intendere nè la natura artistica del primo nè quella politica del secondo, divagando in inutili teoremi morali e in confuse riflessioni storiche. Con ben altro ingegno il conte di Cavour alla prima lettura delle opere postume del Guicciardini lo giudicò sicuramente per vero politico contro e al disopra del Macchiavelli, del quale però non ha lasciato verun giudizio scritto.

Solo fra tutti Giuseppe Ferrari in un ammirabile opuscolo che il Villari non si è nemmeno degnato di citare nel suo lungo catalogo sui giudizi dati del Macchiavelli, quantunque valga per lo meno i tre volumi da lui consacrati al Segretario fiorentino, coglie con stupenda ed irresistibile critica tutti gli errori del Macchiavelli come legislatore storico politico e l'influenza su lui del secolo; ma trascurando il lato artistico della sua natura, è costretto a scemargli troppo l'ingegno nelle molte insufficienze storiche e legislative; mentre, spaventato quasi dal risultato della propria critica e seguendo la trascendenza del proprio pensiero filosofico, cerca poi di provare come da quegli errori derivassero tutte le verità della scienza politica moderna, ricostruendo in una visione profetica il Macchiavelli distrutto da una analisi troppo chiaroveggente.

Ma fra tutte queste più o meno illustri opinioni inconciliabili, la figura del Macchiavelli resterà sempre un enigma finchè si voglia crederlo un filosofo che fonda un sistema: le sue innegabili qualità di scienziato disperse, impedite dal suo temperamento artistico non potranno mai in lui riunirsi per giustificare la sua stessa pretesa alla scienza. La sua opera esprime la contraddizione della sua vita, entrambe quella dei tempi. Così all'indomani dell'aver voluto consigliare Lorenzo dei Medici col Principe senza nemmeno conoscerlo o se fosse almeno uomo da comprendere il consiglio, interrogato sul governo di Firenze da Leone X, seguendo la propria natura democratica gli suggeriva di ristabilire la repubblica: consiglio ridicolo dato a Leone X che l'aveva uccisa, assurdo ed impraticabile nella condizione dei tempi. Il Guicciardini invece consigliò ai Medici gli espedienti e i modi che convenivano al loro problema.

Ma questa contraddizione nel Macchiavelli non è disperato patriottismo, bensì urto di facoltà spirituali e di tendenze che in lui non arrivavano ad armonizzarsi. Così nella vita fu volgarmente buono e non commise ribalderie: natura piuttosto arida, scarsa di sentimenti e quindi ironica, non si macchiò nè di danaro nè di sangue: ammiratore del Valentino e consigliere a tutti delle sue maniere non avrebbe poi avuto il coraggio di servirlo. Dimandare dunque se Macchiavelli fu onesto o disonesto, è supporlo un filosofo che stabilisce un sistema: invece artista, colpito dalla fatalità assassina della politica di allora, vi ragionò sopra descrivendola senza oltrepassarla.

Il vero problema della morale nella politica Macchiavelli nè vide nè poteva vedere mancandogli la visione sintetica di tutte le forme dello Stato; sentì solamente che la piccola morale privata non era quella della storia di nessun tempo, e non scorgendone altra in essa non pensò a cercarla. La storia gli parve ripetizione dei medesimi fatti prodotti dalle medesime passioni. La filosofia della storia rappresentata nella Bibbia colla elezione del popolo ebreo, quella schizzata da Zenone o da Sant'Agostino nella Città di Dio non potevano piacere a lui irreligioso e realista, incapace di sollevarsi tanto sopra ai fatti da vederli sparire in una idea; il cristianesimo che pure metteva un disegno nella vita, egli cinquecentista non l'intendeva, la critica non era ancora formata, l'erudizione non aveva che cominciato il proprio lavoro. Il quadro era angusto ma il suo sguardo non riuscì a sfondarlo, quindi osservazioni e conclusioni tutto gli riuscì falso.

Ma l'arte vera più confacente alla sua natura lo riprese. Quindi lo vedremo dopo un libro sull'arte della guerra, ultima illusione della sua capacità di Governo, scrivere molte commedie, un romanzo politico, una storia, una novella, una satira, un dialogo sulla lingua, molti capitoli, alcuni canti carnascialeschi; ritornare un momento sulla scena politica per prendervi qualche abbaglio e morire.

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