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   Chapter 6 No.6

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 34093

Updated: 2017-12-04 00:03


Dopo quella notte, nella quale si era avverato l'ideale di tutta la sua vita, D. Giovanni si chiuse nella calma silenziosa degli uomini forti che si sentono finiti. Quanto accadeva intorno a lui nella nuova Italia non lo interessava più. L'attitudine incerta della monarchia combattuta da troppe correnti interne ed esterne, l'agonia del vecchio partito repubblicano, che nella morte di Mazzini perdeva l'ultima ragione col solo uomo dal quale ripeteva la vita, l'infanzia oscura e plebeamente bassa del socialismo, al quale nessun uomo di vero ingegno aveva ancora aderito, e che gittava ogni tanto per le piazze grida incomposte e bestemmie pazze, gli erano peggio che indifferenti, sconosciute. Il suo doppio sogno era stato la risurrezione dell'Italia e la morte del papato politico; al di là di esso per lui doveva cominciare il sonno eterno.

La generazione, colla quale aveva sofferto combattendo, oramai dispersa nelle tombe, non era più rappresentata nella vita che da pochi sbandati, solitari nella politica del momento, costretti ad occuparsi di quesiti amministrativi o contristati dagl'insulti della nuova generazione sopraggiunta come un'orda di saccomanni sui campi di battaglia.

Malgrado le seduzioni dei repubblicani, cui la defezione dei migliori personaggi assottigliando ogni giorno la vita consigliava di presentare al popolo in ogni circostanza le poche glorie rimaste, non volle mai uscire dalla propria oscurità. Cacciatore negli ultimi autunni della vecchiezza come nei primi della gioventù, parve anzi sfuggire con senso pauroso di modestia alla celebrità che lo veniva cercando pei colli di Modigliana.

Poi Garibaldi morì.

Questa volta Don Giovanni non pianse, perchè se lo aspettava.

La morte, non mai temuta, gli sembrava ora la più ineffabile delle grazie serbate all'uomo da Dio; d'altronde, anche per lui la vita fisica dell'individuo, quando la sua missione storica è compita, perdeva ogni senso e valore.

Solo la raccomandazione suprema dell'eroe, che un minuto prima di spirare confidava all'amore della famiglia le due capinere da lui educate nei dolorosi ozii della lunga malattia e che sentendolo morire gli mandavano dalla finestra, già abbandonata dal sole, il più dolce saluto della vita, gli trasse sugl'occhi una lagrima.

Tutta la grande anima di Garibaldi si rivelava in quell'estremo pensiero.

Solo gl'invitti possono essere così sublimemente delicati!

Quando lo invitarono al comizio di Faenza per la morte del Generale accettò e discese.

Lo vidi allora per la prima ed ultima volta.

Egli non parlò, non si accorse quasi della generosa emozione destata dalla sua presenza; morto Garibaldi si sentiva già moribondo e camminava a testa bassa, quasi contando i passi che lo avvicinavano al sepolcro. Ritornò frettolosamente ai proprii colli; di lui si seppe solo qualche anno dopo che era morente.

Ma la sua morte fu come la sua vita.

Il clero che lo aveva sempre dispettato, vendicando sopra di lui la viltà di non avere osato condannarlo salvatore di Garibaldi, stimò di poterlo sopraffare nell'agonia; e siccome Don Giovanni era sempre rimasto prete, molti fra i suoi stessi amici credettero che avrebbe abiurato le opinioni di tutta la propria vita per morire sicuramente nella religione cattolica. Così poco era stato compreso il suo carattere, e per gl'increduli romanismo e cattolicismo sono ancora la stessa cosa!

Il vescovado fu sossopra. Tutti i giornali d'Italia recavano i bollettini della salute dell'infermo, il paese era agitato.

Don Giovanni, calmo anche negli ultimi istanti, chiese i sacramenti e si confessò; ma quando il confessore per concedergli l'assoluzione gli domandò un'abiura di ciò, ch'egli chiamava le sue eresie e che, lui sano, la Chiesa non aveva mai condannato interdicendogli l'esercizio sacerdotale, il suo volto s'illuminò d'un sorriso.

Forse, anzi senza forse, si aspettava a questo.

Ricusò, umile e fermo.

Gli amici repubblicani, che soppravennero, lo complimentarono colle solite frasi della incredulità sulla sua fermezza, e Don Giovanni sorrise ancora. Il suo spirito limpido coglieva meravigliosamente il doppio egoismo dei due partiti, che si disputavano la sua morte per farsene argomento di battaglia. Nullameno sereno ed austero non mise un lamento, non differenziò le due assistenze, che si contendevano il suo letto.

Senza dubbio vi furono incidenti dolorosamente comici fra gli addetti dei due partiti egualmente ammessi nella camera del moribondo, ma li ignoro, e coloro che vi assistettero non li confesseranno. Il vescovo rimase inflessibile e ricusò l'assoluzione; gli altri desideravano una morte da libero pensatore.

Prete e cattolico, Don Giovanni che voleva morire come aveva vissuto, sentendosi veramente vicino al gran passo, benchè avesse sempre taciuto operando in vita, comprese il dovere di parlare. La sua morte come la sua vita dovevano esprimere il medesimo principio: dettò questa dichiarazione.

Modigliana, addì 19 novembre 1885.

?Sono nato nella religione di Cristo e in essa desidero e intendo morire.

?Ho professato le sue massime, come quelle che furono fonte principale di tanta civiltà. Credo nella vera religione di Cristo, non in quella che è stata deturpata dal mondo e da' suoi ministri, che causa delle conseguenze derivate dalla loro ambizione, prepotenza e crudeltà, hanno fatto versare tanto sangue al mondo e specialmente alla patria nostra, e Dio nol voglia che per essi si sparga altro sangue e non ne venga l'estrema rovina all'Italia.

?Non sarebbe accaduto così, se i ministri della Chiesa e il loro capo avessero ricordato quei detti di Cristo:-Il mio regno non è di questa terra: date a Cesare ciò che è di Cesare.

?Non posso aggiungere altro perchè mi vengono meno le forze.

?DON GIOVANNI VERITà.

Era sfinito.

Allora accadde una gran cosa: il prete mandato dal vescovado per ottenere dal moribondo l'abiura, tocco di quella modesta e serena fermezza, diede senz'altro l'assoluzione. Don Giovanni si comunicò. La novella si sparse subito nel paese, cosicchè il confessore appena uscito dalla casa fu attorniato, complimentato. Il dramma era finito. Al vescovado invece scoppiavano molte collere, ma poichè non si era osato processare Don Giovanni all'indomani del salvamento di Garibaldi, e solo più tardi con meschini pretesti gli si era tolta la Messa, per ridargliela poco dopo senza alcun accenno alla grande opera della sua vita, anche il suo confessore non fu scomunicato. Qualche giorno dopo Don Giovanni moriva e il clero ricusava alla sua salma gli uffici pietosi della religione. Non si era osato nulla contro il vivo, si osava troppo contro il morto.

Naturalmente, il partito liberale s'impossessò del cadavere per farsene argomento di trionfo. Tutta Italia ne fu commossa, i funerali per concorso di gente e per sincerità di commozione riescirono quali nessuno, nemmeno fra i più vecchi, ne ricordava nelle Romagne; il popolo vi fu ammirabile, gli oratori, secondo il solito, rimasero troppo al di sotto dell'idea e del fatto che dovevano esprimere.

Quindi si fece silenzio.

I giornali non si occuparono più oltre dell'oscuro prete romagnuolo, che aveva avuto tanta parte nel risorgimento italiano: nessuna rivista, nessun libro, ch'io sappia, ha ancora studiato i problemi posti e risolti da Don Giovanni nella sua vita. La semplicità, che è l'ultima forma della verità, è anche troppo spesso l'ultima ad essere compresa.

Un amico, al quale l'ho richiesta, mi ha portato l'originale della dichiarazione di Don Giovanni. Molti spiriti forti di quella mezza coltura che fa disprezzare tutto permettendo di parlare su tutto, avranno sorriso leggendola; infatti la sua forma letteraria è meno che meschina, il suo contenuto filosofico piuttosto volgare. Io stesso al primo tempo non sono riuscito a difendermi da un sottile senso di scherno che si è poi mutato in ammirazione studiando e ricostruendo tutta l'eroica e semplice vita di Don Giovanni.

Queste pagine che, ammalato per causa sua, scrivo di lui, a letto, senza dormire e senza muovermi da una positura che mi toglie spesso di seguitare a scrivere, sono ben lungi dall'essere uno studio storico e psicologico; appena appena vi ho fissato le idee principali senza nemmeno coordinarle in un disegno, che riveli la loro natura intima e i loro più necessari rapporti. Divagazioni di malato, che cerca nell'attività del pensiero l'oblio di dolori fisici, avranno forse un giorno più alto valore biografico per chi voglia occuparsi dello scrittore che non siano oggi una biografia di Don Giovanni.

Divaghiamo, divaghiamo!

In quel dubbio supremo della sua dichiarazione ?che il papa possa ancora riuscire fatale all'Italia insanguinandola in una guerra forse più civile che straniera? Don Giovanni ha egli inteso di alludere ai tentativi di conciliazione col Vaticano, che incominciati colla stessa rivoluzione l'hanno sempre accompagnata di tappa in tappa, insidiandone la sincerità dell'opera quando non riuscirono a infirmarne il movimento?

Per coloro, che conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno possibile, ma senza dubbio egli non ebbe un'idea molto chiara del terribile problema accennato dalle sue ultime parole.

La rivoluzione italiana, conseguenza della grande rivoluzione francese e sintomo di una maggior rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa il cattolicismo disciplinato e riassunto da Roma papale; il popolo che la seguì inconscio come sempre, era ed è ancora dominato nella coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e non giungerà per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano. L'odio ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello ecclesiastico, unica religione il cattolicismo; si battezzano pressochè tutti i bambini, si affidano al clero per la prima educazione, s'iniziano in tutti i gradi della religione. Si diffida dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in educandati; tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si vuole la libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù della vita spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei risultati, contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio e culto di pochi: la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura disertata dai campi dell'ideale per una irreflessiva passione scientifica non è più che pittura di superficie. La rivoluzione nata e vissuta d'istinto non si è ancora mutata in riflessione. La maggior parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la sconfessano, onde i preti se ne vantano affermando che la sua verità non resiste in faccia alla morte.

Il sogno esposto da pochi, accarezzato da quasi tutti è di una conciliazione, che accordando la coscienza religiosa colla coscienza politica induca quella calma, che altri secoli hanno conosciuto.

L'ideale ultramondano, troppo spesso negato dalla rivoluzione, invincibile in fondo a tutte le coscienze offusca e sminuisce gl'ideali politici già intorbidati da interessi non sempre nè grandi nè puri: l'uomo non vuole e non vorrà mai rinunciare alla immortalità religiosa del proprio individuo per nessuna felicità storica ottenuta da spostamento di classi o migliore assisa di ordini. Uno scetticismo doloroso costringe quindi le coscienze a diffidare di tutte le forme della vita. La religione cattolica più antica degli istituti politici che la combattono, incrollabilmente superba nell'affermazione della propria immortalità, sovrasta a popoli e a governi, scemando loro colle condanne e colle ironie la fede già scarsa che hanno in sè stessi.

La rivoluzione non è nemmeno arrivata alla conquista della propria forma necessaria. Solo la Francia, che l'iniziò prima in Europa, dopo quasi un secolo di tragiche prove, attraverso sanguinose ecatombi e rovine economiche è giunta finalmente a costituirsi in repubblica, ma con così debole maggioranza di voti e fiacca compagine di sentimenti, che i residui monarchici possono ancora atterrirla minacciando o rallentarle la vita con opposizioni parlamentari, mentre gl'informi detriti rivoluzionari, che non hanno in essa potuto organizzarsi, l'osteggiano avvelenando le idee delle quali vive.

In Italia invece la rivoluzione, determinata nelle migliori coscienze da tutta una lunga serie di sviluppi storici, s'internò nel problema dell'indipendenza nascondendovi per qualche tempo indole e principii. Mazzini solo non la smarrì mai di vista e badò a spiegarla, poco inteso da coloro stessi che lo seguivano, frainteso dai più che non arrivavano a sbrogliare in sè stessi la contraddizione delle necessità religiose e politiche, malinteso ipocritamente da molti, che l'egoismo degl'interessi tendeva a raggruppare intorno alla forma monarchica parassita della idea rivoluzionaria. La rivoluzione per sciogliere il proprio problema fondamentale dovette contraddire al proprio sviluppo sottomettendosi alla monarchia; Mazzini stesso, che nell'entusiasmo del primo giorno di battaglia aveva ordinato ai propri fedeli di combattere col Re, riconobbe vecchio che la monarchia di Savoia entrando in Roma e compiendo così l'unità d'Italia, vi si assicurava un regno di qualche generazione. Questa suprema e dolorosa confessione del grande apostolo rivoluzionario fu raccolta servilmente da tutti i valletti della monarchia.

Nullameno, la monarchia non potè diventarne più forte. Anzitutto la mancanza di principio nella sua forma le toglieva di potersi davvero impadronire di una qualunque corrente di vita. Uccisa come principio dalla grande rivoluzione francese colla proclamazione della sovranità popolare, non è rimasta dopo nei paesi, i quali accolsero l'elettorato politico sulla base del diritto individuale, che un fatto storico giustificato dallo squilibrio di coltura e di sentimento nelle classi dello Stato. Le più colte si mostrarono in gran parte favorevoli alla monarchia, nella quale potevano più facilmente imperare e difendere i privilegi sopravvissuti al naufragio della grande rivoluzione: le più incolte, dominate dall'antica servilità ed esasperate nel nuovo orgoglio sovrano quotidianamente deluso dalla loro stessa incapacità, soggiacquero alla monarchia accarezzando in sè stesse piuttosto la sua negazione, come sfrenamento da ogni legge che l'avvento di una vera democrazia, nella quale la legge pura di ogni influenza di ordini fosse espressione della più astratta giustizia.

Ma nella monarchia costretta a scimiottare persino le forme più basse della democrazia, sopravvivevano i ricordi e gli orgogli del vero tempo monarchico, quando il re solo era la legge e intorno a lui e con lui i feudatarii mutati in cortigiani spadroneggiavano. Il clero più alto di principii e più largo di sistema era allora servo e signore, manipolando, urgendo, sfruttando monarchia, feudalismo e popolo. Papato ed impero avevano potuto ferirsi vicendevolmente, ma lo stesso principio faceva la loro vita e doveva riunirli, quando un altro sorgendo a combattere minacciasse di relegarli dalla storia.

Carlo Alberto il primo re, che attraverso troppe miserabili contraddizioni parlava di un'Italia sognandone la conquista, pieno ancora la fantasia delle forme medioevali e più savoiardo che italiano, si componeva, come un cavaliero della leggenda, un nuovo scudo e vi scriveva in francese-J'attends mon bel astre.

Dei tempi nuovi, della nuova coscienza creata dal diritto elettorale, neppure il più lontano sospetto: lo statuto largito come generosa concessione di monarca, invece che stabilito come diritto fondamentale; terrore e odio verso i rivoluzionari, che parlavano solo dell'Italia; pregiudizi religiosi, inflessibili vanità aristocratiche, superbie intrattabili di chi si crede nato d'altro sangue che il comune e si stima eroe acconsentendo nella rivoluzione, la quale invece è un dovere.

Ma la monarchia, che s'accorgeva di essere senza principio, non poteva non diffidare della rivoluzione, accarezzandola per giovarsi delle sue forze.

Il clero, riuscito fino allora ad inimicare democrazia e principato, vedendoli riuniti momentaneamente sotto la pressione del doppio problema dell'indipendenza e della unità italiana, si chiarì nemico per difendere il proprio minimo Stato di Roma, mentre la nuova monarchia invece seguitava con lui l'abitudine degli antichi sorrisi.

La guerra coll'Austria scoppiò. L'Italia si riunì con processo fortunato, sebbene troppo spesso umiliante, e al clero vennero ritolti la maggior parte dei possessi e dei privilegi. Roma stessa, abbandonata da Napoleone III nella caduta del secondo impero, si mutò da capitale cattolica in capitale italiana. Quindi colla legge delle Guarentigie, che il Parlamento dovette votare, appena insediato a Roma, per calmare le apprensioni del mondo cattolico sulla libertà del papa, e che fu la legge forse più abile e profonda del periodo legislativo oggi ancora in corso, rico

minciarono i tentativi di conciliazione non più fra Chiesa e Stato, ma fra Papato e Monarchia. Pio IX, spirito meschino immiserito dalla vecchiaia e dai disastri, li accolse coll'acrimonia del vinto, cui uno sbaglio del vincitore presenta il destro di un rimbecco: ma Pio IX e Vittorio Emanuele morirono e Umberto I e Leone XIII si trovarono di faccia.

Se Vittorio Emanuele entrando in Roma nel 1870 aveva, nella sua fiacca coscienza di cattolico, sentito il bisogno di scrivere una lettera quasi di scusa al Papa, rincarando sulla vilezza dei ministri che si confessavano spinti su Roma dal popolo, scambiando così per finezza diplomatica la loro insufficenza in uno dei più grandi momenti della storia universale, Umberto I nell'assumere il regno, riaffermò contro il papa Roma intangibile degli Italiani. Questa salda sicurezza di contegno gli valse subito le simpatie della nazione.

Ma le encicliche del papa, i discorsi ministeriali, certe proposte di legge respinte e molte leggi interpretate a rovescio; opuscoli, libri, doni alle chiese, cortesie al pontefice, ingegno preclaro di politico quanto minuto e falso letterato: una prudente risurrezione del vecchio guelfismo, tutto accennò ad una conciliazione non ben definita sulle idee ma troppo chiara nei sentimenti. Il principato invocava dal papato le sue armi spirituali a guarrentigia dell'ordine contro le ignobili anarchie della piazza.

E, bisogna pur confessarlo, la maggior parte del pubblico vi era favorevole. Ruggero Bonghi ne scrisse molti articoli sulla Nuova Antologia che furono poco letti e meno compresi. Ora la conciliazione, apparentemente in preda ad una crisi, occupa tutti i giornali e nello stesso Parlamento ne fu discusso, e un deputato, guelfo fanatico, si è dimesso dopo la risposta confusa ma ferma del Ministero.

Nullameno il problema della conciliazione rimane forse il maggiore della politica interna conservandosi grave nella politica estera.

Esso è doppio. In tutti gli Stati parlamentari, dove il cattolicismo è religione preponderante, la Chiesa difendendosi ostinatamente nei privilegi storici perduti è partito di opposizione, troppo spesso alleato cogli ultimi radicali per odio implacabile alla libertà e offrendo nel medesimo tempo ai governi la propria alleanza per conservare quanto le è rimasto della propria posizione privilegiata. La conciliazione è allora fra Chiesa e Stato, entrambi basati sopra un principio assoluto: la Chiesa, che arbitra della vita ultramondana vuole signoreggiare la presente per indirizzarvela: lo Stato, che prima e ultima sintesi della vita umana, pretende contenerne e rattenerne tutte le forme, sottomettendole al suo diritto universale entro cui ogni singolo diritto può raggiungere tutti gli sviluppi. Ma questo dissidio per quanto filosoficamente profondo non è politicamente molto grave, poichè Chiesa e Stato sotto la minaccia del medesimo disordine rivoluzionario, possono sempre momentaneamente accordarsi.

Nell'Italia la guerra fra la Chiesa e lo Stato si complica delle diuturne battaglie fra monarchia e papato. Se il pontefice del cattolicismo stendendo la propria influenza sopra 'tutto' il mondo a certe epoche vi pretese una suprema sovranità sui popoli e sui re, politicamente il suo regno era nullameno circoscritto a poche provincie intorno a Roma. Il pontefice era universale, il papa romano. Le necessità di tale piccolo regno dominarono sempre la politica dei pontefici, costringendoli nelle più bizzarre e tragiche contraddizioni.

La loro storia fu scritta in un immenso capolavoro dal Ranke, ma l'antagonismo religioso e politico del pontificato col papato non fu nettamente analizzato in nessun libro, che io conosca. Se il papato nel medio evo aveva sottomesso l'Europa aiutandovi la civiltà malgrado gli eccessi di ogni genere che gli macchiarono la vita, doveva ultimamente soccombere per opera della rivoluzione italiana, la quale svolgendosi monarchicamente gli oppose il Principato. Il papato ucciso dalla repubblica romana del quarantotto fu seppellito nel settanta dalla monarchia di Savoia. Sul principio i due alleati, divenuti avversari, ne rimasero come trasognati; quindi il papato, più antico e più forte, mutando in carcere la reggia conservata e in catene le guarantigie concessegli, si affermò prigioniero. Pronto a patteggiare con tutti i governi, non ebbe che una vera inimicizia: la monarchia italiana.

La sua vecchia abilità di governo gli scoperse subito le parti deboli del nemico. La monarchia italiana conteneva la rivoluzione come una coccia o una cuna; ogni giorno che cresceva al bambino, scemava alla culla, che questi doveva rompere per saggiare le proprie forze prima di abbandonarla. Tutte le monarchie assorbite da quella dei Savoia, le avevano legato col regno una pericolosa eredità di odii e di difetti, mentre la rivoluzione, conquistandole mezza Italia, le aveva troppo scemata la gloria delle battaglie e la legittimità dei trionfi. Il popolo italiano nella sua massa più inerte era meglio cattolico che monarchico, nella sua minoranza più attiva rivoluzionario anzichè liberale; le classi, conservatrici per egoismo di censo e di nome, che avevano abbandonati i vecchi signori pel nuovo solamente per paura della rivoluzione, non resisterebbero intorno al re di Piemonte mutato in re d'Italia, quando quella, acquistata la coscienza di sè medesima e imparate nella opposizione le arti del governo, piglierebbe la rivincita del cinquantanove.

Queste le analisi e le speranze del Vaticano. I suoi giornali ripresero quindi la guerra recandovi una superbia d'ironia, alla quale i conservatori non seppero opporre un'uguale superbia di regno. La codardia delle frasi diplomatiche usate dal Ministero andando a Roma dopo Sedan, la lettera umile ed umiliante di Vittorio Emanuele al papa, che rigettava sulla rivoluzione la conquista di Roma, diedero ragione al Vaticano. Il suo nemico aveva coscienza della propria debolezza; temere d'essere vinto è sempre stata la meta di ogni sconfitta.

Intanto il pontefice, libero dalle angustie del piccolo regno perduto, cresceva nella estimazione dell'Europa: l'Inghilterra l'invocava contro gl'Irlandesi e Leone XIII, ripetendo l'infamia di Gregorio XVI contro i polacchi, colpiva i ribelli cattolici che ricusavano di morire di fame sotto la tirannia degli inglesi protestanti; Bismark circuito in Parlamento dai dissidenti cattolici cessava la persecuzione del Culturkampf accettando il papa arbitro nella questione delle Caroline, e spaventato dalla nuova floridezza francese ricomprava da lui un voto del proprio Parlamento per la ricostituzione dell'esercito vincitore a Sedan: lo Czar, tremante sotto l'eroismo dei nichilisti morenti a migliaia come i primi cristiani, si rivolgeva a Roma come al più vecchio focolare di autorità: la Spagna, scaduta a una vedova di re, riconfermata regina da un Parlamento che non ha ancora acquistata la coscienza di sè medesimo, si rifugiava sotto la protezione del papa ancora arbitro delle coscienze cattoliche ovunque istintivamente ostili alla rivoluzione.

La monarchia italiana si volse quindi al Vaticano affettando l'orgoglio rivoluzionario, che in fondo non ebbe mai e fu spesso costretta a simulare. I suoi più ardenti partigiani accumularono proposte su proposte negli scritti per saggiare il terreno prima di presentarle in Parlamento; Ruggero Bonghi al solito fu il più forte campione del nuovo compromesso, ma il suo ingegno sempre più largo che vasto, e troppo spesso uso a scambiare la bassezza per la profondità, fallì anche questa volta. Il fondo delle sue, come di tutte le altre proposte, era di rendere al pontefice qualche cosa dell'antico papato, ricostituendolo parzialmente in modo da permettere alla Santa Sede di uscire dalla sua ostilità verso la monarchia.

La conciliazione fra Chiesa e Stato, cioè l'accordo della libertà politica colla autorità religiosa, la composizione dell'ideale storico coll'ideale divino potrà essere più o meno difficile o lontana, ma l'aspirarvi e il tentarla è sentimento di ogni alta coscienza; la conciliazione fra il papato e la monarchia, fra un morente ed un morto per combattere la vita, rappresenterebbe la più profonda negazione d'ogni coscienza civile. La monarchia deve attingere la legittimità del proprio tempo nei servigi continui resi alla nazione e che una forma repubblicana più alta e quindi corrispondente a uno stadio più avanzato di civiltà o non potrebbe rendere, o peggio ancora renderebbe impossibili. Alleandosi invece al suo eterno nemico nella speranza che le induca nel vecchio organismo quella immortalità del proprio principio religioso che egli stesso non potè assimilarsi, commetterebbe la maggiore e la più ignobile delle colpe.

Le monarchie plebiscitarie e rivoluzionarie come l'italiana debbono saper vivere e morire della propria rivoluzione; forme incomplete della repubblica, la loro gloria più vera e la possibilità di maggiore durata stanno nel rendere la repubblica meno necessaria col più generoso e regolare servizio di ogni libertà.

I cortigiani della monarchia savoiarda non hanno ancora ben compreso questa necessità, che re Umberto ha pur mostrato di sentire in parecchie circostanze della sua ancor giovane vita politica.

Ma se la monarchia si volse istintivamente al Vaticano, questi addolcendo i termini dell'antico linguaggio tentò con suprema abilità di adescarla; il suo disegno era semplice quanto tremendo. Se la monarchia consentiva ad un accordo, che restituisse al pontificato qualche forma politica del papato distrutto, e giovandosi della sua influenza sul Parlamento riusciva a farla passare in una legge dello Stato, la monarchia separandosi dall'anima nazionale si contrapponeva alla rivoluzione. In questo caso era subitamente, irreparabilmente perduta. Se il pontificato, come organo magno del cattolicismo proseguendo la conquista religiosa del mondo è più o meno in collisione con tutti i governi; il papato sopravvissuto nel suo spirito non ha più che un ideale, la distruzione della monarchia, che lo ha sostituito.

Ma intanto il pontificato, sicuro di non perire che colla propria religione, si dispone a riordinarla per prepararsi alla grande battaglia, che la democrazia gli darà nel giorno stesso del proprio trionfo. Allora il pensiero storico e il pensiero divino, urtandosi, creeranno la più bella epopea del pensiero umano.

Leone XIII forte della nuova unità monarchica cementata dall'ultimo dogma della infallibilità, che gli permette un più rapido e sicuro maneggio di tutte le forze, ha gettato il primo grido di guerra per riconquistare storia e filosofia: e gli bisogna riorganizzare le scuole rifondendone gli statuti, reintegrandone i programmi. Gli ordini monastici necessari a tutte le religioni non funzionano quasi più. Il monachismo ha due principii. L'uno passivo, e crea ospedali per tutti i vinti della vita che vogliono fuggirla senza perderla, per tutti i malati che inetti a vivere nella storia si rifugiano nell'astrazione divina e non comunicano più coll'umanità che mediante la preghiera; talvolta questi ammalati si mutano in infermieri e guariscono ritornando all'azione colla carità. L'altro principio è attivo e crea caserme, nelle quali vengono ad arruolarsi e ad armarsi le legioni necessarie alla conquista del mondo. Naturalmente, questi due tipi fondamentali del monachismo si sminuzzano in molte fisonomie, ma in ognuna di esse l'asceta e l'apostolo sono sempre riconoscibili. Oggi il cattolicismo ha un immenso esercito di preti e di frati diviso come i moderni in due grandi classi, la milizia stabile e la milizia mobile; i preti accantonati nelle parrocchie si battono troppo poco, i frati distaccati nei conventi si battono male, e perfino le armi dotte dei collegi e dei seminari smentiscono l'antica fama e si coprono di ridicolo sostenendo qualche attacco contro lo stato maggiore del laicato.

Leone XIII ha sentita ed espressa con vera eloquenza questa miseria intellettuale della sua milizia.

L'Italia, che rinnovandosi nella rivoluzione trovò i preti ostili ma impreparati, e quindi impotenti, deve attendersi a nuova e più difficile guerra, dalla quale se non uscirà più sana e più grande, sarà inevitabilmente fiaccata. Nella guerra del pensiero i vinti hanno sempre torto e pèrdono il diritto alla vita.

Ma la guerra complicandosi appunto delle ultime rappresaglie monarchiche colle impazienti esplosioni rivoluzionarie non sarà forse senza molto sangue, e forse a questo pensava Don Giovanni moribondo riassumendo la propria nobile vita di patriota in un'ultima angoscia di carità italiana.

Ebbene, che importa? La guerra è una forma inevitabile della lotta per la vita, e il sangue sarà sempre la migliore delle rugiade per le grandi idee.

Alla guerra…! e guai al vinto, perchè la verità è invincibile.

L'avvenire dell'Italia è tutto in una guerra, che rendendole i confini naturali cementi all'interno colla tragedia di pericoli mortali l'unità del sentimento nazionale. Troppe sono ancora le differenze di storia e d'interessi che ci separano, e troppo profondamente radicate negli animi, perchè gli sforzi della vita ordinaria possano sperare di svellerle. Se gli adepti delle antiche piccole corti soppresse sono quasi scomparsi, quelli fra loro che per tradizione aristocratica di famiglia o pregiudizi di educazione ricusano ancora la libera unità della patria riparano fra le coorti del clero, che mutato capitano e riordinato con migliore disciplina, si prepara a ritentare la battaglia, appena una guerra dello straniero impegni tutte le forze d'Italia alla frontiera.

Bisogna vigilare nello studio e rinvigorirsi nella passione superba dell'avvenire.

Ai troppo prudenti cortigiani, che lusingano l'egoismo dinastico consigliandogli alleanze con imperi, i quali diversi da noi per indole di popoli e di periodi storici osteggiano ora tutte le libertà, bisogna ricordare che la monarchia italiana fuse l'antica gloria di Emanuele Filiberto colla maggiore odierna gloria di Giuseppe Garibaldi, e che il conte di Cavour profondamente pratico come Guicciardini, talvolta largo e generoso quanto Macchiavelli, si mescolò nell'opera a Mazzini; ai clericali invece, che ebbri della sfida temeraria lanciata da Leone XIII alla critica storica rivantano i beneficii del papato all'Italia, e simulando passione di patria mirano a mescersi nei pubblici negozi per rallentare il progresso, nel quale non possono consentire, basta opporre Don Giovanni Verità, salvatore di Garibaldi, rimasto prete dopo la sua negazione del papato, morto prete, e contro il quale non si osò inveire che morto. Don Giovanni più che tutte le altre grandi vittime del papato ne rivelò le debolezze e smascherò le ipocrisie.

La sincerità della sua vita resterà nella coscienza italiana. Già il municipio di Roma con solenne consiglio gli ha votato un busto sul Pincio, nuovo Panteon delle glorie italiane. Io non so fra quali grandi uomini sarà posto; forse egli vivo ignorava il nome de' suoi futuri vicini, come non sospettava la gloria che la riconoscenza della nazione gli ha tributato. Ma ai visitatori del colle fiorito, d'onde si scorge tutta Roma e dirimpetto al quale la massa enorme di San Pietro s'erge nella maestà del proprio orgoglio, e quando il sole tramonta pare illuminarsi per le vetriate di un incendio di gloria, parrà che la modesta e rustica figura del prete montanaro sia come erroneamente capitata fra le grandi fronti marmoree delle migliori teste italiane. Forse egli stesso, se nell'altra vita come piacque a tutte le religioni infantili supporre e come le nostre religioni decrepite affermano ancora, si conserva il carattere che fu l'essenza di questa, sarà stato sorpreso da un senso quasi di modestia trovandosi in così alta compagnia.

No, no, povero prete! Le grandezze del cuore valgono quelle dell'ingegno, perchè la vita e la storia hanno egualmente bisogno di tutti gli eroismi di sentimento e di pensiero. Se la tua fronte è più bassa di quelle che ti circondano, il cuore che palpitava sotto la tua tunica di prete era più largo di quello di tutti i tuoi vicini; se essi giovarono alle scienze, tu assicurasti la risurrezione d'Italia salvandone il redentore. Fra l'eroe di Nazaret e l'eroe di Nizza tu prete non sentisti differenza, e fosti solo a non sentirla. Sii tranquillo, la tua gloria è meritata; i grandi teco allineati sono superbi della tua grandezza, che colma forse l'unico vuoto nelle loro file. Ma verrà un giorno che l'Italia veramente una di mente e di cuore, comprendendo finalmente tutte le epoche della propria vita, riunirà nella propria riconoscenza a gruppi i figli migliori incoronandoli delle idee per le quali vissero e morirono; e allora un grande monumento verrà alzato, ben diverso dai troppi che gli si ergono oggi, a Giuseppe Garibaldi, come al grande iniziatore del terzo periodo italiano; e tu prete, che lo salvasti, gli sarai accanto, emblema entrambi dell'accordo già conseguito fra la poesia ideale della religione e la poesia reale della vita.

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