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   Chapter 5 No.5

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 35258

Updated: 2017-12-04 00:03


Appena salvato Garibaldi, l'opera di Don Giovanni fu conosciuta da tutti: non ch'egli la dicesse, ma coloro che avevano preso parte all'ultima fuga da Modigliana per l'Appennino, di confidenza in confidenza la propalarono. Il vescovado ne venne istrutto e ne scrisse alla Curia fiorentina: di là il quesito andò a Roma, e non vi si risolse. Perchè? Le ragioni furono molte, ma non ne fu detta alcuna; accennarle sarebbe stato un accettare pubblicamente il problema posto dai fatti, impegnandosi a sentenziare.

Il Papa appena di ritorno da Gaeta aveva stabilito una commissione di tre Cardinali colle maggiori attribuzioni politiche. Una reazione più minacciosa che tremenda incominciò quindi per tutte le provincie papaline ancora esercitate dalle ultime convulsioni rivoluzionarie. S'imprigionava per denuncia di adepti senza vagliare nè discutere: scarse le condanne, ma insoffribili le vessazioni; tutto e tutti erano minacciati. I preti gongolanti dalla gioia dopo gli spaventi della rivoluzione infierivano; le superstizioni compresse scoppiavano quasi collo stesso impeto della rivolta liberale, mentre le lotte fratricide dei partiti sembravano preparare un'altra guerra civile fra il lutto delle famiglie orbate dalla guerra e lo sgomento del popolo incapace di capire cosa alcuna attraverso affermazioni egualmente assolute di libertà e di dispotismo. Roma, fatta proclive alla satira dallo stesso scetticismo che la prostrava, chiamò la commissione dei Cardinali triunvirato rosso della porpora, che nullameno si bagnò di sangue.

Il papato si riaffermava come regno. Nulla della rivoluzione, che lo aveva rovesciato prima per sopprimerlo poi con un decreto di popolo unico nella storia, doveva durare; la rivoluzione ispirata da Satana come idea si era politicamente esplicata nella più ignobile e ladra delle anarchie. Così almeno dicevano i diarii cattolici di allora. Ma coll'istinto del popolo, che aveva veduto la rivoluzione riassunta nella testa di Mazzini e nel cuore di Garibaldi, il papato concentrava i propri attacchi nelle loro due figure, mentre tutti i suoi predicatori tuonavano dal pulpito e il Padre Bresciani, estremo dei gesuiti letterati, preparava nell'ombra le serie dei propri libelli romantici, destinati all'infamia di una celebrità pari alla ribalderia delle intenzioni e alla goffaggine dell'arte.

La reazione europea secondava la reazione papale fra la guerra fratricida dei rivoluzionari, che rendeva quasi credibili se non accette le violente affermazioni dell'autorità regia e papale.

Una corrente di odio alimentata dagl'interessi lesi durante la rivoluzione, e rinvigorita dalla nuova persecuzione, sollevava le masse inconscie contro la borghesia liberale; l'aristocrazia minacciata dai principii più che dalle leggi rivoluzionarie s'appoggiava alla plebe, e il clero proteggendo i privilegi dell'una e l'ozio dell'altra, solleticava tutte le passioni per servirsene contro l'entusiasmo generoso, che la tragedia della sconfitta sembrava aver accresciuto nella miglior parte del popolo.

Ma troppo logico e spietato per perdonare nemmeno sè stesso, il clero aveva fatto fucilare a Bologna Ugo Bassi, usando colla solita ipocrisia di regno una pattuglia di tedeschi.

Ugo Bassi, debole e nervosa anima di poeta, aveva predicato prima della rivoluzione e si era quindi battuto eroicamente in molte delle sue battaglie, ma frate e suddito pontificio doveva essere doppiamente inviolabile pei tedeschi alleati del papa. Nullameno, lo si volle da loro fucilato.

Era dunque una rappresaglia contro la rivoluzione già morta, una nuova fase di guerra a esterminio.

Ma poichè il numero di un popolo è sempre superiore a ogni smania omicida di tirannia, e nella presente civiltà non è nemmeno più permessa la decimazione di un villaggio, la persecuzione si accaniva contro i capi più illustri per grado o per ingegno, comprando contro di essi accuse di tradimento verso la rivoluzione, e cercando contemporaneamente di coglierli prigioni. Senonchè la maggior parte di essi avevano esulato o esulavano protetti dal popolo, che diffidente degli stessi governi cui sosteneva, simpatizzava con loro banditi e proscritti. Questo sentimento ostile del popolo alla legge, e che oggi dopo tanta libertà di costumi e di ordini non accenna a scemare, basta di per sè a qualificare i governi che lo hanno prodotto nella sua coscienza.

L'odio più vivo del papato era naturalmente a Garibaldi, maggiore di Mazzini nella coscienza popolare dopo il terribile dramma della ritirata da Roma. Vinto ed ucciso, la riprovazione religiosa, che colpiva la repubblica romana nella coscienza dei più lo avrebbe pareggiato a tutti gli eroi di quell'assedio; non vinto e vivo e in salvo grandeggiava sul disastro di Roma e pareva promettere al mondo una rivincita. Nessun delitto era quindi peggiore dell'averlo salvato. Garibaldi era la negazione di Roma papale.

Colpirlo nell'idea che incarnava, mostrandosi onniveggente ed implacabile contro coloro che l'avevano in lui aiutata, doveva essere necessariamente il programma di Roma. Gli uomini d'arme che avevano accompagnato Garibaldi dall'America, i politicanti che lo seguivano ora nell'esilio, non erano per lei colpevoli che a mezzo, giacchè negando tutte le religioni, la loro negazione di Roma perdeva ogni valore nella falsità del loro ateismo. Forse, anzi senza forse, Roma guadagnava alla loro guerra.

I nemici veri, quelli che occorreva ad ogni modo distruggere, erano i nuovi cattolici o i vecchi cristiani che dichiarando incompatibile colla religione di Cristo l'attuale costituzione pontificia, intendevano a rimutarla nella teorica e nella pratica: Roma papale non poteva perire che per opera loro.

La fucilazione di Ugo Bassi era quindi stata una dichiarazione di guerra.

Ma Don Giovanni aveva nuociuto al Papa bene altrimenti del barnabita.

Bisognava quindi arrestarlo e condannarlo. Difficoltà non se ne sarebbero incontrate. Il governo del Granduca, che aveva consegnato Renzi e cercato di consegnare Gavazzi al principio della rivoluzione, questa prostrata, e sostenuto dagli Austriaci, acconsentirebbe di buon grado ad abbandonare in Don Giovanni un suddito altrettanto nocivo nel passato che pericoloso per l'avvenire. Lo stesso abito sacerdotale della vittima avrebbe reso più facile il sacrificio. Pio IX avrebbe potuto come Papa chiamarlo a Roma e trattenervelo come Re. Nessuno avrebbe protestato.

Ma anzitutto premeva impedirgli ogni esercizio del culto. Il popolo, che lo sapeva salvatore di Garibaldi, doveva riconoscerlo quanto prima per uno scomunicato da Roma sotto pena di credere che Don Giovanni avesse fatto bene a salvare Garibaldi e che questi avesse ragione togliendo al Pontefice ogni diritto politico. Nulla è più sicuro ed inflessibile del buon senso popolare. Se il Papa non condannava coloro che avevano aiutato Garibaldi a cacciarlo da Roma e a dichiararlo decaduto dal trono, abdicava alla propria sovranità: se un semplice prete poteva contraddirla, tenendo per la rivoluzione contro il Papa senza venir meno ai propri principii o alterare il proprio carattere, non era vero che la rivoluzione, opera del diavolo, fosse nata e vissuta nell'errore.

Il clero lo aveva troppo affermato per riparare adesso dietro una distinzione scolastica o una riflessione politica. L'anima popolare violentata da troppi dubbi esigeva una soluzione netta; forse ai più era indifferente che Don Giovanni rimanesse libero o finisse come Ugo Bassi, ma qualunque incertezza da parte del Pontefice, allora sostenuto da tutte le nazioni europee, sarebbe sembrata una confessione di torto.

Le fucilazioni di Ugo Bassi e di Ciceruacchio eseguite dai tedeschi potevano ipocritamente spiegarsi come ultimi fatti di guerra dolorosi, ma impossibili a impedirsi dal Pontefice nel trambusto di un ritorno angustiato da troppe occupazioni straniere. Se la sua regia autorità ne restava compromessa, il suo carattere di alleato all'Austria attenuava l'impressione di un'ingiuria solamente formale.

Con Don Giovanni non era così.

Egli non aveva predicato, non prese le armi, giacchè l'impresa delle Balze era passata inosservata, non capitanato insurrezioni di piazza, non scritto, non affermato eresie. La sua condotta era esemplare, la sua opera patriottica da tutti conosciuta ed apprezzata. Non un grido era sfuggito alla sua coscienza di cattolico contro il Pontefice come capo supremo della Chiesa, ma non una preghiera era salita dalle sue labbra per il Papa re di Roma. Non si ostentava, non si nascondeva. Tutto il suo passato parlava per lui, i suoi sentimenti rivelavano le sue idee, le sue parole erano calme come la sua coscienza, limpide come la sua vita.

Appena salvato Garibaldi ne aveva ringraziato Dio con una Messa: la sua benedizione di quel giorno ai pochi popolani che vi assistevano, aveva raggiunto il grande fuggiasco forse in atto di salpare da Talamone.

Che i venti e le acque ti sieno propizie!

Da Roma, da tutte le altre chiese invece salivano invocazioni a Dio per il trionfo del Pontefice e l'esterminio dei suoi nemici.

Il popolo era perplesso.

Don Giovanni aveva conciliato in sè medesimo con un processo lento ed inconscio quanto si contraddiceva tempestando nell'anima del popolo. La formula cercata indarno dai grandi filosofi cristiani per accordare la libertà del pensiero coll'assolutismo della religione, e la tradizione di Roma colla universalità della storia, egli l'aveva trovata nella semplicità della propria coscienza tutta piena di una idea morale, che riuniva dominandole l'idea metafisica e l'idea storica. Senza saperlo, Don Giovanni riduceva tutta la religione a una moralità illuminata dalla rivelazione e sorvegliata da Dio; le forme esistenti della religione non lo disturbavano e non lo esaltavano; potevano durare o cessare, nate pel costume e nel costume viventi: Dio e la religione non erano lì, ma potevano anche esservi, perchè nessuna forma era loro necessaria o nociva.

Il popolo, che voleva credere sicuro e sentendo le forme della propria religione ormai vuote si ricusava nullameno a mutarle, era tutto riassunto in questa coscienza di prete, che accordava la fede più salda in Dio alla indifferenza più abitudinaria e indulgente del culto, l'amore di ogni tradizione religiosa colla passione di tutti i nuovi ideali politici.

Salvando Garibaldi legittimo difensore della repubblica romana contro tutta l'Europa, non aveva rinunciato a salvare Pio IX, se la rivoluzione invece di sopprimere in lui il re avesse voluto degradare il pontefice.

E il popolo, che sentiva confusamente tutto questo, guardava a Don

Giovanni aspettando in lui la soluzione del proprio problema.

Che cosa direbbe Roma?

Roma tacque.

Certo in Vaticano il problema fu lungamente discusso; i più feroci ultramontani avrebbero voluto l'imprigionamento e la condanna di Don Giovanni, ma la maggioranza dei consiglieri più profonda e più abile vi si ricusò.

Don Giovanni non si poteva accusare. Nella sua come nella coscienza del popolo l'aver salvato Garibaldi implicava negazione del potere temporale, e nullameno era impossibile formulare l'accusa sopra questo fatto, che morale e religione assolvevano. Garibaldi vinto diventava sacro come nemico, e quel prete abbastanza grande di cuore per capirlo avrebbe avuto Cristo a difenderlo contro tutti coloro che volessero rimproverarglielo. Roma, che aveva fatto decretare nel Concilio di Trento l'anatema a tutti coloro che non credessero alla necessità del potere temporale per la Chiesa, si trovava nella impossibilità di applicare la condanna: la contraddizione fra l'idea cristiana e lo spirito del papato l'impediva. La morte di Garibaldi, legittima nel concetto politico di Roma, diventava colpevole nella morale del Vangelo, secondo la quale il nemico deve essere più diletto del fratello; assurda, quando impedita dall'opera di un qualunque salvatore, si volesse astrattamente ottenerla nella condanna di questo.

Si poteva chiedere a Don Giovanni, se proteggendo la fuga di Garibaldi distruggitore del papato avesse inteso di approvarlo, ma Don Giovanni avrebbe risposto di sì, e allora il problema si complicava. O Roma gli permetteva questo dissenso, e Garibaldi aveva ragione; o glielo negava e la morte invocata contro di lui, inflitta a Ciceruacchio e a Ugo Bassi, doveva colpire Don Giovanni. Se il potere temporale è necessario alla Chiesa, questa deve conservarlo a qualunque costo, perchè nulla per una religione vale quanto sè medesima.

Ma il supplizio di un prete, docile a tutti gl'insegnamenti cristiani e mondo d'eresie, diventava pericoloso. Tutto il popolo, che non aveva potuto seguire i filosofi riformatori del cattolicismo, sarebbe stato con lui; bisognava anatemizzare la maggior parte dei cattolici e tener duro e ricusar loro l'ingresso nelle chiese, dannarli nell'agonia se non mutavano opinione. Era impossibile. Il potere temporale, forma storica del cristianesimo, non poteva prevalere sui dogmi essenziali; nessuna coscienza cristiana accetterebbe di non essere più tale solo per non credere alla sovranità politica del Pontefice. Già Roma aveva più volte tentato simili esperimenti e v'era sempre fallita. A ogni privilegio mondano annullato dai governi, aveva protestato scomunicandoli, ma il privilegio non era risorto e Roma aveva ritirato le scomuniche. Così era accaduto per le immunità, per le investiture, per le decime e ultimamente nell'impero napoleonico per la vendita dei beni ecclesiastici; i compratori erano stati maledetti, ma il congresso di Vienna aveva mantenuto le vendite e Roma aveva cassato le maledizioni.

L'idea cristiana era più forte del papato.

Adesso toccava al potere temporale. Uno dei due termini del dilemma presso a risolversi doveva rompersi: i vangeli sarebbero stati più forti delle costituzioni ecclesiastiche. Roma lo sentì, e non osò affrontare Don Giovanni e non potè circuirlo. L'ignoranza del prete montanaro giovò più dell'eloquenza del Lammenais e della filosofia del Gioberti.

Poichè le religioni sono un pensiero del cuore, uomini semplici le fondarono e le salvarono nelle mutazioni della storia, mentre i grandi filosofi non riuscirono mai nè a stabilirle nè ad abbatterle. Il popolo solo, che le produce in sè stesso, è infallibile decidendo sovra qualche loro punto, ma il popolo aveva da un pezzo abbandonato il papa nella sua querela di re. La stessa fuga di Pio IX da Roma al primo pericolo di guerra era stata una abdicazione, giacchè i re non possono fuggire se prima i sudditi non li abbiano disertati. Egli medesimo non credeva quindi al potere temporale appellandosi agli stranieri piuttosto che al popolo e violando un'altra volta la storia italiana.

Il papa e il re di Roma non erano la stessa persona: una delle due solamente rappresentava Cristo. I re non rappresentano la nazione che quando essa lo consenta loro.

La coscienza popolare era così sicura in questa idea, per quanto si venisse talvolta contraddicendo nell'esprimerla, che processare Don Giovanni sarebbe stato uno snebbiargliela, provocando in tutti gli spiriti una vera rivoluzione. Roma si sentì vinta.

Quest'immenso fatto, alla cui preparazione si erano consumati tanti secoli, si compieva per opera di un prete semplice ed ignaro. Era il grano di sabbia della leggenda biblica, pel quale ribaltava il terribile carro dell'invasore che aveva superato tutti i monti, guadato tutti i fiumi, corse tutte le pianure, rovesciate le porte di tutte le città, sfondate le postierle di tutte le fortezze, prostrate le masse di tutti gli eserciti. Da Arnaldo da Brescia a Cola di Rienzi, da Marsiglio da Padova a Lorenzo Valla, da Stefano Porcari a Carnesecchi, da Macchiavelli a Giordano Bruno, da tutti gl'italiani che avevano combattuto il papato senza pretendere a una vera riforma religiosa, a tutti gli stranieri che l'avevano prodotta per sottrarvisi, le grandi anime si erano sempre stremate in questa lotta senza conseguire la vittoria nemmeno nel trionfo della ribellione. Il papato restava sempre più alto e più vasto dell'opera de' suoi nemici. Come l'impero romano, che i barbari non sarebbero mai riusciti ad abbattere e che il cristianesimo disciolse, perchè solo un'idea può sostituire un'idea, il papato aveva resistito a tutti gli assalti esteriori e a tutti gli schianti interni; la sua unità gerarchica sostenuta dalla unità ideale del cattolicismo vi pareva fusa; nessuna guerra lo aveva prostrato, nessun re o popolo aveva potuto soverchiarlo. Imperatori magnanimi e feroci, repubbliche inflessibili ed inespugnabili, corruzioni di clero e depravazioni di costumi, effervescenze ideali e ricomposizioni storiche, splendidi eroismi d'eresie e irradiazioni universali della scienza, invettive politiche e assed? filosofici, divisioni di genti o fusioni di razze, nulla aveva potuto prevalere contro un regno piccolo come un feudo, che Costantino era accusato di aver concesso e Carlomagno confermato, e che i sudditi stessi avevano mille volte sommosso uccidendo i papi. Pareva un decreto di Dio e non era che una legge della storia. Il pontificato sorreggeva il papato; il primo forte come il cattolicismo, che solo una religione più ideale potrà abbattere, giacchè nella storia il vincitore deve essere sempre maggiore del vinto; il secondo forte della sua somiglianza col primo, che al mondo pareva una identità.

Solo uno schietto sentimento cristiano scevro di ogni secondo fine e inconscio come tutti i sentimenti, che hanno formato e formeranno sempre la storia, poteva operare nel cattolicismo questa grande rivoluzione, denunciando la falsità dell'equazione fra pont

ificato e papato. Filosofia, scienza, politica, arte, nessuna di queste immense forze della civiltà, essenzialmente diverse dalla religione che sola può correggere sè stessa, avrebbe mai ottenuto simile risultato.

La morte del papato non poteva avvenire che nella forma di un suicidio, dal quale il pontificato si levasse più sublime sul cattolicismo.

Questo accadde per opera di Don Giovanni Verità.

Inconsapevole della grandezza che un movimento secolare in lui accentrava, dopo l'ultima fuga con Garibaldi era ritornato alle abitudini di prima, cacciatore e contadino. La gente lo guardava con occhiate di stupefazione senza che egli se ne accorgesse. Non immaginando nemmeno i pericoli che lo minacciavano, non pensò mai nè a fuggire nè a schermirsi con qualcuna delle sue più illustri amicizie. Allora venne crescendo uno strano confuso affetto per questo prete, che gli altri preti anche disapprovandolo riverivano e che il popolo delle campagne sentiva pari a sè nella semplicità della fede, quello delle città superiore a sè nell'entusiasmo generoso della rivoluzione. I bambini lo amavano per gli uccelli che gli vedevano tutte le mattine sospendere nelle gabbie ai chiodi della piccola e grottesca facciata della sua casa; le donne per la sua forte ingenuità che sentiva il loro sesso senza turbamento, gli uomini per la prodigalità, colla quale offriva sempre quanto aveva, compresa la vita. Egli non si vantava nemmeno nel più fugace degli atteggiamenti, non raccontava; avrebbe potuto chiedere tutto a tutti, tanta era la sua influenza, e invece sembrava sempre aspettare che gli fosse domandato qualche cosa.

Dal cinquanta al cinquantanove le congiure seguitarono nelle Romagne sempre occupate dai tedeschi per conto del papa, ma la persecuzione cessò di essere feroce. Pena maggiore divennero la prigionia e l'esilio. La prima quasi sempre evitabile col secondo. L'oppressione del governo era tutta morale, e forse per questo più dolorosa. Pio IX, temperamento femmineo troppo diverso dal fiero ingegno e dal carattere superbo di Gregorio XVI, non infellonì che qualche rara volta per suggestione di consiglieri.

Intanto Don Giovanni seguitò a prestare la propria opera a tutti i proscritti traducendoli in Toscana, dove il governo granducale, ignobile ma corrivo, li lasciava vivere o li espelleva senz'ira. E furono anni febbrili di aspettazione. Il Piemonte messosi a capo del movimento italiano, quantunque costretto troppo spesso a contraddirlo perseguitando e calunniando i più illustri rivoluzionari, infiammava tutte quelle speranze che aveva tradito nel quarant'otto; mentre il conte di Cavour succeduto al Gioberti, di lui meno vasto e profondo, ma più pratico di negozii politici e più pronto all'azione molteplice di un momento, nel quale si dovevano concordare parlamenti, diplomazia e insurrezioni, persuadeva al mondo che l'Italia aveva finalmente un uomo di Stato. Torino era diventata il rifugio dei maggiori emigrati italiani.

La rivoluzione scoppiò colla guerra. Cavour destreggiandosi abilmente coi bisogni dinastici di Napoleone III, che doveva stordire di vittorie la Francia per toglierle di pensare alle origini infami e alla vita anche più bassa del secondo impero, lo trasse in Lombardia contro l'Austria. La Francia generosa ed eroica ripetè dopo settant'anni le glorie del novantasei contro lo stesso nemico; ma anche questa volta parve che i Bonaparte non potessero compire l'Italia. E fu bene, giacchè riconquistata e rimessa a nuovo dall'epica cortesia di un popolo straniero per quanto fratello, non avrebbe potuto riprendere la coscienza di sè medesima; mentre abbandonata a mezzo il cammino, dopo essersi con puerile sgomento lagnata dell'abbandono, si rivolse a Garibaldi guerreggiante ai piedi delle Alpi, e Garibaldi corse a Genova, ne salpò, discese in Sicilia, rivalicò lo stretto, traversò la Calabria verso Napoli sollevando popoli e sgominando eserciti, cinto da pochi soldati, raggiante di gloria, sereno come un arcangelo cristiano, terribile come un eroe di Omero.

Ma Roma e Venezia, la più grande città e la più marinara repubblica del mondo, mancarono ancora all'Italia.

La guerra sostò.

Don Giovanni cappellano negli eserciti del re d'Italia ritornò quindi ai propri monti, affermando nell'orgoglio trionfante della sua vecchia fede italiana, che prima di morire avrebbe veduta Roma capitale d'Italia. I nuovi moderati, fanatici ammiratori di Cavour e di Vittorio Emanuele, ne sorrisero, giacchè il bigottismo appiattato in fondo ai loro cuori li faceva perfino dubitare del senno di Cavour, il quale non osando assalire Roma la faceva nullameno dichiarare dal Parlamento, accolto in Torino, capitale d'Italia.

Chiusa l'epoca delle congiure e posate le armi, Don Giovanni non lasciò più l'aria serena dei proprii monti che per recarsi a Torino, dietro invito del Ricasoli, ad impedire che il dissidio fra Garibaldi e Cavour degenerasse in guerra aperta. La situazione, già molto grave di per sè, poteva risolversi funestamente. Garibaldi esasperato dalla cessione della propria patria alla Francia, punzecchiato da tutte le invidie dei giornali monarchici inveleniti di una gloria che stentavano a comprendere, offeso quotidianamente dalle fatali viltà di una politica parlamentare, che mirava a sminuire la grandezza della sua opera per ingrandirne la monarchia di Savoia così stretta fra l'aiuto dei rivoluzionari e dei francesi da soffocarvi quasi, ebbe uno scoppio formidabile d'indignazione. I suoi garibaldini, che avevano operato per la patria più di quanto la monarchia di Savoia avesse fatto per sè medesima accettando l'Italia dalla rivoluzione, erano dal nuovo governo peggio che obliati, percossi. Allora egli che, ceduta Napoli a Vittorio Emanuele, era ritornato a Caprera non trasportando sulla piccola barca, frutto di tanta conquista, che un sacco di fagiuoli, rientrò in Parlamento per ripetere con accento più formidabile di Napoleone I il 18 brumaio, a Cavour fatto sicuro dalla sgomenta inesperienza del Parlamento: Che cosa avete fatto delle mie legioni?!

Quel giorno la nuova monarchia tremò: il lampo dello sguardo di Garibaldi coperse l'aurea luce della recente corona posta dalla servile compiacenza dei popoli ancora immaturi alla libertà sulla fronte di Vittorio Emanuele. La coscienza italiana sentì uno strappo improvviso e si trovò bagnata di sangue prima ancora di aver gettato un urlo per rispondere al grido di Garibaldi.

Allora Cavour, che nel pericolo acuiva la naturale astuzia dell'ingegno, si ricordò di Don Giovanni Verità e a mezzo di Ricasoli potè condurlo a Torino per pacificare il Generale.

Don Giovanni andò, ebbe con Cavour un colloquio, nel quale la rude franchezza del montanaro umiliò più di una volta la subdola abilità del diplomatico, ma comprese tosto che la fortuna d'Italia esigeva da Garibaldi, come supremo sacrificio, l'olocausto de' suoi soldati ai codardi rancori, alle insaziate cupidigie delle genti nuove necessarie a sorreggere il governo in quell'ora, e ricusando con nobile orgoglio le offerte del ministro promise non già l'opera propria, ma in nome stesso di Garibaldi, che il Generale si sarebbe un'altra volta sacrificato sull'altare della patria. Così fu, Don Giovanni raccontò a Garibaldi il suo abboccamento con Cavour; forse sospirarono assieme sulla viltà di quell'ora, e l'eroe abbandonò al re la sorte dei soldati che gli avevano conquistato più che la metà del regno.

Ma Don Giovanni, incapace per indole e per studi di comprendere i viluppi del problema nel quale era stato chiamato, conservò sempre del Cavour una spiacevole impressione. La viltà parlamentare e l'egoismo monarchico gli si erano soli mostrati nel grande statista, che pure aveva pianto di rabbia all'annuncio del trattato di Villafranca.

Quindi nel 1866 l'Italia monarchica fu vinta miseramente sugli stessi piani, che diciotto anni prima avevano veduto la sconfitta del Piemonte. La tradizione di Emanuele Filiberto era cessata per sempre nella casa di Savoia, ma l'astro aspettato vanitosamente da Carlo Alberto sul suo ultimo e fantastico scudo di re medioevale brillava sulle alture del Tirolo espugnate da Garibaldi.

Dio e l'Italia erano con lui, vecchio che guidava in carrozza i volontari della nuova generazione.

La monarchia battuta a Custoza e a Lissa impose tremando al solo vincitore d'Italia, che retrocedesse; e il vincitore superò le viltà dell'ordine colla sublime concisione della risposta: Obbedisco!

Quando Don Giovanni potè leggerla nei giornali pianse.

Garibaldi, come Cesare, aveva vinto sè stesso.

Ma fedele alla propria missione, Garibaldi ritentava nell'autunno susseguente l'impresa di Aspromonte, a ciò incuorato e impedito secretamente dal Rattazzi, che nell'audace profondità di una politica allora maledetta, e oggi ancora incompresa superava continuandole le più difficili e gloriose combinazioni del Cavour. Aspromonte era stata l'ode, Mentana fu il dramma. Papato ed impero francese vi perirono, mentre la monarchia italiana ne uscì moralmente diminuita. Garibaldi sconfitto per l'ultima volta vi si trasfigurò in eroe mondiale eccedendo nella sua lotta col papato le proporzioni di una battaglia italiana. Napoleone ripetè imperatore l'errore, al quale aveva troppo cooperato come membro della repubblica, rivelando nell'agonia dell'impero il secreto delle sue origini ed affrettandone la catastrofe fra l'odio della coscienza francese e il disprezzo della coscienza europea; il papato assalito ancora una volta da Garibaldi non osò chiamare il proprio popolo alle armi e invocò dalla Francia un aiuto ai mercenari, confessando così che il suo regno era una soperchieria senza diritto e senza avvenire. Garibaldi ritirandosi dai campi sanguinosi di Mentana traversò l'Italia di Vittorio Emanuele silenziosa ma fremente di sdegno contro il governo. Rattazzi, che con audacia di genio aveva voluto un attacco contro Roma dalla rivoluzione, risoluto ad impedirne il trionfo finale che sarebbe stato la morte della monarchia, calcolando che l'impero francese con questa suprema difesa del papato libererebbe per sempre l'Italia dal debito del 59, cadde dal ministero, percosso da tutte le ire, magnanimamente silenzioso e superbo.

Quella fu la più grande giornata del Parlamento italiano.

Don Giovanni, che nella sua fede in Garibaldi aveva profetato fra gli amici la presa di Roma colla fine del potere temporale, ne rimase sconcertato. Egli non capiva, e non capì forse nemmeno più tardi, che se Garibaldi avesse preso Roma, l'Italia avrebbe dovuto proclamare subito la repubblica, essendovi tuttavia immatura per difetto di scienza e di coscienza.

Garibaldi a Mentana aveva tagliato il nodo del papato e dell'impero, lasciando alla monarchia costituzionale d'Italia, larva incerta di repubblica, di strapparne i capi tre anni dopo.

Roma e Parigi si liberarono quasi contemporaneamente del papa e dell'imperatore.

Fu in una notte tiepida e serena che a Modigliano giunse il telegramma della presa di Roma. Da qualche giorno la campagna era cominciata, e quantunque il nemico fosse più che spregevole, il popolo non era senza inquietudine. La tradizione dei disastri monarchici, quando la monarchia si era battuta colle sole sue forze, pesava su questa spedizione, che non meritava nemmeno il nome di guerra. Si raccontavano aneddoti di La Charette generale dei zuavi, che fedele alla memoria del proprio nome infestava la campagna romana deludendo e superando i bersaglieri di Lamarmora, e allora l'anima del popolo si voltava a Garibaldi. Ma questi, che sapeva di aver ucciso il papato a Mentana, ne abbandonava le spoglie alla monarchia di Savoia incaricata dalla storia di saldare l'una all'altra tutte le membra d'Italia. Un'altra più grande idea occupava il suo spirito. Francia, Italia e Spagna, tutto il vecchio mondo latino doveva riunirsi per rattenere entro i limiti della nazionalità l'espansione del mondo tedesco, contrabilanciando in Europa il dispotismo ancora chissà per quanti anni necessario al mondo russo per sorgere alla propria unità. Francia e Italia, congiunte a Solferino, divise a Mentana, dovevano provare a sè medesime che le loro effimere differenze dipendevano dagli inevitabili egoismi dei loro governi, non già dal loro storico ideale. Garibaldi, che aveva perduto per opera della Francia contro il papato, vinse per lei contro la Germania a Digione; mentre l'Italia dichiarando al mondo la fine del papato salutava con Garibaldi una nuova Francia fra le rovine dell'impero napoleonico e il trionfo momentaneo dell'impero tedesco, fondatrice della repubblica moderna.

Solferino aveva congiunto le due nazioni, Digione fuse i due popoli.

Era la notte del 20 settembre.

Siccome le notizie arrivavano tardi e contradditorie, tutto il giorno si era discusso vivamente; si bestemmiava, si scherniva l'esercito monarchico, che per colpa del suo vizioso organismo a cento passi dal confine era già rimasto senza viveri. Cadorna il generale era già condannato, Bixio furioso e furiante bruciava gli ultimi razzi garibaldini cercando di affrontarsi con La Charette e minacciando di bombardare il Vaticano. Il popolo, che sollevatosi unanime aveva spinto il governo su Roma, si agitava ancora nel medesimo oscuro senso della propria epopea moribonda. L'ultima onda del canto s'innalzava per frangersi in un supremo scroscio di battaglia, mentre la monarchia, chiusa nella secolare prudenza che le aveva permesso di profittare delle virtù e dei vizii di tutta l'Italia, sembrava restringersi nella irresponsabilità del proprio alto ufficio, lasciando ai ministri la cura dell'impresa. E fu errore. Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e penetrante primo dalla breccia di porta Pia avrebbe giovato nell'anima del popolo alla propria dinastia più che la stessa conquista di Roma.

Così la monarchia avrebbe sciolto il problema del papato; invece il millenario problema si disciolse in essa. Il papa morente e sicuro di risorgere maggiore come pontefice potè guardare ironicamente il re, che non avrebbe profittato a lungo della sua morte e non sarebbe certo risorto come presidente di repubblica. Infatti la morte del papato se produsse per la conquista di Roma un grande vantaggio alla dinastia, rimase e rimarrà gloria della sola democrazia; la monarchia, come principio, invece di avvantaggiarsene ne ammalò per non guarirne forse mai più, giacchè oggi stesso il Pontefice sovrasta a tutti i troni d'Europa e colla sicurezza di chi non ha più niente da perdere offre loro, minacciando, come ultima difesa le proprie armi spirituali.

Era la notte del 20 settembre; l'ultima gente stava per rincasare.

Improvvisamente giunse la notizia della resa di Roma. Fu uno scoppio, una vampa. Tutti corsero a casa per comunicare la buona novella; usci e finestre si aprivano, i dormienti destati di soprassalto si affacciavano alle vie, bianchi nelle camicie come fantasmi: si scambiavano parole, erompevano grida.

-Le campane, le campane! urlò una voce; e tosto un gruppo di giovani si divise per arrivare contemporaneamente alle tre o quattro chiese della cittaduzza. Molti già usciti formavano capannelli sulle porte.

-Roma è presa!

-Ah!

-Bene…

-Viva Roma capitale d'Italia!

-Viva!

L'applauso scoppiava da tutti i petti, mentre la gente si stringeva la mano come rammemorando i giorni angosciosi delle congiure quando tutto era pericolo, e promettendosi per l'avvenire una vita più alta e felice. A un tratto da vari punti squillarono le campane, da una finestra spuntò una bandiera: la notte era serena, la luna splendeva, un vento tiepido alitava.

Quella bandiera infiammò le fantasie, che le campane scrollavano coll'impeto disordinato dei loro rintocchi.

Don Giovanni, che rincasato da poco aveva il sonno leggiero dei cacciatori e dei vecchi, ne fu desto. Discese dal letto, udì rumore alla propria porta, si gettò addosso i primi abiti che potè afferrare e corse ad aprire.

-Che c'è? esclamò spalancando l'uscio.

-Don Giovanni! Roma presa…

-Ah!

-Roma presa! urlarono quei giovani.

-Ah…

E il vecchio prete non potè rispondere altro. Le campane suonavano a distesa come impazzite dalla gioia, tutte le finestre si schiudevano, la gente si affacciava interrogando, ed era sempre quella risposta che saliva di tono mutando voce ed accento, ripercuotendosi su tutte le coscienze, cangiandosi in grido, scoppiando in urrah, affermandosi violentemente quasi fosse troppo grande per essere creduta, e tutti si guardavano in faccia commossi da una gioia che non trovava parole, perchè non abbastanza limpida negli spiriti. Qualche grande cosa era crollata, qualche grande cosa incominciava. Le donne sbigottite dal rumore si mostravano appena alle finestre, più bianche nella maggiore ampiezza dei corsetti, e ascoltavano non sapendo quasi nulla, indifferenti alla enormità del caso, ma guadagnate a mano a mano dalla emozione generale, impallidendo e sorridendo. Qualche fanciullo cacciava una nota acuta nel frastuono crescente della strada, voltandosi verso le campane che seguitavano a rispondersi di campanile in campanile, mentre le chiese restavano tristamente mute al di sotto e il soffio blando del vento, lambendo le finestre aperte e gremite, sembrava lenire la violenta caldezza di quella emozione, che nessuno poteva dominare e alla quale nessuno il giorno dopo avrebbe saputo trovare una spiegazione.

Don Giovanni aveva rinchiuso quasi automaticamente l'uscio ed era caduto ginocchioni colle mani giunte ringraziando.

-Roma, Roma!…

La sua preghiera di quel momento era il riassunto di tutta la sua vita.

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