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   Chapter 4 No.4

Fino a Dogali By Alfredo Oriani Characters: 58122

Updated: 2017-12-04 00:03


In questo periodo così tumultuante di fatti, e di idee Don Giovanni non si mosse. Molti fra i congiurati, che lo avevano conosciuto nelle opere secrete, aspettavano forse di vederlo insorgere sulla montagna e alla testa di una compagnia fra contrabbandieri e cacciatori correre alla difesa di Roma. La Spagna era tutta piena in questo secolo di curati belligeri, talvolta grandi come generali, più spesso fieri come assassini.

La predicazione patriottica cominciata a Bologna dai padri Gavazza e Ugo Bassi infiammava il popolo alla guerra. Invece che nelle chiese, le prediche si facevano su per le piazze, dall'alto delle scalinate, fra una ressa di popolo piangente di ogni entusiasmo, giacchè l'effervescenza del sentimento patriottico permetteva qualunque eccesso di pensiero e di parola. Si declamava di guerra, di massacri, di trionfi, di perdoni: tutta la vecchia rettorica delle scuole piena di esempi romani e cartaginesi, quella dei seminari, l'altra più recente del romanticismo si mescolavano in una eloquenza ridicola e commovente, deforme e poderosa.

Nell'aria agitata da tante voci passavano a volta a volta i veri soffi della rivoluzione. Il popolo applaudiva strepitando ai due sacerdoti senza capire delle loro frasi che le parole di guerra. Il nemico scoperto era l'Austria, i nemici incerti tutti i principi, il papa e il clero, i nobili e i borghesi che quello schiamazzo atterriva, e i contadini che ascoltandolo lontani ne chiedevano la spiegazione ai parroci.

Il padre Gavazza, energica figura di tribuno ribollente di passioni e fors'anche volgare di vizii, piaceva più dell'altro, gracile poeta, che la letteratura aveva travolto e la rivoluzione doveva stritolare. Ad entrambi la stessa gloria e la medesima vanità prestò le forze ad uscire dagl'ordini; ma nessuno dei due sapeva bene ciò che volesse. Ugo Bassi additato alla reazione austriaca dal clero implacabile si confessò, abiurò e cadde, martire coraggioso e recalcitrante, per vivere nei ricordi del popolo che di lui non ricordò più che la morte; l'altro, più fortunato o più abile, vinta la rivoluzione, riparò all'estero e vi si convertì al protestantesimo, e tornò a predicarlo in Italia agli stipendi della società biblica, non ascoltato dalla borghesia, spregiato dal popolo, che stima poco coloro che mutano e non crede mai alle conversioni fruttanti danaro.

Don Giovanni, sacerdote al pari di essi, non li seguì nella breve e tempestosa predicazione. Differenze di indole e più ancora di testa glielo impedirono, salvandogli l'originalità oggi ancora più sentita che compresa.

Come Don Giovanni giudicò la rivoluzione del 48? Che cosa pensava dei principi e del popolo? Di Carlo Alberto e di Pio IX acclamati primi, di Mazzini e di Garibaldi arrivati ultimi?

Il suo pensiero non è rimasto scritto, ma la sua vita lo ha chiaramente rivelato.

In tutto quel periodo, come prima e come dopo, seguitò la vita di cacciatore ascoltando forse sulle cime dei monti nell'aria trepida il rombo immaginario delle battaglie infelici, che si combattevano per l'Italia. Intorno a lui tutto era calmo. I contadini non s'occupavano che dei ladri infestanti per la mancanza di un qualunque governo, mentre giù nel paese invece la grossissima maggioranza assisteva alla rivoluzione come ad una avventura della quale era già previsto lo scioglimento. Nessuna fede, nessuna idea netta; qualche sentimento generoso fra molti avari, una certa smania di novità frammezzo abitudini che la morte poteva interrompere, non già la vita mutare; paure e ignoranze, viltà di ogni servitù, gelosie di qualunque grado. La rivoluzione non era possibile, il popolo non la sentiva. Invano una piccola minoranza aveva profuso da molti anni e seguitava a profondere eroismi di pensiero e di cuore, prodigava sangue e danaro, dimenticando tutta sè medesima nella passione della patria da redimere; la patria indolenzita e indolente rimaneva accovacciata sotto le sedie dei propri tiranni, guardando con stanco sorriso coloro che tentavano di scuoterla ed arrischiavano in questo la vita.

L'Italia allora non aveva nè un re, nè un generale, nè un politico.

In qual guerra aveva trionfato Carlo Alberto? E non era che re di Piemonte, e non aveva osato dire alteramente all'Italia: sii mia! Quale fra i tanti ministri dei tanti piccoli Stati sarebbe stato così forte da soffocare la voce degli altri per farsi intendere dall'Europa? Il migliore, quello del papa, Pellegrino Rossi, smarriva ogni senno politico nel sogno di un papato costituzionale.

Tutti gli italiani erano stranieri fra loro: piemontesi, napoletani, lombardi, toscani, veneti, umbri, siculi, divisi per storie, per indole, per produzione non avevano in comune che la servitù, e anche questa diversa, cosicchè il dolore e l'odio frazionandosi s'impicciolivano. Mazzini solo era italiano, ma la sua opera e la sua fama male interpretate gl'impedivano d'abbracciare tutto il popolo. La minoranza rivoluzionaria sola gli ubbidiva adorandolo. Garibaldi sbarcato allora dall'America era per la gente volgare uno sconosciuto, per tutti quei soldati invecchiati nelle parate un avventuriero ricondotto in patria da bramosia di saccheggio.

I Governi, invece di confederarsi, patteggiavano contemporaneamente coll'Austria e colla rivolta, conservando verso l'una molte velleità d'indipendenza, verso l'altra tutte le pretese del comando. Solo un forte moto di unità, rovesciando quei piccoli troni e galvanizzando le piazze nel nome della repubblica, armandole, lanciandole sullo straniero, avrebbe potuto trionfare; o un re temerario e abile come Enrico IV, che affermandosi re d'Italia avesse nel suo nome eccitata la rivolta e guidata la guerra contro l'Austria, avrebbe avuta qualche probabilità di riuscita. Mazzini tentò la prima proclamando la repubblica romana, nella quale, se persistente, tutti gli Stati d'Italia sarebbero scomparsi; ma nell'ultima ora quando tutto era perduto, e salvò con eroismo pari all'ingegno l'onore della rivoluzione. Napoli e il Piemonte avrebbero potuto cimentarsi nella seconda impresa, ma i loro re capaci di aspirarvi per vanagloria non ne ebbero l'animo, tradirono o fallirono, poco sinceri nel sentimento, meno italiani nel concetto.

E questa rivoluzione preconizzata da tanto splendore di arte, preparata con lungo studio, assistita da tutte le forze, in un anno appena si logorò e parve svanire. Il popolo in massa non vi aveva che assistito.

Gl'italiani erano vinti. I campi veneti e lombardi fumavano di sangue, in tutti i paesi la reazione del dolore e della paura sopraffaceva l'entusiasmo della rivolta.

A sera la malinconia delle prime ore era più triste, il pianto si mesceva colla rugiada. I volontari ritornavano sbandati maledicendo e ascoltando le maledizioni ai generosi, che avevano predicato la guerra. Si vantavano la pace umiliante, le molli delizie della servitù.

Venezia e Roma resistevano ancora, quasi trovando nel nome antico della repubblica l'eroismo della nuova morte. Il clero esultava. La sua sordida e numerosa clientela liberata dallo spavento della rivoluzione turbava con gioie parricide la tragica solennità di quel momento. Tutti i maggiori uomini d'Italia erano sembrati impari all'azione: i cattolici liberali mascherati da nuovi costituzionali spingevano l'odio della rivoluzione più oltre dei sanfedisti, seminando fra i vinti rancori che nulla poteva più consolare. Le calunnie scoppiettavano ora che il fuoco della moschetteria si faceva più rado e meno omicida; le speranze uccise dai sarcasmi del popolo peggio ancora che dal piombo degli eserciti nemici cadevano come Ferruccio avvolgendosi nelle ultime bandiere.

Don Giovanni assisteva a questa agonia prolungata di giorno in giorno quasi per aumentarne il dolore.

La sua anima era in preda a mille passioni. La viltà del clero tripudiante sulle stragi italiane gli dava a volta a volta degl'impeti disperati, che la sua coscienza di uomo, ribellandosi alla coscienza di prete, portava fino a Dio. La questione del papato avviluppata intorno all'ideale religioso lo aveva reso irreconoscibile, mutando una religione di sacrificio e di amore, talmente pessimista da non considerare il mondo che come un tramite oltre il quale splendeva la verità e si armonizzava la vita, in una feroce idolatria, nella quale le avare ingordigie del tempio e gli ignobili silenzi dell'idolo concordavano alle più ribalde affermazioni. Il pontefice, invece di mostrare ai popoli la croce di Cristo, brandiva la canna dell'Ecce Homo come una mazza, minacciando di spezzare le teste che non si sarebbero curvate.

I tempi parevano dar ragione al papa. Il cattolicismo sorretto dall'ultima reazione della Santa Alleanza si disponeva a riconquistare Roma abbandonata dalla viltà di Pio IX, mentre la libertà proclamata dall'ottantanove a traverso un'immensa carneficina, e quasi soffocata sotto i disastri del primo Napoleone, stava per essere uccisa. I popoli non avevano in cinquant'anni potuto intenderla. I piccoli re d'Italia accodati agli eserciti invasori, come valletti a saccomanni, servivano gli schiavi che venivano a ristabilirli padroni, intanto che il pontefice, re più abbietto di loro, infangando la propria eterna religione nella politica di un'ultima ora di regno, confermava tutte le menzogne assolvendo tutte le stragi.

Garibaldi e Mazzini soli resistevano.

La rivoluzione dell'ottantanove si riassumeva in loro, Garibaldi ne era il soldato, Mazzini l'apostolo; e poichè la rivoluzione era mondiale, la sua ultima battaglia si combatteva naturalmente a Roma. Tutta l'Europa feudale era discesa sotto le sue mura; perfino la Francia, agonizzante nell'agonia di una falsa repubblica che doveva produrre un più falso impero, mandava i proprii soldati a mutare quell'assassinio in fratricidio.

Tutto sembrava perduto.

Se l'Italia fosse insorta nella rivoluzione e sopraffatta dalla reazione monarchica d'Europa avesse soccombuto, non sarebbe stato nemmeno un disastro. La libertà conservata nelle coscienze avrebbe preparato la rivincita, mentre l'unità del pensiero, la concordia del sentimento, l'identità degl'interessi avrebbero consolato una disfatta istantaneamente mutata in vigilia di guerra.

Invece il popolo credulo ai sofismi del clero, che gli mostrava nella ripristinazione del romanismo la verità della religione cristiana, ammirava la forza degli stranieri invasori.

Giammai nella storia vi fu momento più tragico.

Garibaldi, reso feroce dalla disperazione, irrompeva dalle mura di Roma come Ettore chiamando ad alte grida l'Achille de' nuovi greci, ma dal campo nemico nessuna voce d'eroi gli rispondeva, mentre una immensa moltitudine d'armati lo obbligava invano reluttante a riparare nelle mura. I suoi soldati di un giorno non avevano nè armi nè scampo: italiani di ogni provincia, chiamati dalla rivoluzione, erano venuti a morire nella sua tragedia. Non un dubbio, non un lamento. Roma eterna si stendeva accidiosa dietro loro dalle mura. Il suo popolo troppo pieno di cortigiane e di bastardi, rimasuglio di tutte le schiavitù, guardava con suprema indifferenza di servi, che usi a non pagare lo spettacolo non vi portano più e non ne risentono passione. I fastigi dell'impero e del papato dominavano immani quest'ultima battaglia, che stranieri italiani sostenevano contro stranieri d'oltre Alpe.

L'assedio non poteva essere lungo. Ogni giorno scemava il numero e le forze degli assediati. L'Italia vile come Roma non osava nemmeno incitare i combattenti sopraffatta dal dubbio della vittoria. Nulla. In alto, sopra un colle, non uno dei sette immortali della storia antica perchè sovr'esso doveva cominciare la storia moderna, Mazzini pallido e sereno dominava una piccola assemblea, che percossa dal rombo dei cannoni gli si stringeva intorno. L'immensità storica e il silenzio attuale di Roma sbigottivano la Costituente, assemblea di sbandati, senza nè l'energia del senato nè l'impeto dei comizi antichi, in un momento nel quale nè l'uno nè l'altro sarebbero forse bastati.

Campidoglio e Vaticano, ambedue deserti, intendevano dalla sublimità della loro grandezza a Villa Medici, sede del nuovo Parlamento.

Roma taceva.

Il suo silenzio di quel momento fu un silenzio di morte.

La città, che dopo aver soggiogato il mondo coi Cesari l'aveva dominata coi papi, era esaurita; vi sarebbe ancora una nuova Italia, non vi sarebbe più una terza Roma.

E su quel silenzio di due mondi millenari, che il fuoco degli assedianti non bastava a rompere, Mazzini pronunciò la parola della vita nuova proclamando la repubblica moderna. Dopo i cesari i papi, dopo i papi il popolo. Roma assediata dagli ultimi barbari della monarchia liberava nuovamente il mondo; ma era l'anima italiana che parlava in lei. La proclamazione della repubblica, appena udita per le vie della città, echeggiò dovunque. Un'altra êra incominciava bagnata di sangue come tutte.

Ma unico fra i forti italiani d'allora che affermasse l'unità d'Italia, mentre i più intrepidi di spirito non ne sorpassavano la confederazione, anche Mazzini dovette contraddirsi proclamando una repubblica romana. La sua grand'anima resistè allo schianto di questa contraddizione, che annullava l'affermazione di tutta la sua vita in un momento che la morte rendeva libero da ogni menzogna. Senonchè l'unità da lui affermata magnanimamente non era ancora cosciente nell'anima d'Italia, e Genova e Venezia risognavano le proprie repubbliche marinare, e la Toscana si affermava superbamente augusta in sè stessa, e Napoli invidiosa del Piemonte accarezzava contro di lui la stessa vanità di egemonia, e la Lombardia di tradizioni più incerte evitava di risolvere, e nessuno malgrado le molte adesioni al Piemonte sentiva davvero che l'unità sola poteva produrre l'indipendenza e l'unione d'Italia.

Non v'era che un soldato italiano, Garibaldi, nel quale l'amore d'eroe per l'Italia non fosse scemato dalla passione di nessuna delle sue provincie. Mazzini condotto a Roma dalla stessa fatalità che diciannove secoli prima vi attirava S. Pietro, non potè, limitato più dalle singole insurrezioni italiane che dagli stranieri assedianti, proclamare la repubblica italiana: Napoli e Torino, Firenze e Venezia gli avrebbero risposto negando. Si sarebbe accusato il triumvirato di tirannia, le dinastie sabaude e borboniche colpite nell'egoismo di regno avrebbero urlato alla conquista.

L'unità mancava e doveva mancare ancora dieci anni dopo, giacchè il trionfo della forma monarchica sulla repubblicana significa anche adesso che la coscienza italica per comprendere la propria unità politica aveva duopo di vederla prima in una unione esterna ottenuta dalla conquista di un principe italiano sugli altri, e che la soggezione al nuovo regno calmava le paure della maggioranza sugli effimeri disordini inseparabili da una rivoluzione.

Roma proclamerà la repubblica quando l'Italia sentirà davvero nella coscienza la propria unità.

Allora Mazzini non potè affermare che la repubblica romana, sapendo benissimo che uccisa all'indomani profitterebbe colla propria morte all'Italia. La repubblica romana proclamata fra il Campidoglio vuoto e il Vaticano deserto chiudeva per sempre le loro due epoche; durando, avrebbe invece negata l'unità italiana. A Roma, non più centro del mondo ma capitale d'Italia, la repubblica non può essere che italiana.

Don Giovanni dai colli di Modigliana non guardava più che a Roma. Le notizie arrivavano peggio che incerte, contradditorie. Nella piazza del paese l'albero della libertà, piantato dalla canaglia nella prima effervescenza della sollevazione, si essiccava al sole del tramonto, visitato tutto il giorno da ogni classe di persone concordi nella stessa ironia. Nei paesi vicini gli stessi alberi erano già stati rovesciati. Quello di Modigliana resisteva ancora senza speranza.

In quel tempo la vita di Don Giovanni fu esercitata da terribili agitazioni. L'energia della sua natura eroica lo avrebbe spinto a marciare su Roma cinto dei più intrepidi fra i suoi amici contrabbandieri, mentre la sua coscienza di cristiano e di rivoluzionario glielo impediva. La rivoluzione era immatura nel cattolicismo e nell'Italia; clero e popolo non la sentivano. La generosità di una rivolta, che una morte quasi sicura avrebbe bastato ad assolvere in ogni paese, diventava problematica allora che gli spiriti avevano cessato d'intendersi. Nessuno parlava più della libertà d'Italia: Roma e Venezia sembravano due città straniere assediate da stranieri che si difendessero senza speranza; le vittorie austriache ingigantendo nelle fantasie atterrite la potenza dell'Austria rendevano ridicole e criminose le resistenze. Perchè battersi ancora facendo massacrare tanti poveri giovani? E il clero rispondeva insinuando che la rivoluzione non era per l'Italia, ma contro la religione, e il popolo credulo per secolare abitudine malediva ai rivoluzionari, invocando nel papa il santo dei santi. Le minute superstizioni e i miracoli paesani rifiorivano; lo scombussolamento e le morti della rivoluzione che avevano già esasperato le donne e i vecchi, facevano ormai prorompere gli adulti. Si denunciavano all'odio popolare le società secrete, si ricordavano i tempi della schiavitù colla pace delle anime e degli interessi sotto la sacra tutela del papa.

I volontari ritornati dai campi delle varie guerre regionali erano guardati con orrore misto di scherno: avevano voluto distruggere la religione e vinti erano scappati. Malvagi e vili, ingannati o ingannatori.

Il papa sarebbe presto ritornato a Roma e tutto sarebbe finito.

Infatti Roma dovette capitolare. Gl'Italiani che la difendevano, ridotti senz'armi e senza munizioni, si arresero. Roma non si mosse. Molti romani generosi avevano certamente partecipato alla difesa della città santa, ma il suo popolo vi aveva assistito come ad uno spettacolo. Se Roma si fosse difesa come Saragozza, gli eserciti stranieri discordi non l'avrebbero presa; se le popolazioni delle sue provincie fossero insorte, li avrebbero fatti prigionieri. Roma non era più Roma; i Latini, i Sanniti, i Bruzii moderni non somigliavano più ai confederati di una volta, frammezzo ai quali Annibale non aveva osato inoltrarsi. La Costituente si disciolse prosaicamente; Mazzini, ultimo italiano, dovette nuovamente esulare solo.

Appena tacquero i cannoni, squillarono le campane.

La città dei preti e dei servi, usa a vivere della ospitalità degli alberghi, accolse gl'invasori precedenti il pontefice e che tronfi della facile vittoria rattenevano a stento il disprezzo per un popolo senza coscienza di patria in una città, che era stata la coscienza del mondo.

Tutto era perduto. Caduta Roma, Venezia vincitrice non avrebbe giovato nè a sè medesima nè all'Italia.

Un silenzio di morte si stese sulla penisola, rotto dalle chiocce invocazioni del clero osannante nelle chiese al ritorno del pontefice, mentre un gran vuoto si faceva improvvisamente nelle coscienze di tutti. Quella rivoluzione vinta, insultata nell'agonia, morta diventava qualche cosa. Rivoluzionari e reazionari al rumore della caduta di Roma si guardarono in viso allibiti: che cosa significava quella repubblica vissuta un giorno nella gloria tragica di un assedio senza scampo e morta di ferite fratricide senza gettare un grido di paura o di odio?

I suoi soldati, ultimi superstiti di un'epopea che forse un giorno avrà un poeta grande quanto Omero, si dicevano usciti dalle mura, dispersi. Che cosa era avvenuto di Mazzini? Garibaldi era forse prigioniero?

Ognuno se lo domandava, nessuno lo credeva.

Un fascino misterioso circondava quest'uomo rendendolo superiore a tutte le circostanze.

Mazzini esulava, Garibaldi si ritirava, nessuno dei due fuggiva.

Coi rimasugli dell'esercito, forse un quattromila uomini, Garibaldi era uscito al momento della resa da porta S. Giovanni. Il popolo lo aveva visto ritirarsi con un senso di ammirazione paurosa. Come avrebbe egli potuto salvarsi per una campagna tenuta da tre eserciti, ognuno dei quali tanto maggiore del suo? Garibaldi andava innanzi pallido e biondo. La serenità della sua fronte entrando dalla porta nella campagna, era degna di Roma; aveva perduto la battaglia ma la guerra proseguiva. Invece i soldati laceri e sfiniti, senza quella fede incrollabile del generale nella unità d'Italia, cadevano quasi sotto il silenzio di Roma. Non uno sguardo dalle mura dell'immensa città li seguitava per la morta campagna.

La ritirata cominciava senza meta e senza scopo. Perchè salvarsi? Dove salvarsi? La desolazione della campagna, eterna come Roma, avvolgeva la disperazione di quelle ultime ore. Solo Garibaldi alzava la fronte sul deserto e lo dominava colla sicurezza di chi scruta oltre i suoi confini nelle terre che lo attendono. Roma era presa, ma l'Italia poteva sollevarsi ancora. Perchè la ritirata da Roma non sarebbe un ritorno dall'isola d'Elba? Il numero dei soldati non montava, giacchè il popolo è senza numero, e dai monti, dalle valli, dalle pianure che vanno a bagnarsi nelle paludi, dalle città che nessuna milizia occupava, dai villaggi, dai porti, dai litorali deserti, fino dalle vette più inesplorate insorgerebbero italiani al tuono delle nuove battaglie, che inseguito da tutti i nemici egli darebbe a tutti loro per tutte le terre d'Italia. Ora che le singole rivolte erano fallite doveva cominciare la resistenza generale. L'Italia medioevale aveva fatto le ultime prove in questa insurrezione frammentaria, inspirata e sorretta dalle energie delle tradizioni locali, ma un'altra Italia disciplinata da Mazzini nelle società secrete, rappresentata al supremo sacrificio di Roma da' suoi figli più prodi poteva sorgere e vincere.

Traversare l'Italia, sollevarla, spingerla sugl'invasori e mentre essi dispaiono nella battaglia di tutto un popolo contro un esercito, salire sulle Alpi e gridare all'Europa attonita: che la rivoluzione ha vinto e un'altra Italia comincia per tutti una nuova storia di libertà….

Era il sogno di quel momento, l'alba che egli vedeva attraverso il crepuscolo sinistro di quel giorno di sconfitta.

Il pericolo dell'aperta campagna rianima la piccola truppa; Roma si allontana all'orizzonte, mentre il deserto dell'agro romano si distende oltre lo sguardo e le memorie dei più in una desolazione così sublime che rivela loro la grandezza della propria.

L'anabasi incomincia: tre eserciti li cingono e li perseguono. Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude, li inganna; muta passo e direzione ad ogni ora, aumenta di velocità, dissipa le proprie traccie, è introvabile, invincibile. Agile come un serpente, ha dei balzi e delle ferme di leone che seminano nei persecutori la confusione e la paura: guadagna i monti e vi si perde, sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando gli stratagemmi e gli eroismi, lasciando ad ogni tappa una gloria e una speranza.

Il popolo non si è mosso e non si muove. I contadini lo guardano passare svelto e superbo pei campi, seguito da soldati che di umano non hanno più che la fatica e il dolore, e abbassano gli occhi colla indifferenza di una ignoranza cui nulla più commuove, di una servitù che da secoli non ha più tentazioni di libertà. Le città e i villaggi, dove giunge, non lo ricevono o almeno non vorrebbero riceverlo, percossi dalla notizia degli eserciti che lo inseguono o meravigliati di vederlo vivo e forte, mentre una voce misteriosa lo annunziava morto ad ogni ora. L'orrore dei sacrilegi immaginari di Roma allontana da quei superstiti ribelli la pietà dei credenti, che il ritorno del papa ha entusiasmato; le amare delusioni rivoluzionarie li colpiscono, il solito disprezzo pei vinti li insulta.

Il piccolo esercito non è più che un manipolo, la stanchezza disperata delle marcie ha di già abbattuto la maggior parte dei soldati avviliti dalla indifferenza ostile del popolo. Solo Garibaldi, che non spera più, non cede ancora. Invece di irritarsi di quella viltà del popolo, la comprende e lo compiange. Tre o quattro secoli di schiavitù non si cancellano in un giorno: il popolo che non ha ancora potuto credere, malgrado ogni dimostrazione scientifica, al giro della terra intorno al sole, perchè crederebbe subito che la storia giri intorno alla libertà? I dolori centenari della sua immobilità sulla gleba fecondata sotto l'occhio avaro del padrone e il sorriso beato del prete erano ben maggiori delle sofferenze di quella ritirata, che la morte poteva ad ogni istante interrompere e consolare: ma il popolo che non muore e non si ritira, non poteva credere ancora alla propria resurrezione, nè all'eroismo di coloro che avevano invano tentato di morire per ottenergliela.

Garibaldi marciava sempre. Amici e nemici, nessuno in Italia sapeva bene dove si trovasse; egli stesso ignorava la propria meta. Un istinto lo guidava. La reazione trionfante in tutta l'Europa si ricordava appena di lui per chiedere sbadatamente se lo avessero fucilato, il popolo l'abbandonava, Mazzini l'astro del suo pensiero era scomparso o si era spento, Roma si stordiva d'incenso e di scampanio, i tedeschi stavano per uccidere Venezia, Genova più infelice era stata riconquistata dai Piemontesi.

Egli solo, inerme capitano di un manipolo d'inermi, restava all'Italia.

La sua coscienza lo sentì. Per una di quelle attrazioni che la poesia è pronta a cogliere ma delle quali il volgo ride, avendo invano traversato l'agro latino, l'Umbria, le Marche verso la Romagna, si diresse a S. Marino per disciogliervi, ultimo difensore della repubblica romana, nella libertà della sua minima ed antica repubblica, le supreme reliquie dell'esercito, col quale aveva sognato di sollevare l'Italia. I tempi non erano maturi: d'altri dolori e di più profondi studi aveva d'uopo l'Italia per risorgere.

Egli riservato a quel giorno doveva restar solo e sparire.

Quindi senza un lamento congeda il drappello degli ultimi che l'avevano seguito. Napoleone aveva singhiozzato a Fontainebleau stringendo la mano al generale della sua vecchia guardia, e sublime egoista le aveva gridato: Scriverò nell'esilio quanto operammo insieme! Garibaldi moralmente più grande si perde nella sventura d'Italia e non ha un solo motto d'orgoglio dopo tanti eroismi. Al momento di sbandarsi generale e soldati, egualmente profughi e cercati a morte, dimenticano ogni gerarchia di merito e di ufficio per stringersi semplicemente la mano, forse per l'ultima volta, e si separano.

Egli volle restar solo.

L'epopea si muta in romanzo. La ritirata è finita, il pellegrinaggio incomincia. Invano gli consigliano di radersi la barba e di mutare abito, giacchè la sua fisonomia e il suo abbigliamento reso popolare dai ritratti è nella coscienza di tutti. Egli nega, non sa dirne la ragione, ma nega. Tale prudente menzogna del viso e delle vesti avrebbe mutato il suo pellegrinaggio in una fuga, e Garibaldi non può fuggire. Sua moglie Annita, meravigliosa fusione di Andromaca e di Clorinda, lo segue incinta e non teme; un amico solo, un capitano, li accompagna. Come ha egli ottenuto questo privilegio? Forse da Annita troppo ammalata malgrado tutto l'eroismo del suo cuore.

Da S. Marino scende al mare, s'imbarca, approda tra le valli di Comacchio, s'interna nella pineta di Ravenna; perchè raccontare tutto questo? Troppo e troppo sconciamente lo dissero poi tutti coloro che lo giovarono di aiuto. La vanità dei salvatori fu questa volta maggiore della grandezza del salvato; egli aveva sempre ricordato nel silenzio della gratitudine, essi si percossero di contumelie dopo la sua morte, litigandosi ognuno il vanto di averlo salvato e confessando così tutti insieme di non averlo conosciuto.

Ma la sventura d'Italia persegue l'ultimo italiano; come l'Italia aveva tutto perduto in quell'ora, a lui non doveva restare nulla, nè un soldato nè un amore. Annita vinta dal travaglio di quella caccia, che non dà requie, s'arresta un momento e spira. Garibaldi, solo, non può nè soccorrerla nè seppellirla. Il suo dolore rugge colla bufera che tormenta la pineta, ma la sua anima non cede tuttavia alla tentazione della morte.

Morta Annita, l'Italia moribonda che aveva con lei diviso il suo cuore, vi rimane sola, sventurata erede di nuova sventura; ma il cuore di Garibaldi non si restringe. E i pericoli si rinnovano, la morte incalza. Adesso tutto il mondo sa che Garibaldi, congedati gli avanzi dell'esercito col quale era sfuggito alla capitolazione di Roma, erra sul littorale di Ravenna in cerca di scampo: spie e pattuglie lo cercano. Appena ravvoltolato nella sabbia il cadavere della povera Annita, che i cani scovrirono e rosicchiarono nella notte, muta ricovero di capanna in capanna, protetto da povera gente, più triste perchè più solo, ma quasi tranquillo. Tutte le speranze d'Italia erano ospitate nel suo cuore: egli lo sentiva e camminava senza affrettarsi e senza nascondersi, seguendo le guide che il destino gli mandava e dicendo a tutti:

-Sono Garibaldi, insegnatemi la strada.

Quale?

E lo guidavano al sicuro.

Fra tanti, cui si scoperse, nessuno dubitò di lui e lo tradì

. Un fascino fatale lo proteggeva. Biondo, coi capelli lunghi come la criniera di un leone, coll'occhio azzurro come l'azzurro delle più belle albe italiane, vestito come tutti i soldati d'Europa l'avevano veduto sulle mura di Roma fra le tempeste dell'assedio, nessuno dei tanti drappelli nemici, cui s'imbattè, lo riconobbe. Se gli avessero chiesto il nome, avrebbe risposto:

-Garibaldi.

Non glielo chiesero.

Egli taceva abbandonato al proprio destino, non avvertendo quasi più nulla di quanto accadeva intorno a lui. Una quiete superba si veniva facendo nel suo spirito, come una inesplicabile sicurezza di essere già in salvo per potere più tardi salvare l'Italia, e che raggiandogli da tutta la persona assoggettava istantaneamente quanti gli si accostavano per aiutarlo. Non pareva più un proscritto, ma un incognito fatato e fatale. Comandava e accettava serenamente grato della assistenza e sicuro nel comando.

E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini, Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme, nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri, dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di risultati che possono dare.

Don Giovanni si era accorto fra i primi dell'errore della confederazione. I moti parziali che avevano preceduto il 48, determinati dalle diverse energie e condizioni delle provincie, erano miserevolmente finiti: gli stessi dolori li avevano eccitati, le medesime vanità li avevano condotti a fallire. Austria e clero tremendamente unitari avevano sempre riso e seguiterebbero a ridere di ogni tentativo rivoluzionario senza unità di mezzi e di scopi. Le monarchie italiane costrette dalle necessità dei tempi a simpatizzare colla rivoluzione, negandola nel proprio secreto per egoismo d'esistenza, parlavano naturalmente di costituzione e di confederazione per indebolire con piccoli fatti liberali e con grandi promesse di libertà l'apostolato di Mazzini, che secondata abilmente l'illusione federale monarchica, era ritornato più forte di prima alla predicazione dell'unità.

Ma i tempi immaturi gli avevano mancato. Austria e clero coalizzati avevano trionfalmente resistito a tutti gli sforzi del suo genio. Caduta Roma, l'Italia rientrava nella infermità delle proprie forme storiche, uscendo dalla rivoluzione come da un brutto sogno.

Il solo torto di Mazzini, secondo Don Giovanni, era di aver troppo insistito sulla necessità di un nuovo cristianesimo più morale che dogmatico, senza tradizioni e senza gerarchie. Certo nessuna rivoluzione può prescindere dall'elemento religioso, sotto pena di non essere rivoluzione intiera, ma quel dissidio filosofico con Roma aveva indebolito, disperdendolo in altri campi, lo sforzo rivoluzionario. La rivoluzione francese più abile e più profonda aveva preferito negare il cattolicismo per giovarsi dei dolori e degli odii da esso prodotti in tanti secoli di tirannia e di corruzione. Mazzini aveva sognato contemporaneamente la resurrezione e la rigenerazione dell'Italia. Era troppo. La lirica delicata e veemente del suo sentimento religioso, invece di sollevare gli animi contro le brutture del cattolicismo, riscalducciava la bigotteria latente in tutte le coscienze rendendo più ascoltati i preti, che affermavano essere nella religione l'unica verità della vita. Troppa era ancora l'ignoranza e la bassezza di cuore perchè il nuovo cristianesimo umanitario di Mazzini fosse compreso.

E piuttosto che una riforma questo pareva ai più una confessione umiliante d'inferiorità in faccia al cattolicismo, mentre la scienza aveva già spezzata da un pezzo l'orbita cristiana.

Invece Garibaldi, cansando il problema della rivoluzione religiosa, aveva urtato impetuoso nell'ignobile tirannia di Roma: quindi coll'infallibile intuizione popolare affermando cattolicismo e romanismo, clero e religione identici nell'attualità storica, aveva capitanato contro di essi l'odio delle plebi, solo rattenendolo negli accessi per magnanimità di natura. Se nessuna forma religiosa era stata rispettata da lui, nessun prete innocente o colpevole aveva patito persecuzioni.

Questa sintesi del suo cuore era stata più larga ed efficace della sintesi intellettuale di Mazzini per la rivoluzione.

Garibaldi solo in quel momento era tutta la rivoluzione: guai se fosse morto!

A questo pensiero, che lo tormentava notte e giorno, Don Giovanni si sentiva letteralmente morire. L'inerzia, nella quale si era per eccesso di chiaroveggenza condannato durante il periodo rivoluzionario, gli aveva prodotto nell'anima una specie di sdegno contro sè medesimo che l'azione solamente avrebbe potuto calmare. L'agonia d'Italia gli diventava rimprovero alla calma della sua vita di cacciatore e di prete. Bisognava pur soffrire e morire in un'ora che Dio aveva concesso alla morte. A Napoli, a Roma, a Venezia, a Milano, dappertutto si moriva: gli ultimi tiranni trucidavano i nuovi martiri; framezzo a un popolo per troppa miseria ignaro ed ignavo drappelli di generosi morivano baldamente, gettandogli per ultimo grido una parola di rivolta e di amore.

Garibaldi errava solo per la foresta di Ravenna; così gli avevano scritto vecchi congiurati. Bisognava quindi salvarlo, adesso che Roma da lui difesa sorrideva agli stranieri invasori e Venezia si arrendeva, e il Piemonte per conservare la larva del proprio statuto sotto le minaccie dell'Austria mutava larva di re; e il triumvirato toscano, ombra del triumvirato romano, spariva nelle tenebre della reazione granducale; e i borboni ritiravano a Napoli la costituzione insanguinandola nelle vie, e la rivoluzione falsata a Parigi dalla repubblica francese, che mandava ad assassinare la repubblica romana, era tradita a Vienna, soffocata a Berlino nel sangue più generoso: salvarlo adesso che generale senza esercito errava fra il popolo incapace di riconoscerlo, ormeggiato da spie, circuito da pattuglie pronte a fucilarlo! Morire ma salvarlo, perchè egli solo poteva un giorno rialzare l'Italia, essendo stato solo a concepirla e a combattere per l'Italia libera ed una! Mentre i più illustri uomini delle varie provincie disonoravano di lamenti e di contumelie reciproche la sventura di quell'ora, Garibaldi già rituffatosi nel popolo e subitamente dimentico della propria gloria di generale, non si difendeva, non si vantava. Come prima di battersi in Italia per l'Italia, comprendendo per lei il bisogno di una nuova gloria militare, era andato a conquistarla in America: sentendo che il torto della rivoluzione fallita era solo dell'Italia, più coraggioso di tutti nascondeva col proprio silenzio quella viltà all'Europa, conscio per prova che il raccoglimento del dolore è sempre più fecondo di tutta l'agitazione delle diatribe. Taceva ed errava. Dov'era in quell'istante? Qual nuovo disastro lo colpiva?

Ma Garibaldi non poteva salvarsi che per la via di Toscana. L'esperienza di Don Giovanni, che aveva trafugato tanti proscritti, lo assicurava di questa necessità. Tutta la legazione di Ravenna era coperta di pattuglie e di spie; impossibile penetrare nel Veneziano o muovere per Bologna verso i ducati.

Ma ad ogni ora il pericolo aumentava: i minuti erano forse contati.

Dov'era Garibaldi?

Sotto il suo mantello di proscritto egli portava allora tutta la fortuna d'Italia.

Bisognava salvarlo a qualunque costo, e che un prete fosse il suo salvatore.

Garibaldi rimasto solo non era più l'eroico avventuriero d'America, che figlio di patria schiava vinceva per la libertà di altre terre; non il generale improvvisato che difendeva Roma contro l'Europa e la repubblica contro l'impero e il papato, ma tutta la rivoluzione. Coll'infallibile istinto del genio, fallita l'impresa di sollevare l'Italia, aveva licenziato i soldati rinunciando a ritardare inutilmente la resa di Venezia. Nessuna resistenza giovava più; bisognava riserbarsi ad altro tempo, forse prossimo, ritemprandosi in migliore preparazione. La nuova rivoluzione avrebbe mutato metodo e processo. La trepidazione vile ed avara, colla quale tutti i piccoli governi della penisola s'affannavano a ritirare dal naufragio quanto meglio potevano, profittando magari delle peggiori condizioni del vicino, significava che della rivoluzione vinta e della rivoluzione futura non avevano la più piccola coscienza. Dopo di essersi battuti per velleità nevrotiche contro lo straniero, si liticavano stiracchiando i confini come i moribondi tirano le lenzuola. Avrebbero ceduta tutta l'Italia per protrarre di un miglio la propria linea doganale.

Roma benediceva e malediva. Per lei tutta la rivoluzione era infame, e l'Austria tiranneggiava l'Italia per diritto divino, e Ferdinando valeva S. Luigi, e Isabella di Spagna Santa Teresa, e la libertà era falsa, la patria solamente in cielo, la storia italiana immutabile col papa re di poche provincie esauste, col napoletano selvaggio nelle campagne o putrido nelle città, col lombardo-veneto soffocato dai croati, coi ducati lacerati da maniaci come Carlo III o da usurai come Francesco V, con governi tutti senza garanzia di rappresentanza nazionale, coi mari senza navi, coi campi senza strade, colle frontiere senza eserciti, colle scuole senza scienze, colle arti senza ideali, colle chiese senza Dio.

Era il programma di Roma.

No.

Non era vero, nè il cristianesimo nè il cattolicismo erano così. La redenzione di Cristo non poteva conchiudere all'oppressione del mondo per opera della sua chiesa. Una difficile e tremenda menzogna agiva dentro la tradizione divina. La storia ecclesiastica, che avrebbe dovuto essere la storia dell'ideale verso cui la storia umana piena di delitti e di catastrofi doveva costantemente sollevarsi, non era più stata, dai primi tempi della persecuzione e dell'assisa dei dogmi, quello che doveva. Il mondo da lei purificato l'aveva corrotta; filtri e lambicchi finiscono sempre così. I papi s'erano scannati fra loro, i cardinali li avevano venduti, gl'imperatori erano spesso riusciti ad assoggettarli; i preti, eredi di martiri, che avrebbero sempre dovuto aspirare al martirio, s'erano abbandonati alle cupidigie di ogni impero, e impotenti perchè il loro carattere sacro derivava da una amputazione del carattere umano, avevano finito col preferire le ricchezze alla gloria. Per conservare un minimo regno ottenuto da una falsa donazione, quasichè i regni potessero donarsi, difeso per secoli contro insurrezioni feudali e municipali, sempre negato dal popolo, non avevano dubitato di turbare la storia di tutte le genti. Possessori di beni immuni d'imposte, esenti da ogni obbligo civile, erano quindi diventati stranieri nel mondo, entro il quale per turbolenza di vizi avevano voluto discendere e sul quale avevano regnato nel nome dell'ideale. No; Roma, sede del papa perchè il cattolicismo è universale, non poteva e non doveva essere un feudo del pontefice prolungando nel mondo moderno l'errore della feudalità, che faceva risiedere la sovranità in un uomo invece che nella legge. Il cristianesimo non era monarchico; il mosaismo stesso non lo era stato che a malincuore e solamente di forma, poichè la legge non v'era fatta dal re. Perchè dunque il papa avrebbe un regno? Per la sua libertà? Ma un papa è sempre libero, perchè la religione è un fatto della coscienza; si può uccidere un papa, non dominarlo. E perchè egli temerebbe di morire per opera di coloro, che incapaci ancora di apprendere le divine verità del cristianesimo rappresentano gli eterni gentili, che il cristianesimo deve convertire? Una religione non deve essere sempre in istato di conquista, e nella conquista il vincitore non muore quasi sempre?

Che cosa era il cattolicismo nel cristianesimo? L'uniformità entro l'unità, mentre il protestantesimo e tutte le altre confessioni ne rappresentavano la varietà. Il cattolicismo era necessario al cristianesimo come la grande strada ai viottoli, che vi si immettono, ma a traverso le sinuosità di ogni curva l'una e gli altri miravano alla medesima meta.

Perchè dunque i papi volevano un regno puramente mondano e i preti cercavano sottrarsi ai pesi che la vita e la storia distribuiscono al resto degli uomini?

Ma a traverso tutte queste domande in lui ancora troppo torbide un'idea si faceva largo e splendeva.

Un prete doveva salvare Garibaldi.

Egli voleva essere quel prete.

Era tempo.

Da molti secoli Roma difendeva cogli anatemi i propri privilegi politici, ma perdonando fatalmente appena fossero del tutto perduti. Esenzioni dalle imposte, decime, immunità, gradi, uffici, tutte le forme politiche del cattolicismo nel medio evo erano state abbandonate da Roma dopo la più accanita difesa senza che coloro stessi, che li oppugnavano, credessero di uscire dal cattolicismo. E Roma non aveva osato ostinarsi nella contraria teorica. Invincibile nelle polemiche, aveva sempre creduto alle resistenze popolari contro i suoi privilegi mondani. Le discussioni filosofiche presto o tardi andavano a percuotere in un dogma incrollabile sfracellandovisi, e Roma allora le designava al mondo con una condanna: l'opposizione muta e sorda del popolo contro le sue esorbitanze di regno o i suoi eccessi di dottrine tendenti a pareggiare nella necessità della salvezza i precetti disciplinari ai dogmi fondamentali, l'avevano sempre costretta a rientrare lentamente in sè medesima.

Bisognava dunque agire invece di discutere, perchè le polemiche irritano e gli esempi confortano. In quel momento Roma papale rinnovava tutti gli errori de' suoi molti secoli di storia. Il papato ricomponendosi il trono sulle rovine della rivoluzione aveva bisogno della morte di Garibaldi; questi vivo, il popolo si ricorderebbe sempre della breve repubblica romana guardandone i triumviri o il generale e li stimerebbe sempre capaci di ricominciare. L'Austria accorsa in aiuto del papa aveva altrettanto bisogno di uccidere in essi l'idea della unità italiana. Gli ultimi casi della guerra si prestavano meravigliosamente a una fucilazione quasi irresponsabile per il governo; una pattuglia l'eseguiva, se ne riprovava magari l'uffiziale, premiandolo secretamente. Le monarchie e i ducati italiani ripristinati, folli di paura e d'egoismo reazionario, applaudirebbero: il popolo mal desto dalla rivoluzione, aggirato dalle calunnie, blandito negli interessi e nelle abitudini lascerebbe compiere il delitto, che una interpretazione vaticana avrebbe subito chiamato espiazione.

Bisognava che un prete scevro d'intenzioni riformiste e rimasto come estraneo alla rivoluzione lo impedisse.

Ciò avrebbe significato che Roma aveva torto e che la dottrina di Cristo non escludeva nessuna libertà. Il cattolicismo distrigandosi così dal romanismo nella coscienza del clero avrebbe affermato che il papa infallibile nella definizione di un dogma era fallace in tutto il resto, e che gli si doveva magari in certi casi resistere.

Erano idee vecchie, ma erano la stessa rivoluzione tentata invano dai magni spiriti ribelli e che avrebbe finalmente trionfato contro la Roma dei papa-re. Salvare Garibaldi non era un votare per la repubblica romana, che aveva dichiarata la fine del potere temporale? Garibaldi riassumeva nella propria figura il principio e la storia della rivoluzione.

Se Don Giovanni avesse potuto salvarlo, Roma non avrebbe osato condannare.

Don Giovanni era sicuro di ciò; avrebbe potuto essere ucciso da una pattuglia non colpito da una sentenza. Roma costretta a contraddirsi dalla religione di Cristo, ecco l'immenso beneficio religioso che sarebbe derivato al mondo dal supremo beneficio politico di aver conservato Garibaldi all'Italia.

Così fu.

Dopo parecchi giorni di giri e rigiri per la pineta colle pattuglie nemiche sempre alle calcagna, Garibaldi si decise per consiglio di coloro che lo proteggevano ad abbandonarla. Siccome l'unica via era quella di Toscana, fu scritto a Don Giovanni. Non gli si poteva indicare il giorno, ma lo si avvertiva di trovarsi dalla sera all'alba presso la dogana delle Balze. Così la rivoluzione finiva dopo un lustro circa dove era scoppiata l'insurrezione. Egli non vi mancò. Tutte le notti andava solo, mutando strada, armato, a questo appuntamento, dal quale dipendevano le sorti dell'Italia. Nessuno ne sapeva nulla: le sue abitudini di cacciatore lo protessero anche questa volta. Erano aspettazioni tremende. Accovacciato sopra la strada dietro un rialzo, dominandola per quanto le sue sinuosità glielo permettevano, tendeva gli occhi e gli orecchi nel buio per distinguere ogni passo. Nella sua fantasia diventata improvvisamente timida si componevano e svanivano mille scene drammatiche: Garibaldi non poteva giungere al confine, lo avevano già arrestato nella pineta, lo inseguivano lungo la strada, lo raggiungevano tempestando; Garibaldi inerme non tentava nemmeno di fuggire…. Era preso!

Più spesso gli sembrava di distinguere nel buio la sua fisonomia in tutti coloro che passavano in biroccino. Quando i doganieri entravano o uscivano dalla dogana per disporre un agguato ai contrabbandieri, gli pareva che guardassero nella tenebra contro di lui e sorridessero. Anch'essi sapevano che aspettava Garibaldi! E allora le sue mani stringevano convulsamente la carabina, mentre tutti i muscoli gli si tendevano per un balzo improvviso. Gli sembrava che Garibaldi sorgesse in quel momento alla svolta della strada…. e allora egli gli saltava incontro gridando:

-Fuggite, basto io a trattenerli.

Se quelle notti fossero state molte, la sua ragione ne avrebbe sofferto. Ma l'appuntamento venne mutato; era stata scelta la strada di Ravenna per la Coccolia e Forlì. La notte del 20 agosto Don Giovanni, avvisato, si recò in cima al monte di Trebbio, che divide Modigliana da Dovadola: pioveva dirottamente. Giunse Garibaldi in carrettino; Don Giovanni uscì dal nascondiglio, il cuore gli batteva da scoppiare. Non aveva riconosciuto il Generale perchè non lo conosceva, ma lo aveva sentito. La strada e la notte erano deserte: nè un baleno, nè una voce.

Garibaldi già disceso aiutava un compagno.

-Sono io, disse Don Giovanni.

-Sono io, rispose Garibaldi.

Tutto era detto.

-Andiamo?

-Il mio compagno è ferito e non può camminare, soggiunse Garibaldi con voce calma.

Don Giovanni, che aveva riacquistato tutta l'energia della propria natura nel pericolo di quel momento, ebbe un impeto che frenò a stento. Che importava del compagno?

La strada era pericolosa, da un istante all'altro si poteva essere sorpresi. Perchè imbarazzarsi di un soldato? Egli, Don Giovanni, andrebbe avanti: al primo incontro ripiegherebbe; se fossero gendarmi direbbe a Garibaldi di fuggire e resterebbe a divertirli facendo fuoco. Perchè un compagno? mormorava nel proprio pensiero.

-Bisogna trovare una vettura.

La voce del generale era dolce ma imperiosa. Don Giovanni ubbidì; proseguirono essi a piedi, il ferito sul carrettino che li aveva condotti. Lungo la strada abitava un altro parroco, amico e congiunto di Don Giovanni; questi batte all'uscio, lo fa alzare, gli domanda cavallo e carrettino. L'altro acconsente. Don Giovanni fa guidare al garzone di casa, tanto per aver qualcuno da ricondurre il cavallo; giungono al Marzeno. Il temporale ha mutato il fiume pacifico in furioso torrente.

Don Giovanni rimanda garzone e cavallo.

La notte era fosca, il fiume ruggiva. Allora Don Giovanni si offerse e impose a Garibaldi e al suo compagno di montargli sulla schiena: egli si sarebbe lanciato a nuoto portandoli così sull'altra riva. Era talmente sicuro di sè che non si spogliò nemmeno. Garibaldi titubava. Marinaio, gli sembrava ridicolo guadare un fiume sulle spalle di un altro uomo. Ma in quel momento Don Giovanni, che avendo deposto il capitano Leggero sull'altra riva ritornava per prendere Garibaldi, gli disse colla voce ferma di chi sa di essere l'arbitro della situazione, presentandogli le spalle:

-Montate; Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio fiume.

Garibaldi comprese la semplicità eroica dell'invito e si arrese. Quando toccarono la sponda Don Giovanni trasse un forte respiro, e cercando la mano del Generale gli disse con voce tremante:

-Grazie!

Passato il pericolo l'emozione lo vinceva. Ma fu un attimo; si abbassò, afferrò robustamente il ferito disteso sull'erba, se lo caricò sulle spalle e, accennando a Garibaldi di seguirlo per un sentiero tortuoso e dirupato, guadagnò l'orto della propria casa e furono al sicuro.

La grande azione della sua vita era compiuta, tutto il resto ne discese.

Perchè raccontare la vita degli otto giorni che Garibaldi passò nella sua casa? Quello che dissero e quello che sognarono per l'Italia? Don Giovanni nella forte modestia della propria natura non se ne aperse con alcuno; quello solo che poterono poscia indovinare gli amici fu che Garibaldi temeva per Don Giovanni, e questi per Garibaldi. Perchè il Papa re di Roma, che faceva fucilare a Rovigo l'eroico Ciceruacchio e Ugo Bassi a Bologna, non avrebbe inferocito su Don Giovanni?

Una grande ragione v'era che Garibaldi in quel momento non capiva.

Dopo otto giorni, combinati accordi con altri patrioti, Garibaldi

sempre guidato da Don Giovanni, prese l'Appennino, giunse a

Palazzuolo, e per Pietramala, le Filigare e Prato potè arrivare a

Talamone.

Al momento di partire da Modigliana, il più ricco possidente del paese, certo Papiani, l'unico che Don Giovanni avesse messo nella confidenza di quella perigliosa ospitalità, offerse timidamente a Garibaldi tutto il denaro della propria cassa. Questi gli strinse la mano e rifiutò cortese, ma austero.

L'altro insisteva; Don Giovanni, che sapeva il Generale senza un soldo e che non ne aveva neppure egli per imporglieli col diritto dell'amico, che gli salvava la vita, sorrideva.

Garibaldi mantenne il rifiuto.

Partirono in una notte cupa; sempre pei monti giunsero sopra la Badia di Susinanna, antico feudo del celebre Maghinardo.

Erano sfiniti. Don Giovanni vi conosceva un mulattiere, che abitava presso il mulino, e pensò di svegliarlo per chiedergli i muli. Nascose i due compagni in una fratta e avanzandosi sotto la casa lanciò un sasso alla finestra del mulattiere.

I monti neri nella notte, appena divisi dal fiume, parevano più sinistri in quella gola; l'acqua mormorava sotto il ponte con lamento continuo.

La finestra si aperse.

-Chi va là?

-Sono io, Don Giovanni di Modigliana.

-Oh! che c'è?

-Scendi.

-Che c'è? Vengo subito: come mai lei qui? vengo, ecco!

E si sentiva il mulattiere meravigliato di quella visita parlare ad alta voce nella camera vestendosi.

Poco dopo aperse l'uscio di casa; teneva una lanterna in mano.

Don Giovanni vi soffiò sopra.

-Che c'è?

-Sono io, zitto! Hai i muli a casa, Pio Nono?

Era questo il soprannome del mulattiere, e ricordandoselo Don Giovanni sorrise.

-Ne ho uno solo.

-Basterà: mettigli il basto, debbo andare a Palazzuolo. Ho meco due signori, sono stanchi. Che cosa vuoi?! non conoscono la montagna.

-Già, signori di città… ci vuole altro per i nostri monti. Lei, viene da Modigliana?

-Sì.

-Entri, sarà stanco, mi faccia l'onore… Ecco, veda; ho ancora in casa due fiaschi. Ma perchè mi ha spento il lume? scoppiò improvvisamente a dire.

-Via via, fa presto; non entro. Ho lasciato quei signori, vado a trovarli. Metti il basto al mulo e sali sulla strada: noi vi saremo.

Lo lasciò.

Dopo cinque minuti Pio Nono apparve sulla strada tenendo il mulo per la briglia: la bestia s'arrampicava con passo violento, si sentivano i suoi ferri battere contro i ciottoli.

-Ohè, piano! urlava Pio Nono, rattenendola per la catena.

La bestia era impetuosa, nera e piccola. Pio Nono ansava.

-Ecco! esclamò scorgendo il gruppo dei signori. è un mulo troppo vivo, e lo frenava con visibile sforzo, mentre colla voce sembrava incoraggiarlo, superbo di quella sua vivacità.

I tre parlamentarono; il capitano Leggero dovette inforcare il mulo.

-Io vado innanzi, disse Don Giovanni a Pio Nono traendolo in disparte mentre teneva sempre la catena del capezzone nella mano, e il mulo impaziente scalpitava sbuffando: lasciami cento o centocinquanta passi di scampo; se incontro una pattuglia…

-Ah!-esclamò soffocatamente Pio Nono.

-Hai capito! Io torno addietro, tu caccia il mulo nel bosco, nel campo, nascondilo o, se non è possibile, ripara i due. Io fischierò, in una stretta faccio fuoco.

-Oh!

-Non hai paura tu?

Pio Nono non rispose.

-Siamo intesi?

-Ma chi sono?

-Umh! E Don Giovanni si mise l'indice sulla bocca; si trasse il fucile dalla spalla, l'armò.

-Vado innanzi, siamo intesi.

Don Giovanni si perdette alla prima svolta del sentiero.

Pio Nono era rimasto pensieroso. Amico di Don Giovanni e conoscendone le azioni, pensò tosto che quei due signori fossero due banditi, come si diceva nel linguaggio del popolo, ma importanti. V'era dunque un pericolo serio ad accompagnarli.

Ma Pio Nono era naturalmente coraggioso. I due tacevano; quello a piedi camminava alla testa del mulo. Pio Nono colla catena del capezzone nelle due mani stava indietro il più possibile e si faceva quasi trascinare per moderare l'andatura della bestia. Pensava fra sè inquieto:

-Piano, Garibaldi! gridò improvvisamente.

I due si voltarono.

-Garibaldi! ripetè Pio Nono dando uno strappone al mulo.

Garibaldi gli si avvicinò.

-Che cosa c'è? Mi avete chiamato?

-Chiamato? Che! è il mulo che non vuole andar piano. Don Giovanni mi ha pure detto di andare adagio. è il mulo, sa; ha quattr'anni, è troppo ardente. L'ho comprato due anni fa a Scaricalasino. Era grande come un porco, ma bello veh! Me lo sono fatto io. Gli ho messo sul groppone sino a due balle da quattrocento libbre l'una; pare una bugia a dirlo. E sa come me lo hanno battezzato? Indovini? ma già, ha sentito come lo chiamo; gli dicono Garibaldi.

-Ah! Garibaldi sorrise voltandosi al capitano Leggero.

-Da quanto tempo, questi domandò, chiamate così il vostro mulo?

-Oh! non è molto, da quando è incominciata la rivoluzione. Garibaldi è il migliore soldato, e il mio mulo è il miglior di tutti: non è vero tu, Garibaldi?

Si voltò alla bestia, scuotendo la catena. Il mulo s'impennò quasi.

-Piano, piano: vuoi proprio fare il Garibaldi? E dopo una pausa:

Anche lui chi sa dov'è, poveraccio!

L'accento di quest'ultima frase era così buono che Garibaldi commosso gli tese la mano.

-Che cosa vuole? rispose Pio Nono imbarazzato da quel gesto.

-Garibaldi sono io: vi stringo la mano, non posso ringraziarvi altrimenti.

E la voce e l'attitudine del Generale furono così epicamente semplici, che l'altro comprese di botto: e abbacinato, più incerto ancora dopo aver compreso, tremante di un sentimento inesplicabile allora e che neppure in seguito è mai riuscito a spiegarsi, lasciò sfuggirsi la catena.

-Eh via! Pio Nono, seguitò allegramente il Generale: non c'è da ridere piuttosto?

In quel momento riapparve Don Giovanni.

-Niente? gli domandò il capitano Leggero.

-Che c'è?

-Don Giovanni! esclamò ancora attonito il mulattiere: è lui

Garibaldi, non il mio mulo.

Don Giovanni comprese che Garibaldi si era nuovamente scoperto e voltandoglisi bruscamente:

-Ma Generale…

-Oh! questo Pio Nono non è come quell'altro, non tradirà.

Vent'anni dopo Pio Nono mi raccontava in una bettola di Palazzuolo il grande aneddoto della sua vita.

-E il mulo? gli chiesi.

-Di quelli non ne ho avuti più.

-Come Garibaldi.

-Con tutto il rispetto di lei e di lui, già!

Ora Pio Nono dev'essere molto vecchio, ma siccome fa ancora il carbonaio e la fuliggine dei sacchi gli tinge barba e capelli, è impossibile indovinare quanti anni abbia.

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